OSTIA ed il COMMERCIO
ricerca di
Marazzini Anna – Biasizzo Verbena – Sera Livio
Liceo Classico “C.CAVOUR” - Classe V D
VIAGGIO
D'ISTRUZIONE ad OSTIA ANTICA e COSA
28 febbraio – 1 marzo 2008
***
La città di Ostia era un'importantissima base commerciale: il suo porto, ideato da Augusto, venne costruito da Claudio ad alcuni chilometri di distanza dalla città, e fu in seguito ampliato da Traiano; esso accrebbe i commerci ostiensi con tutto l'Occidente latino.
Il commercio prevalente era quello delle anfore e dei cereali: nel porto di Ostia approdavano tutte le navi cariche del frumento che veniva poi trasportato a Roma. Ostia fu quindi la sede della vasta organizzazione annonaria della capitale. L'annona era uno dei più vasti organismi organizzativi dell'antica Roma: si occupava dell'approvvigionamento della popolazione e dell'assistenza ai nullatenenti. Questi compiti furono affidati da Augusto ad una magistratura apposita
Principali EDIFICI COMMERCIALI di Ostia
L'aula dei Mensores
Nell’antica Roma il grano
veniva misurato dai mensores, o misuratori. Essi solitamente
lavoravano in sale vicine agli horrea, e svolgevano compiti di controllo e
pesatura del frumento; erano riuniti in associazioni collegiali, strettamente
legate all'annona.
Inizialmente i mensores erano
divisi in tre corpi:
-
gli acceptores,
che sovrintendevano alla consegna del grano da parte delle navi frumentarie;
-
gli adiutores,
che si occupavano di calcolare la quantità di grano portata nei magazzini;
-
i nauticarii,
che controllavano il frumento imbarcato sui pontoni fluviali.
Questi tre corpi si unirono
nel II secolo d. C. in un'unica corporazione.
AD OSTIA In un
recinto trapezoidale risalente stretto tra la via della Foce e i retrostanti horrea
si trova l’aula dove si
riunivano i misuratori del grano. L’ampia sala venne ristrutturata verso il 235 d. C., epoca
a cui risale anche il mosaico che ha permesso agli studiosi
di dimostrare la
funzione della sala: vi sono infatti raffigurati un mensor al lavoro, con il moggio e il rutellum
(un bastone con cui pareggiare il grano nel moggio), e attorno
alcuni facchini intenti a svuotare e trasportare i sacchi, mentre un ragazzo conta i sacchi infilando
delle perline su una cordicella. Una stele recante l’epigrafe “Al patrono dell'associazione
dei mensores” non lascia dubbi riguardo alle funzioni della stanza. Nel recinto,
sulla destra, si trova anche un tempio, molto
probabilmente il luogo
di culto dell’associazione collegiale dei mensores.
La fornace
per laterizi
AD OSTIA Non distante
dall'aula dei mensores si trovava una fornace per laterizi. Occupava un edificio costruito nel II secolo
d. C. nel quale possiamo distinguere i resti di un gran- de forno. La fornace produceva tegole e mattoni,
rinvenuti in un deposito nei pressi.
Il macellum e le
tabernae dei pescivendoli
Il termine macellum,
nell’antica Roma non aveva lo stesso significato che oggi noi attribuiamo
all'italiano macello: infatti era semplicemente il mercato delle
carni. Tra le carni i Romani prediligevano quella di maiale, poi quella di
pecora e di animali da cortile (galline, oche, conigli, ma anche piccioni),
mentre mangiare carne di manzo, per alcuni secoli, fu addirittura vietato,
poiché i buoi erano necessari al lavoro nei campi e macellarli costituiva reato.
AD OSTIA Al macellum
di Ostia si accede attraversando un portico; un passaggio tra le colonne dell’ingresso
porta al piazzale interno del mercato,
pavimentato di marmi e con una vasca
centrale. Un'epigrafe posta su una delle colonne sul fondo del piazzale per- mette di identificare con
certezza l’edificio: infatti è scritto “lege et intellige mutu loqui ad macellum”,
dall'interpretazione incerta: potrebbe riferirsi ad un miracolo cristiano, oppure
semplicemente significare “al mercato si fanno molte chiacchiere”.
Ai due lati dell’entrata vennero ricavate e
metà del III sec d.C. due tabernae,
proba- bilmente destinate alla vendita del pesce, come possiamo
capire dalla presenza di vasche
marmoree e tavoli di vendita: le tabernae dei pescivendoli. Sulla vasca
di sinistra è visibile un
mosaico raffigurante un delfino che addenta un polipo, con il motto ‘Inbide, calco te’
cioè ‘invidioso ti calpesto’.
