Enrico De Amicis

Liceo Ginnasio statale “Cavour”

Classe II B

 

Esprimi le tue considerazioni rispetto alla soluzione adottata nel progetto di costituzione sulla Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione europea (PESC). Quali dovrebbero essere in tale prospettiva le politiche da seguire rispetto ai rapporti con gli Stati Uniti e la loro politica mondiale?

 

25 maggio 2002. La Russia firma uno storico accordo di avvicinamento alla Nato. Gli Stati Uniti, che di fatto erano già da un decennio l’unica superpotenza mondiale, vengono riconosciuti come potenza egemone anche dai nemici di un tempo. In seguito a questo importante evento, gli States dell’amministrazione Bush accentuano, se possibile, l’imperialismo della loro politica estera fino a ignorare le risoluzioni ONU riguardo al conflitto in Iraq. L’Europa risponde a più voci: si creano nell’Unione due linee, una favorevole alla guerra, propria dei governi inglese, spagnolo e italiano e un’altra contraria, sostenuta invece da Francia e Germania. Ancora una volta l’Unione non dimostra affatto unità e si presenta al mondo come una federazione debole e disgregata, mentre gli Stati Uniti controllano sempre più saldamente l’intera politica mondiale. Gli Usa, rimasti dall’89 l’unica potenza mondiale, a partire dal ’91, in occasione della prima guerra del Golfo, si sono eletti paladini della sicurezza mondiale e del diritto internazionale; dal 2001 inoltre hanno ingaggiato una dura lotta al terrorismo che ha portato alla guerra in Afghanistan e in Iraq. In Europa e nel mondo arabo gli Stati Uniti sono stati spesso tacciati di mascherare dietro giustificazioni etiche conflitti che hanno spiegazioni più prosaicamente economiche. In realtà la scelta di perdere molte vite umane in una guerra lontano da casa non nasce solo da motivi economici: già da prima dell’11 settembre il pensiero dei new conservatives, su cui si fondano le scelte dell’amministrazione Bush, sosteneva che gli Usa siano stati investiti di un potere quasi divino, che li obbliga a governare su tutto il mondo per conservare l’ordine e la stabilità globale e imporre a tutti la “pax americana”, che ha eguali nel corso della storia solo nella pace augustea dei primi due secoli dell’Impero romano. Queste idee sono state chiaramente espresse nel Rebuilding America’s defences, vero e proprio manifesto del pensiero new cons, dei primi mesi del 2001. Ad un cittadino europeo questa teoria appare incomprensibile e proprio l’autoinvestitura di una missione quasi religiosa da compiere nel mondo è una delle cause dell’antiamericanismo molto diffuso in Europa. Invece di abbandonarsi ad una sterile condanna dell’imperialismo “amerikano”, l’Europa dovrebbe chiedersi se sia in grado di contrapporre dei valori alternativi. Nell’articolo 2 della Bozza sono considerati “valori dell’Unione” la tolleranza, l’uguaglianza, la libertà, la democrazia... Questi valori fanno parte di un relativismo etico e culturale tutto europeo, che ad esempio rende i nostri soldati meglio accetti che quelli americani. Questa caratteristica sembrebbe favorire l’inserimento dell’Europa come punto di riferimento al pari degli Stati Uniti nella politica mondiale, ma  questo non è ancora stato possibile. Le cause di questo fallimento vanno ricercate nella debolezza delle istituzioni federali europee, che in passato sono state paralizzate da disaccordi fra i membri e non hanno mai avuto il potere necessario per muoversi liberamente nella politica internazionale. Le nazioni, infatti, gelose della propria autonomia, per il momento non hanno ancora rinunciato ad una parte pur piccola della propria sovranità a favore di un governo federale. Analogamente, il ministro degli affari esteri di cui da qualche anno è dotata l’Unione non ha potere sufficiente per essere un punto di riferimento nel mondo e spesso non ha nemmeno una posizione unitaria da rappresentare. Nella bozza di Costituzione discussa freneticamente nell’ultimo mese del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione e non ancora approvata si è analizzato anche il punto della Politica estera e di sicurezza comune. Nell’articolo 15 si sancisce che "gli Stati membri sostengono attivamente e senza riserve la politica estera e di sicurezza comune dell'Unione in uno spirito di lealtà e di solidarietà reciproca. Essi si astengono da qualsiasi azione contraria agli interessi dell'Unione o tale da nuocere alla sua efficacia" e inoltre che è necessaria la  “definizione progressiva di una politica di difesa comune che può condurre ad una difesa comune”. Come traspare chiaramente da queste poche righe, i redattori della Bozza hanno usato delle parole talmente poco impegnative da essere del tutto vuote e non hanno inserito nella Carta nessun dato concreto, ma soltanto l’auspicio che in un indeterminato futuro si arrivi ad avere una difesa comune. L’elezione di un ministro degli affari esteri con pieni poteri sarebbe un notevole progresso verso un’affermazione dell’Europa come soggetto politico autonomo sia dagli Usa sia dai Governi nazionali dei membri dell’Unione, ad esempio in grado di essere mediatore nel processo di pace per la Palestina; tuttavia le divergenze all’interno dell’Unione dimostrano che l’auspicata conclusione del processo di unificazione politica dell’Europa si potrà verificare solo dopo che tutti i paesi membri avranno accettato un compromesso, anche doloroso, che sacrifichi una piccola parte della propria sovranità per dare finalmente potere alla federazione. Messe da parte le divisioni interne, l’Europa dovrebbe accantonare anche la rivalità con l’altra sponda dell’Atlantico ed eventualmente ispirarsi al modello statunitense, che funziona, e bene, da oltre due secoli almeno nello spirito con cui accettano le decisioni del Governo federale in campi importanti come la politica economica e appunto la difesa e la politica estera. Certamente dovrà essere un processo graduale e ci vorrà del tempo: ma, prima ancora di discutere i poteri di un futuro Governo europeo, è indispensabile far nascere finalmente in tutti gli europei uno spirito europeista. Solo così tutti potrebbero percepire come proprio il governo federale e i Governi nazionali potrebbero accettare serenamente le deliberazioni prese a maggioranza, per rendere l’Europa sempre più autonoma dalle singole nazioni, più forte e più unita.

