



Riti funebri
Quando un uomo stava per morire, lo
si metteva per terra ed uno dei suoi familiari era incaricato di raccogliere
l’ultimo respiro con un bacio e di chiudergli gli occhi. A ciò seguiva la proclamatio:
un rito durante il
quale i presenti chiamavano il defunto ad alta voce.
In seguito, il cadavere veniva
lavato con acqua calda, unto con unguenti particolari, sottoposto ad
un’imbalsamazione provvisoria e vestito o con una toga, se cittadino, o con la praetexa,
se magistrato. Sotto la lingua del defunto si metteva una moneta destinata
a Caronte, il mitologico traghettatore dei morti.
Allora si esponeva la salma al
pubblico sul lectus funebris, circondata
da candelabri, per un intervallo che variava secondo la condizione sociale del
defunto: infatti la povera gente veniva seppellita anche il giorno stesso,
mentre gli imperatori rimanevano “in vista” anche per una settimana. Durante
questi giorni le donne di famiglia piangevano e si lamentavano davanti alla
salma: si strappavano le vesti ed i capelli e si graffiavano e percuotevano il
petto. Poi si seppelliva o si cremava il cadavere.
Il funerale dipendeva moltissimo dalla classe sociale e dall’età:
quelli dei poveri o dei bambini (funus
plebeium e acerbum) erano fatti
di notte e in modo molto sbrigativo, invece quelli degli adulti, soprattutto se
di grandi famiglie, erano di giorno. Le grandi famiglie li affidavano a
professionisti, veri e propri impresari di pompe funebri dell’antica Roma: i libitinarii. Questi ultimi avevano vari
specialisti che si dividevano i compiti: ad esempio, i pollinctores, che
preparavano la salma, i vespillones che curavano il trasporto funebre e
gli ustores che provvedevano al rogo.
Queste attività, in ogni caso, erano ritenute tanto sordide da comportare
diminuzioni dei diritti civili per chi le svolgeva. La lex libitinaria prescriveva, ad esempio, che l'impresario dovesse
impiegare non meno di 32 addetti, di sana costituzione e di età compresa fra i
20 e i 50 anni, ma anche che queste persone non potessero risiedere e neppure
entrare in città se non per motivi legati al loro servizio e in ogni caso
distinguendosi con un berretto colorato e che l'impresario dovesse rispettare
l'ordine delle richieste pervenutegli in un apposito ufficio cittadino, salvo
che per i funerali dei decurioni e dei bambini, cui si doveva in ogni caso dare
la precedenza, che i cadaveri degli impiccati e degli schiavi fossero nella
stessa giornata portati via.
Nelle famiglie ricche le spese dei funerali e della costruzione
delle tombe venivano sostenute dai parenti del defunto, mentre, presso i ceti
medi e piccoli, ai privati si sostituivano associazioni particolari, i collegia funeraticia. I collegia, sorti per iniziativa dei
privati potevano avere varie finalità, religiose e politiche. Negli ultimi anni
della repubblica queste assunsero un aspetto preponderante fino a provocare la
soppressione di molti collegia da
parte di Cesare e poi di Augusto, che vollero conservare soltanto le
associazioni di più antica fondazione. In età imperiale si formarono molte
nuove associazioni con il beneplacito degli imperatori. Ve n'erano di tutti i
tipi: religiose, funerarie e professionali, e raccoglievano in prevalenza
artigiani, schiavi e liberti.
La maggior parte dei collegia si preoccupava di
garantire ai propri consociati un'onorevole sepoltura. A tale scopo veniva
creato un fondo comune (arca) col versamento di una quota mensile (stips
menstrua) da parte di ciascun consociato. A questo fondo si attingeva poi
per coprire le spese relative al funerale, all'acquisto e alla successiva
manutenzione della tomba e alle cerimonie per la commemorazione dei defunti.
Il corteo funebre, solitamente, era preceduto dai suonatori di tibia, e
avanzava al suono di flauti e corni; seguivano i portatori di fiaccole e delle
donne, chiamate prefiche, che
venivano assunte per piangere per finta il defunto. Erano presenti anche alcuni
mimi e ballerini che danzavano e canzonavano il morto all’interno del corteo,
come si faceva durante il trionfo.
La cerimonia era seguita da
una processione d’uomini che indossavano maschere e vesti degli antenati del
defunto, che precedevano il morto. Chiudevano il corteo i portatori di
cartelli, che ricordavano i titoli e le imprese del defunto.
Durante i festeggiamenti i parenti banchettavano e ricordavano la vita del morto; pensavano che questi partecipasse in spirito e speravano che fosse contento della festa a lui dedicata.
