Casella di testo: Riti funebri e sepolture presso i Romani
Casella di testo: Alessandro Zona & Fabrizio Cassandro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riti funebri

Quando un uomo stava per morire, lo si metteva per terra ed uno dei suoi familiari era incaricato di raccogliere l’ultimo respiro con un bacio e di chiudergli gli occhi. A ciò seguiva la proclamatio: un rito durante il quale i presenti chiamavano il defunto ad alta voce.

In seguito, il cadavere veniva lavato con acqua calda, unto con unguenti particolari, sottoposto ad un’imbalsamazione provvisoria e vestito o con una toga, se cittadino, o con la praetexa, se magistrato. Sotto la lingua del defunto si metteva una moneta destinata a Caronte, il mitologico traghettatore dei morti.

Allora si esponeva la salma al pubblico sul lectus funebris, circondata da candelabri, per un intervallo che variava secondo la condizione sociale del defunto: infatti la povera gente veniva seppellita anche il giorno stesso, mentre gli imperatori rimanevano “in vista” anche per una settimana. Durante questi giorni le donne di famiglia piangevano e si lamentavano davanti alla salma: si strappavano le vesti ed i capelli e si graffiavano e percuotevano il petto. Poi si seppelliva o si cremava il cadavere.

Il funerale dipendeva moltissimo dalla classe sociale e dall’età: quelli dei poveri o dei bambini (funus plebeium e acerbum) erano fatti di notte e in modo molto sbrigativo, invece quelli degli adulti, soprattutto se di grandi famiglie, erano di giorno. Le grandi famiglie li affidavano a professionisti, veri e propri impresari di pompe funebri dell’antica Roma: i libitinarii. Questi ultimi avevano vari specialisti che si dividevano i compiti: ad esempio, i pollinctores, che preparavano la salma, i vespillones che curavano il trasporto funebre e gli ustores che provvedevano al rogo. Queste attività, in ogni caso, erano ritenute tanto sordide da comportare diminuzioni dei diritti civili per chi le svolgeva. La lex libitinaria prescriveva, ad esempio, che l'impresario dovesse impiegare non meno di 32 addetti, di sana costituzione e di età compresa fra i 20 e i 50 anni, ma anche che queste persone non potessero risiedere e neppure entrare in città se non per motivi legati al loro servizio e in ogni caso distinguendosi con un berretto colorato e che l'impresario dovesse rispettare l'ordine delle richieste pervenutegli in un apposito ufficio cittadino, salvo che per i funerali dei decurioni e dei bambini, cui si doveva in ogni caso dare la precedenza, che i cadaveri degli impiccati e degli schiavi fossero nella stessa giornata portati via.

Nelle famiglie ricche le spese dei funerali e della costruzione delle tombe venivano sostenute dai parenti del defunto, mentre, presso i ceti medi e piccoli, ai privati si sostituivano associazioni particolari, i collegia funeraticia. I collegia, sorti per iniziativa dei privati potevano avere varie finalità, religiose e politiche. Negli ultimi anni della repubblica queste assunsero un aspetto preponderante fino a provocare la soppressione di molti collegia da parte di Cesare e poi di Augusto, che vollero conservare soltanto le associazioni di più antica fondazione. In età imperiale si formarono molte nuove associazioni con il beneplacito degli imperatori. Ve n'erano di tutti i tipi: religiose, funerarie e professionali, e raccoglievano in prevalenza artigiani, schiavi e liberti.

La maggior parte dei collegia si preoccupava di garantire ai propri consociati un'onorevole sepoltura. A tale scopo veniva creato un fondo comune (arca) col versamento di una quota mensile (stips menstrua) da parte di ciascun consociato. A questo fondo si attingeva poi per coprire le spese relative al funerale, all'acquisto e alla successiva manutenzione della tomba e alle cerimonie per la commemorazione dei defunti.

Il corteo funebre, solitamente, era preceduto dai suonatori di tibia, e avanzava al suono di flauti e corni; seguivano i portatori di fiaccole e delle donne, chiamate prefiche, che venivano assunte per piangere per finta il defunto. Erano presenti anche alcuni mimi e ballerini che danzavano e canzonavano il morto all’interno del corteo, come si faceva durante il trionfo.

La cerimonia era seguita da una processione d’uomini che indossavano maschere e vesti degli antenati del defunto, che precedevano il morto. Chiudevano il corteo i portatori di cartelli, che ricordavano i titoli e le imprese del defunto.

Durante i festeggiamenti i parenti banchettavano e ricordavano la vita del morto; pensavano che questi partecipasse in spirito e speravano che fosse contento della festa a lui dedicata.