Se la Carta non è stata approvata nonostante che non contenesse molti obblighi per gli stati federati, ma soltanto principi generali, i tempi forse non sono ancora maturi per un passo così importante per le sorti dell’Unione: l’elezione di un ministro degli affari esteri finalmente potente, parte di un governo centrale anch’esso capace di legiferare indipendentemente dai Governi nazionali, però, dovrà essere solo l’ultimo passo di un processo graduale che è già stato avviato. Da anni i paesi dell’Europa hanno iniziato una politica commerciale comune che ha portato all’apertura delle frontiere interne e ha reso necessaria una sempre maggiore collaborazione tra le polizie e la creazione dell’Europol. Una parte del progetto di costituzione europea ha preso in considerazione la politica estera e la sicurezza comune (PESC): sono state definite le regole in materia di collaborazione giudiziaria, collaborazione di polizie, controllo delle frontiere, prevenzione dell’immigrazione clandestina… “L’Unione sviluppa una cooperazione di polizia che associa tutte le autorità competenti degli Stati membri, compresi la polizia, le dogane e altri servizi incaricati dell’applicazione della legge specializzati nella prevenzione o nell’individuazione dei reati e nelle relative indagini” (art, III-176). Anche in questo caso, però, le parole della Carta non sono particolarmente vincolanti per gli Stati nazionali. Il processo di unificazione economica conclusosi con l’introduzione della moneta unica è progredito abbastanza rapidamente: i vantaggi economici per tutti gli stati erano troppo grandi e soprattutto di immediata fruizione per rinunciarvi. Il processo di unificazione politica, invece, ha bisogno di alcune rinunce da parte degli Stati nazionali in vista di benefici che, pur essendo evidenti, potranno essere goduti dagli europei solo dopo qualche tempo. Nel preambolo della Costituzione sono riportate testualmente le parole di Tucidide, che fa nella sua Guerra del Peloponneso scrisse a proposito di Atene “xrÅmeya gŒr polit¢ia... kaÜ önoma m¢n diŒ tò m¯ ¨w olÜgouw Œll'¨w pleÜonaw oikeÜn dh-mokratÜa k®kletai. La nostra costituzione… si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di pochi, ma dei più”. Questo richiamo, che vorrebbe essere programmatico ma a me pare piuttosto retorico, è il degno incipit di una Costituzione colma di nobili propositi ideali, che però è completamente priva di regole vincolanti per le nazioni, i cui governanti possono così continuare una politica autonoma dagli altri stati federati nel proprio paese, pur essendosi impegnati a rispettare principi generali che paiono banali e ovvi. Bisogna finalmente fare un passo più coraggioso, non perdere tempo a discutere propositi ideali, ma non aver paura a fare dei piccoli sacrifici subito in vista degli enormi vantaggi futuri per tutti. Per questo i costituenti dovrebbero guardare più che a Tucidide ad un altro autore greco, il più modesto Esopo, ed alla sua famosa favola “õ t¢ttix kaÜ ùi mærmhkeiw. La cicala e le formiche”. Sarebbe ora, infatti, che i nostri rappresentanti politici smettessero di occuparsi di vantaggi e benefici immediati come le cicale e si impegnassero nella costruzione di un futuro migliore, come le formiche.