Il pesce entrò piuttosto
tardi nella cucina dei romani, ma dal II secolo a.C. essi divennero grandi
consumatori di questo
alimento. Molto apprezzati
erano il polpo, la murena, l’aragosta, il calamaro, la spigola, l’orata e la
triglia.
Gli Horrea
Erano chiamati horrea i depositi di frumento,
solitamente grano e orzo, ma anche usati per contenere olio, vino, e talvolta
papiri e carta. Gli horrea granari erano facilmente riconoscibili per via del
loro pavimento rialzato. Essi erano situati lungo i più importanti percorsi
commerciali cosicché potessero essere riforniti più facilmente. Gli horrea
erano largamente diffusi nel territorio dell’impero. Nonostante adattamenti e
variazioni, dovuti alla qualità dei prodotti conservati, essi erano costituiti
fondamentalmente da uno o più edifici (spesso a se stanti, situati poco
distaccati dalla casa), che si aprivano intorno a vasti cortili e porticati,
dove talvolta si effettuava anche la vendita delle merci. Questi erano suddivisi in una serie di celle
con i muri molto spessi affinché le merci al loro interno si potessero meglio
conservare e avevano, solitamente, un’ unica entrata che garantisse un efficace
controllo.
AD OSTIA Horrea
Epagathiana et Epaphroditiana
Questi horrea furono costruiti intorno
alla metà del II secolo d.C.; l loro nome, pre- sente
in un'iscrizione su marmo, indica che si trattava di magazzini privati,
probabil- mente di
proprietà di due ricchi liberti di origine greca, Epagato ed Epafrodito.
Dell'edificio
in mattoni è stato ricostruito il ricco portale con un timpano sostenuto da due colonne corinzie; è
caratteristica la presenza di una seconda porta interna, segno
che nell'edificio erano
conservate merci preziose.
La pianta interna presenta un cortile
porticato pavimentato a mosaico e ornato da edicole,
su cui si aprono sedici locali, il più grande dei quali era forse adibito a
uffi- cio; altri locali
simili dovevano trovarsi al piano superiore, raggiungibile tramite due scale interne. Il muro di
fondo di un altro locale sul lato sud coincideva con il muro del castrum di età
repubblicana, che in parte è ancora conservato.


(Horrea Epagathiana et
Epaphroditiana, pianta e veduta del portale d'accesso)
AD OSTIA Grandi
horrea
Costruiti poco lontano dal Foro verso la metà
del I secolo d.C., sono il più grande e complesso
edificio commerciale di Ostia; furono ampliati ulteriormente verso la fine del II secolo, ed
utilizzati come horrea granari: le profonde celle in mattoni furono dotate di suspensurae,
ovvero di pavimenti sollevati da terra di circa
L'ingresso agli horrea era troppo
stretto perchè i carri potessero accedere al cortile porticato: i sacchi di grano venivano trasportati a
spalle da facchini, detti saccarii.
Le celle sono disposte su tre lati di un
grande cortile quadrangolare; al centro del cortile
furono aggiunte due altre serie di celle in mattoni, per sfruttare appieno lo spazio disponibile; un portico
continuo corre davanti agli ingressi delle celle, seguen- do un percorso a “U”. Sul lato est
si può ancora vedere un tratto del muro perimetrale di costruzione massiccia, in blocchi di pietra,
come si usava fino al I secolo d.C.
Le celle del pianterreno potevano contenere
fino a 7000 t di grano; vi era poi anche un
secondo piano, probabilmente con lo stesso numero di celle e la stessa
capacità: questi
magazzini potevano dunque contenere tutto il grano necessario per la città di Ostia.


AD OSTIA Piccolo
mercato
Questo edificio, costruito nel 120 d.C. e
restaurato successivamente, era sostanzial- mente
un magazzino: era costutuito da un lungo cortile porticato attorno al quale
erano disposte
ventisette profonde stanze coperte con con volte a botte. Del magaz- zino era sfruttato anche il
piano superiore; per accedervi si utilizzavano, per facilitare il trasporto delle merci,
non delle scale, ma delle rampe. Data l'assenza di suspensu-
rae non sembra che
il piccolo mercato fosse usato come granaio.
Nelle celle a sud il muro di fondo coincide,
come negli Horrea Epagathiana, con un tratto
della cinta muraria dell'antico castrum.