Questa usanza continuò anche nel Cristianesimo; infatti nelle catacombe è facile trovare un tubicino di terracotta o di vetro (cannula) che mette in comunicazione l'interno del loculo con l'esterno: serviva per versare una goccia di profumo o di vino all'interno del tubicino, per far felice il defunto.

Nove giorni dopo la sistemazione definitiva della salma seppellita o cremata si dava una festa (coena novendialis); durante questa usanza, spesso, veniva sfruttata la cannula per far partecipare il defunto alla coena in suo onore.

 

Sepolture

Presso gli antichi Romani non esisteva l’attuale concetto di cimiteri, nato nel periodo post-napoleonico, ma il morto veniva seppellito ovunque i familiari volessero, bastava avere un appezzamento di terreno; l'unico vincolo era il divieto di seppellire i morti all'interno del pomerio per ragioni d’igiene e sicurezza (come stabilito dalle “Leggi delle XII tavole", risalenti alla metà del V sec. a.C., che recitavano: «hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito»), ad eccezione dei grandi condottieri, i quali, divinizzati post mortem, avevano diritto a porre la tomba entro il recinto murario.

Per i Romani la vita nell'oltretomba aveva senso solo se collegata al ricordo dei vivi, e, come per i Greci, la sepoltura n’era una parte fondamentale. Facevano in modo di essere ricordati costruendo tombe monumentali, ornandole di marmi, mosaici, pitture e statue. Spesso le tombe erano costruite lungo le strade per le quali passavano i viaggiatori; le iscrizioni funebri, così, attiravano l’attenzione di chi passava cosicché si fermasse a pensare un momento al defunto, del quale ricordavano il nome e la vita, raccontavano cosa aveva fatto, e ringraziavano il viandante, raccomandandogli di non rovinare, ma di rispettare la tomba.

Le famiglie più ricche avevano uno schiavo che curava le sepolture di generazione in generazione e alcune erano persino dotate di una fontanella ed un sedile che invitava il viaggiatore a fermarsi.

Colui che era proprietario di una villa in campagna solitamente seppelliva i propri defunti nei terreni circostanti.

A Roma era anche diffusa la cremazione; coesistevano, infatti, entrambi i tipi di sepoltura, ma, secondo l’epoca, prevalse l’uno o l’altro. Cicerone e Plinio insistevano nell’ affermare che il rito funerario più antico era rappresentato dall’inumazione, ma l’archeologia ha dimostrato che già nell’VIII-VII secolo a. C. le due prassi erano egualmente diffuse. Dal IV secolo a. C. e fino al I d. C. prevalse l’incinerazione, senza, però, mai sostituire completamente l’inumazione. Conosciamo, infatti, per quest’epoca, numerosi colombari, nicchie ricavate in una tomba collettiva, e urne cinerarie, costituite sia da semplici vasi di terracotta, per le persone di bassa condizione sociale, sia da autentiche opere d’arte realizzate in marmo, in alabastro e perfino in oro. Dall’impero di Adriano il rito funerario cambiò: l’inumazione sostituì la cremazione e cominciò a fiorire l’arte della scultura dei sarcofagi.

I cittadini romani più abbienti facevano incidere sul sarcofago il proprio nome, quello della famiglia di appartenenza e, se molto ricchi, anche il proprio ritratto o figure e immagini simboliche. I sarcofagi venivano sotterrati in aree funerarie situate fuori dal perimetro urbano, lungo vie suburbane in luoghi recintati simili a giardini. Nella tomba veniva deposto anche un corredo per il viaggio del defunto nell'Oltretomba: una moneta per pagare il pedaggio a Caronte per attraversare il fiume infernale, una lucerna, dei recipienti con cibo e bevande, qualche oggetto d'ornamento e d'uso personale come anelli, bracialetti, fibule, balsamari, coltelli ecc.

 

 

Sepolcreto e Mausoleo di Aquileia

Sepolcreto Aquileia.jpgIl sepolcreto di Aquileia probabilmente è dell’epoca compresa tra la metà del I sec. d. C. e gli inizi del III sec. d. C.; è formato da cinque appezzamenti di terra divisi tra altrettante famiglie.

La prima area tombale è quella appartenente alla famiglia degli Stazi, in cui al centro si erge l'imponente ara del capofamiglia posta su quattro gradini.

Nel secondo recinto, il più povero, non sono state rinvenute iscrizioni, perciò non si a chi appartenesse.

La terza area tombale era della famiglia dei Giuli e vi si può ancora leggere parte della scritta che per regola doveva indicare le dimensioni del recinto stesso ( “in agro pedes XXX e in fronte pedes XXIII”).