Questa usanza continuò anche nel Cristianesimo; infatti nelle catacombe
è facile trovare un tubicino di terracotta o di vetro (cannula) che
mette in comunicazione l'interno del loculo con l'esterno: serviva per versare una goccia di profumo o di vino all'interno del tubicino, per far felice
il defunto.
Nove giorni dopo la
sistemazione definitiva della salma seppellita o cremata si dava una festa (coena novendialis); durante questa usanza, spesso, veniva sfruttata la cannula per far partecipare il defunto
alla coena in suo onore.
Sepolture
Presso gli antichi Romani non esisteva
l’attuale concetto di cimiteri, nato nel periodo post-napoleonico, ma il morto veniva
seppellito ovunque i familiari volessero, bastava avere un appezzamento di terreno; l'unico vincolo era il divieto
di seppellire i morti all'interno del pomerio
per ragioni d’igiene e sicurezza (come stabilito dalle “Leggi delle XII
tavole", risalenti alla metà del V sec. a.C., che recitavano: «hominem mortuum in urbe ne sepelito neve
urito»), ad eccezione dei grandi condottieri, i quali, divinizzati post mortem, avevano diritto a porre la tomba entro il recinto murario.
Per i Romani la vita nell'oltretomba aveva senso solo se collegata al ricordo
dei vivi, e, come per i Greci, la sepoltura n’era una parte
fondamentale. Facevano in
modo di essere ricordati costruendo tombe monumentali, ornandole
di marmi, mosaici, pitture e statue. Spesso le tombe erano costruite lungo le strade per le quali passavano i viaggiatori; le iscrizioni funebri, così, attiravano l’attenzione di chi passava cosicché si fermasse a pensare un momento al defunto, del quale
ricordavano il nome e la vita, raccontavano cosa aveva fatto, e ringraziavano
il viandante, raccomandandogli di non rovinare, ma di rispettare la tomba.
Le famiglie più ricche avevano uno schiavo che curava le
sepolture di generazione in generazione e alcune erano persino dotate di una fontanella ed un sedile che invitava il viaggiatore a
fermarsi.
Colui
che era
proprietario di una
villa in campagna solitamente seppelliva i propri defunti nei terreni circostanti.
A Roma era anche diffusa la cremazione; coesistevano, infatti,
entrambi i tipi di sepoltura, ma, secondo l’epoca, prevalse l’uno o l’altro.
Cicerone e Plinio insistevano nell’ affermare che il rito funerario più antico
era rappresentato dall’inumazione, ma l’archeologia ha dimostrato che già nell’VIII-VII
secolo a. C. le due prassi erano egualmente diffuse. Dal IV secolo a. C. e fino
al I d. C. prevalse l’incinerazione, senza, però, mai sostituire completamente
l’inumazione. Conosciamo, infatti, per quest’epoca, numerosi colombari, nicchie
ricavate in una tomba collettiva, e urne cinerarie, costituite sia da semplici
vasi di terracotta, per le persone di bassa condizione sociale, sia da
autentiche opere d’arte realizzate in marmo, in alabastro e perfino in oro.
Dall’impero di Adriano il rito funerario cambiò: l’inumazione sostituì la
cremazione e cominciò a fiorire l’arte della scultura dei sarcofagi.
I cittadini
romani più abbienti facevano incidere sul sarcofago il proprio nome, quello
della famiglia di appartenenza e, se molto ricchi, anche il proprio ritratto o
figure e immagini simboliche. I sarcofagi venivano sotterrati in aree funerarie situate fuori dal perimetro urbano, lungo
vie suburbane in luoghi recintati simili a giardini. Nella tomba veniva deposto
anche un corredo per il viaggio del defunto nell'Oltretomba: una moneta per pagare il pedaggio a Caronte per attraversare il fiume
infernale, una lucerna, dei recipienti con cibo e bevande, qualche oggetto
d'ornamento e d'uso personale come anelli, bracialetti, fibule, balsamari,
coltelli ecc.
Sepolcreto e Mausoleo di Aquileia
Il
sepolcreto di Aquileia probabilmente è dell’epoca compresa tra la metà del I
sec. d. C. e gli inizi del III sec. d. C.; è formato da cinque appezzamenti di
terra divisi tra altrettante famiglie.
La prima area tombale è quella
appartenente alla famiglia degli Stazi, in cui al centro si erge l'imponente
ara del capofamiglia posta su quattro gradini.
Nel secondo recinto, il più povero,
non sono state rinvenute iscrizioni, perciò non si a chi appartenesse.