Il Thermopolium
Il termine thermopolium
è un termine usato con ironia dal commediografo Plauto per indicare la taverna,
l'equivalente di allora del nostro bar; presso i Romani era più comune
dire popina.
AD OSTIA Nel III
secolo d. C. venne allestito ad Ostia un thermopolium al piano terra di un'insula a pochi passi dal foro.
All’ingresso si trovava un lungo bancone con
una forma a “L”, rivestito di lastre di marmo,
il lato più corto del quale si affacciava direttamente sulla strada. Accanto al
bancone vi era poi la sala
dove gli avventori sedevano attorno ai tavoli; spesso erano disposti anche all’esterno altri
tavoli o banconi, simili ai nostri moderni dehors.
Dietro il bancone c’era una vasca d'acqua
alimentata da una condotta, che fungeva da lavandino. Altra caratteristica del Thermopolium
erano delle scalette di marmo sul bancone, sulle quali venivano
appoggiate anfore e vasi contenenti alimenti e salse. Altre anfore tonde, dette dolia, erano incassate
nel bancone: contenevano vino, olive e
altre salse. Al fondo del bancone trovava posto un braciere, per scaldare le vivande,
mentre in un angolo
era di solito sistemato il forno per le focacce e il pane. Una be- vanda molto diffusa era il piperatum:
una miscela di pepe, erbe aromatiche, vino e acqua
calda.
Nel Thermopolium di Ostia è stato
ritrovato anche un affresco raffigurante del cibo e
degli strumenti musicali; molti lo hanno
interpretato come una specie di menù “fi- gurato”
sulla parete per essere visibile a tutti; più probabilmente è il simbolo di ciò
che poteva offrire questo
locale: cibo, bevande e musica.
Il Pistrinum
del caseggiato dei molini
Nell’antica Roma le
panetterie comparvero nel
I panifici erano costituiti
da più edifici, perché tutte le fasi della produzione del pane avvenivano sul
posto. Il grano, arrivato dal porto, dove veniva pesato, veniva macinato nei
molini in pietra vulcanica; poi nei forni della panetteria venivano cotte le
forme di pane, che erano vendute direttamente sui banconi che si trovavano
nella parte anteriore.
AD OSTIA Di
fronte ai grandi Horrea si trovano alcuni resti di panifici e molini. Il
pistrinum del caseggiato
dei molini, la più importante panetteria della città, fu costruito sotto An- tonino Pio. E’ stato pensato
che i molini del caseggiato dei molini, del vicino caseg- giato delle fornaci e del molino
operassero per il fisco. I panettieri che vi lavoravano dovevano far parte del corpus
pistorum e fornire ai funzionari imperiali, ai vigili e
soprattutto agli schiavi
dell’imperatore la farina ed il pane di cui necessitavano.
Difatti la
maggior parte dei prodotti farinacei di Ostia erano destinate a Roma.
Le fullonicae erano
le lavanderie e tintorie dell’antica Roma: in questi edifici non si lavavano
solo i panni, quello di lavare, ma anche quello di tingerli.
Gli abiti dei Romani erano
perlopiù in lana (quelli più pesanti o per le persone di inferiore classe
sociale), in lino oppure in seta, materiale molto costoso, che solo le famiglie
più ricche potevano permettersi. La stoffa lavorata nella fullonica di
Ostia era la lana, che era trattata per essere resa più morbida e più
resistente. I panni di lana venivano posti in grandi vasche di pietra dove
erano pressati con i piedi, e poi strizzati e stesi ad asciugare.
La fullonica era
formata da un ambiente composto da una serie di vani separati tra loro da bassi
muretti, che permettevano ai tinctores di appoggiarsi e pressare così i
panni con più energia. Quest’operazione veniva chiamata follatura. Allo stesso
modo si potevano anche tingere i panni, versando della porpora o della tintura
colorata alle vasche.
Dopo essere stati
strizzati, i panni vanivano stesi su un apposito sistema di stenditura, che
consisteva nel fissarli su alcuni travicelli incastrati nella parete.
Ad Ostia si tingeva la lana
proveniente dalla Puglia dall’Istria e da Padova, per essere poi inviata a
Roma.
AD OSTIA La fullonica
dietro la caserma dei vigili è una delle più grandi di Ostia. Venne cos- truita nel II d.C. E’ composta
da una grande sala che ospita tre grandi vasche, alter- nate a pilastri destinati a sorreggere la copertura.