Nel recinto ci sono due are: la più piccola è quella dedicata allo schiavo Venusto e la più grande ha la cuspide decorata con simboli funerari: ad esempio, delfini intrecciati al tridente di Poseidone.

Mausoleo Aquileia.jpg Il quarto recinto, più ampio, apparteneva alla famiglia dei Trebi. I sarcofagi hanno il coperchio a doppio spiovente e addirittura uno di essi è scolpito in modo da rappresentare il tetto di una casa fatto di tegole. Nel recinto c'è anche un gruppo scultoreo raffigurante una donna seduta a colloquio con una bambina alata.

Il quinto recinto era della famiglia Cesti o di quella dei Emilii.

Lungo la via Augusta è stato ricostruito nel 1956 un grande mausoleo ritrovato a Fiumicello e risalente alla prima metà del I sec. d. C.: un grande cubo posto su gradini dove è situata la cella funeraria per i familiari.

La zona superiore della facciata è decorata da tre archi con festoni da cui pendono piccole maschere, mentre su quella inferiore compaiono un tritone e una testa bovina di tre quarti. Rimangono soltanto poche lettere dell’iscrizione dedicatoria; in basso ci sono un fascio littorio e una sedia curule.

Nella cuspide è sistemata la statua, ormai senza la testa, del defunto per cui fu innalzato il monumento.

Due leoni di derivazione orientale sono posti ai vertici del recinto su due gradoni.

Alcuni elementi come lo "scrinium", ovvero la cassetta cilindrica porta-documenti ai piedi della statua, la toga del personaggio, il fascio littorio e la sedia curule permettono agli storici di riferire la tomba ad un importante magistrato municipale, di cui però rimangono ancora ignoti il grado e l'identità.

 

 

Concordia Sagittaria

Le principali necropoli attestate a Concordia nel I - II sec. d. C. si svilupparono lungo la via Annia, fuori della città, la maggiore a oriente, la minore a occidente, e furono utilizzate con continuità fino al V sec. d. C. Della necropoli orientale, definita "Sepolcreto delle milizie" per la quantità di sarcofagi appartenenti ai militari, vi sono abbondanti testimonianze rinvenute negli strati sottostanti il sepolcreto tardo-antico, che si impostò sui resti precedenti riutilizzando parte dei monumenti sepolcrali.

Il sepolcreto occidentale doveva essere più antico. Un terzo nucleo di sepolture sembra essersi formato lungo il tratto meridionale del cardo massimo presso la porta urbica lungo l'attuale via Spareda. Un quarto nucleo di sepolture doveva estendersi lungo la via che da Concordia portava al Norico, partendo dalla porta urbica settentrionale: resti di recinzione sepolcrale sono stati rinvenuti a sud di Portogruaro.

Già nel II sec. d. C. cominciano ad apparire nel sepolcreto di levante i sarcofagi che segnano il passaggio dal rito funerario dell'incinerazione a quello dell'inumazione; nel III secolo l'inumazione sembra essere diventata l'unico rito funerario. Le sepolture si diffondono nell'ambito suburbano; oltre quindi al costante utilizzo delle necropoli di levante e di ponente, e forse di quella meridionale, troviamo a Concordia altre aree sepolcrali: nell'area dell'odierna Piazza della Cattedrale e le prime sepolture di via Fornasatta. Gli edifici delle zone suburbane, come i magazzini, risultano abbandonate all'epoca e ne furono riutilizzati gli spazi e i materiali per le sepolture. In questo secolo si abbandonano le aree più lontane dalla città, di conseguenza nel IV secolo risultano ancora utilizzate le zone della necropoli di levante e di quella di occidente più vicina alla città. Nel IV secolo i militari di stanza a Concordia, gli addetti della fabbrica di frecce, i mercanti siriaci e anche alcuni cittadini di Concordia ebbero i mezzi necessari per permettersi sarcofagi in pietra collocati nel cosiddetto sepolcreto dei Militi e presso gli edifici sacri, tuttavia i sarcofagi del Piazzale presentano segni di distruzione e riutilizzo. Nel sepolcreto di levante, alcuni sarcofagi violati e con tracce di demolizioni hanno fatto ritenere che il sepolcreto fosse stato distrutto durante l'invasione di Attila del 452. In realtà la contrazione demografica e la scomparsa dell'esercito fecero sì che dopo quel periodo l'utilizzo del sepolcreto di levante avvenisse, almeno fino al VII secolo, in forme più modeste e adeguate ai tempi, limitando il ricorso a sepolture costose come i sarcofagi.