La terza area tombale era della
famiglia dei Giuli e vi si può ancora leggere parte della scritta che per
regola doveva indicare le dimensioni del recinto stesso ( “in agro pedes XXX e in fronte pedes XXIII”).
Nel recinto ci sono due are: la più
piccola è quella dedicata allo schiavo Venusto e la più grande ha la cuspide
decorata con simboli funerari: ad esempio, delfini intrecciati al tridente di
Poseidone.
Il quarto recinto, più ampio,
apparteneva alla famiglia dei Trebi. I sarcofagi hanno il coperchio a doppio spiovente
e addirittura uno di essi è scolpito in modo da rappresentare il tetto di una
casa fatto di tegole. Nel recinto c'è anche un gruppo scultoreo raffigurante
una donna seduta a colloquio con una bambina alata.
Il quinto recinto era della
famiglia Cesti o di quella dei Emilii.
Lungo la via Augusta è stato
ricostruito nel 1956 un grande mausoleo ritrovato a Fiumicello e risalente alla
prima metà del I sec. d. C.: un grande cubo posto su gradini dove è situata la
cella funeraria per i familiari.
La zona superiore della facciata è decorata da tre archi con festoni da
cui pendono piccole maschere, mentre su quella inferiore compaiono un tritone e
una testa bovina di tre quarti. Rimangono soltanto poche lettere dell’iscrizione
dedicatoria; in basso ci sono un fascio littorio e una sedia curule.
Nella cuspide è sistemata la statua, ormai senza la testa, del defunto
per cui fu innalzato il monumento.
Due leoni di derivazione orientale sono posti ai vertici del recinto su
due gradoni.
Alcuni elementi come lo "scrinium", ovvero la cassetta
cilindrica porta-documenti ai piedi della statua, la toga del personaggio, il
fascio littorio e la sedia curule permettono agli storici di riferire la tomba
ad un importante magistrato municipale, di cui però rimangono ancora ignoti il
grado e l'identità.
Concordia Sagittaria
Le principali
necropoli attestate a Concordia nel I - II sec. d. C. si svilupparono lungo la
via Annia, fuori della città, la maggiore a oriente, la minore a occidente, e
furono utilizzate con continuità fino al V sec. d. C. Della necropoli
orientale, definita "Sepolcreto delle milizie" per la quantità di
sarcofagi appartenenti ai militari, vi sono abbondanti testimonianze rinvenute
negli strati sottostanti il sepolcreto tardo-antico, che si impostò sui resti
precedenti riutilizzando parte dei monumenti sepolcrali.
Il sepolcreto
occidentale doveva essere più antico. Un terzo nucleo di sepolture sembra
essersi formato lungo il tratto meridionale del cardo massimo presso la porta
urbica lungo l'attuale via Spareda. Un quarto nucleo di sepolture doveva
estendersi lungo la via che da Concordia portava al Norico, partendo dalla
porta urbica settentrionale: resti di recinzione sepolcrale sono stati
rinvenuti a sud di Portogruaro.
Già nel II sec. d. C.
cominciano ad apparire nel sepolcreto di levante i sarcofagi che segnano il
passaggio dal rito funerario dell'incinerazione a quello dell'inumazione; nel
III secolo l'inumazione sembra essere diventata l'unico rito funerario. Le
sepolture si diffondono nell'ambito suburbano; oltre quindi al costante
utilizzo delle necropoli di levante e di ponente, e forse di quella
meridionale, troviamo a Concordia altre aree sepolcrali: nell'area dell'odierna
Piazza della Cattedrale e le prime sepolture di via Fornasatta. Gli edifici
delle zone suburbane, come i magazzini, risultano abbandonate all'epoca e ne
furono riutilizzati gli spazi e i materiali per le sepolture. In questo secolo
si abbandonano le aree più lontane dalla città, di conseguenza nel IV secolo
risultano ancora utilizzate le zone della necropoli di levante e di quella di
occidente più vicina alla città. Nel IV secolo i militari di stanza a
Concordia, gli addetti della fabbrica di frecce, i mercanti siriaci e anche
alcuni cittadini di Concordia ebbero i mezzi necessari per permettersi
sarcofagi in pietra collocati nel cosiddetto sepolcreto dei Militi e presso gli
edifici sacri, tuttavia i sarcofagi del Piazzale presentano segni di
distruzione e riutilizzo. Nel sepolcreto di levante, alcuni sarcofagi violati e
con tracce di demolizioni hanno fatto ritenere che il sepolcreto fosse stato
distrutto durante l'invasione di Attila del