A destra c’è una serie di stanzette per
la pigiatura dei panni, mentre sul fondo, verso nord, l’impianto è completato
da un cortiletto porticato
provvisto di banconi.
Il piazzale
delle Corporazioni
Il Piazzale delle
corporazioni ospitava gli uffici delle corporazioni di Ostia; le corporazioni
erano associazioni di lavoratori che svolgevano lo stesso mestiere.
Inizialmente sui tre lati
dell’edificio esisteva un corridoio coperto, che sotto Claudio venne modificato in un portico con una sola fila di
colonne laterizie, al centro del quale si innalzava un tempio, presumibilmente
dedicato al dio Vulcano. Sui lati si aprivano sessanta vani, destinati ad
ospitare gli uffici delle corporazioni, degli armatori e dei mercanti che
lavoravano a Ostia. Parte dell’area rimase invece libera, probabilmente
occupata da giardini e adorna di statue onorarie di personaggi legati al
commercio.
Il pavimento era decorato
con splendidi mosaici del II-III secolo d.C. che rappresentavano alcune scene
di navigazione e di commercio, e che venivano periodicamente rifatti, poiché
questo era un luogo di passaggio, e il continuo calpestio logorava i mosaici.
I più importanti fra essi
rappresentano:
1)
L'anfora della
mauretania – Raffigura un otre
raffigurato tra due palme: si tratta di un’anfora d’olio proveniente dalla
Mauretania, come indica l’iscrizione “M.C.” (Mauretania Caesariensis).
2)
Il soggetto marino – Raffigura un tritone a cavallo di un ippocampo (mosaico presumibilmente
più antico degli altri, che ricorda quello delle terme di Nettuno, dal quale
riprende il senso del movimento e la leggerezza delle forme).
3)
Il banco
libico – Raffigura un elefante che
simboleggia il commercio dell’avorio; vi si legge ”stat[io] Sabratensium”
infatti questo tipo di commercio era tipico della città di Sàbratha, in
Libia.
4)
La riserva
africana – Raffigura n cinghiale, un
cervo ed un elefante, animali destinati alle ‘venationes’ cioè i giochi
con combattimenti tra gladiatori ed animali o tra soli animali.
5)
Il mosaico
dell’amore – Raffigura Amore che cavalca
un delfino. Due medaglioni in alto rappresentano forse l’Africa, produttrice di
grano. Tutto è in movimento: il mare, evocato dalle linee parallele, e il corpo
dei delfini, con la striscia bianca ondulata.
Le Cauponae
Nell’antica Roma le locande
si chiamavano cauponae. Di solito erano costruite su due o più piani: in
questo modo il pian terreno era adibito a ristorante, mentre in quelli
superiori si trovavano delle camere in
cui era possibile pernottare. Inoltre spesso vi era anche una stalla, dove
venivano ricoverati i cavalli dei viaggiatori che si fermavano alla locanda. Spesso
le cauponae erano locali angusti e disadorni, con i muri incisi da
scritte e segni lasciati dagli avventori.
AD OSTIA La
caupona di Fortunato
La caupona
di Fortunato, che prende probabilmente nome da uno dei suoi proprie- tari, era situata in posizione
strategica tra due vie di grande traffico. Il piccolo mo- saico risalente alla prima
metà del III secolo d.C. raffigura un cratere e riporta l’iscri- zione: “[Dicit]
Fortunatus: [vinum e cra]tera quod sitis bibe” (“Dice Fortunato: poiché hai sete, bevi il
vino dal cratere”).
La caupona
di Alexander
Un'altra caupona è quella di
Alexander, anch'essa situata in posizione strategica, con una larga soglia verso il decumano
per sfruttare al massimo il passaggio di chi entra- va o usciva dalla città. La stanza centrale è un
ambiente che ospita una vasca e un banco
di vendita affiancato da due vasche minori, elementi aggiunti solo in età seve- riana, quando da semplice
bottega era diventò una caupona.
In un mosaico sono raffigurati due pugili; ma
troviamo anche un'immagine di Venere nuda allo specchio affiancata da
un amorino: rappresentazione che rende verosimile l'idea che in questa locanda ci si dedicasse, oltre
ai piaceri del cibo e del vino, anche a
quelli dell'amore.
Bibliografia
-
Ostia, Carlo Pavolini, Guide archeologiche Laterza
-
Vita Romana, Ugo Enrico Paoli, Oscar Saggi Mondadori
-
Roma, Touring Club Italiano
- Una giornata nell’antica Roma, Alberto Angela, Oscar Mondadori