LA CASA ROMANA

 

 

Due sono le tipologie della casa romana: la domus, ricca abitazione di proprietà dei patrizi, sviluppata attorno ad un cortile e di solito con un unico piano, e l’insula, casa a più piani, suddivisa in vari appartamenti, abitati dai plebei.

Le insulae iniziano ad essere costruite nel IV secolo a.C. quando l’incremento della popolazione rende necessario il reperimento di più numerosi nuclei abitativi; queste case sono suddivise in cenacula, simili ai nostri appartamenti, le cui camere non hanno una precisa funzione, come nella domus.

Invece la domus si sviluppa attorno ad un cortile interno e non si affaccia sulla via tramite alcuna finestra; è composta da sale di cui, già al momento della costruzione, è stato deciso l’uso.

 

 

Le stanze della domus

Dalla via si accede ad un piccolo corridoio (vestibulum) che conduce all’ingresso (fauces) dove si trova la porta (ianua) chiusa da imposte di legno serrate da sbarre, chiavistelli e chiavi. Dalla porta si entra nell’atrium, la stanza più importante della casa, attorno alla quale si sviluppano gli altri ambienti; qui si trovano l’impluvium, che serve per raccogliere l’acqua, situato sotto l’apertura nel tetto e l’immagine del dio domestico (lar) conservato all’interno del larario, nel quale si trova anche una sorta di cassaforte contenente i documenti e gli oggetti preziosi. Le famiglie nobili adornano le pareti delle alae, prolungamenti dell’atrium, con i busti raffiguranti gli antenati.

Le altre stanze principali sono: il tablinum, che non è separato dall’atrium né da porte né da pareti, al cui interno il padrone di casa svolge i propri affari e tiene la contabilità sui suoi registri;  al di là di esso si trovano le fauces, due stretti passaggi che conducono al peristylium; quest’ultimo è il giardino o cortile che si trova dietro la casa; i triclinia, le sale da pranzo; la bibliotheca; la pinacotheca.

 

 

Caratteristiche dell’insula

Le insulae si dividono in due categorie: quelle il cui pianterreno è occupato in tutta la sua lunghezza da una casa che assume il nome di domus e appartiene a persone di un certo rango e quelle il cui pianterreno è suddiviso in molti locali che vengono adibiti a botteghe (tabernae). Queste ultime sono composte da una piccola stanza nella quale, in un angolo, c’è una scala che conduce ad un soppalco illuminato da una finestra oblunga, dove vivono i proprietari della bottega.

Le insulae si sviluppano in altezza e già nel III secolo a.C. quelle a tre piani sono comuni. Successivamente l’altezza delle case aumenta in rapporto alla crescita di abitanti, ma non vengono prese le dovute misure di sicurezza per evitare gli eventuali crolli; così alcuni imperatori promulgano delle leggi per regolare l’altezza di questi edifici, ma nonostante ciò i privati riescono sempre a trovare un modo per aggirare il regolamento, giacché cercano di economizzare sulla resistenza dei muri e sulla qualità dei materiali, per ottenere maggiori guadagni.

 

Metodi di costruzione

I principali materiali da costruzione utilizzati sono il calcare, il tufo vulcanico, il mattone cotto e il calcestruzzo. Inizialmente le insulae vengono costruite con l’opus craticium, ma essendo facilmente infiammabile o a rischio di crolli improvvisi, viene sostituito da altri materiali; per le fondamenta si usa in genere il calcare o il calcestruzzo. Nelle case dei ricchi si possono trovare marmi e altri materiali pregiati d’importazione. I tetti sono in legno rivestito da tegole in terracotta rettangolari, la cui giuntura è coperta da una tegola semicilindrica. Tuttavia i rischi di incendi sono molto frequenti per diverse cause: la pesante struttura dei pavimenti richiede l’utilizzo di travi in legno, l’uso di stufe portatili, di candele, di lampade fumose e di torce per l’illuminazione notturna. Per risolvere questo problema l’imperatore Augusto ha istituito un corpo di “vigili del fuoco”. Ancora una volta, coloro che abitano agli ultimi piani delle insulae sono svantaggiati perché non ci sono vie di fuga, se l’incendio arriva dal basso, e talvolta non è nemmeno possibile accorgersene in tempo.

 

Gli arredi

Ø       Tavoli e sedie

Gli arredi sono scarsi e non paragonabili a quelli odierni; le sedie e i tavoli sono pochi e vengono spostati da una stanza all’altra. Le sedie non sono molto usate perché la gente mangia e lavora coricata e per questo motivo non ne sono state trovate molte negli scavi archeologici. Nella vita quotidiana sono frequenti banchi o sgabelli senza braccioli e spalliera, pieghevoli, che possono essere portati con sé. Un tipo particolare di sgabello è le sella curulis, utilizzata dai magistrati romani nelle occasioni importanti: ha gambe incrociate che terminano con piedini zoomorfi. Sono anche comuni le panche, considerate il sedile dei poveri; la maggior parte di esse è in legno, ma ne sono state trovate anche alcune in bronzo, impiegate nei luoghi pubblici.

 

Ø       I letti

I letti, o divani a seconda del loro uso, sono molto usati. Il tipo più comune è costituito da un materasso sorretto da un’intelaiatura in legno. Essi servono per mangiare, dormire di notte e durante la siesta, ricevere persone, leggere e scrivere durante tutto il giorno.

I letti sono di varie dimensioni: i letti ad una piazza, a due piazze per le copie di sposi, a tre posti per la sala da pranzo, fino ai letti a sei posti nelle case di coloro che amano ostentare le proprie ricchezze. I materiali utilizzati per la loro costruzione sono diversi: i più comuni sono in legno, ma ve ne sono anche in bronzo. Nella età arcaica i Romani usano mangiare seduti su sgabelli, poi ereditano dai Greci l’usanza di stare sdraiati; le sale da pranzo non sono molto grandi, la mensa è quadrata, occupata su tre lati da letti; ogni letto ospita tre convitati e i posti sono distribuiti in base all’ importanza del commensale.

Il letto più prestigioso è il medius, dopo il quale viene il summus, da ultimo l’imus; i primi due sono riservati agli invitati, invece il terzo è destinato alla famiglia; sulla mensa al centro si collocano i cibi e su ogni letto si trova un cuscino per appoggiare il gomito. Su tripodi o altri tavolini sono poggiate le stoviglie o i vasellami di gran bellezza, spesso d’argento o d’oro nelle case più ricche, con pietre preziose incastonate; nelle case plebee si trovano solo vasi d’argilla.

La sala da pranzo è generalmente collocata sul lato nord-orientale dell’atrium; nelle case più ricche ve n’è una per l’inverno e una per l’estate; quest’ultima è costruita in un locale che si affaccia sul giardino o anche all’aria aperta.

 

Ø       L’illuminazione

L’illuminazione è molto scarsa, persino nelle dimore più ricche, poiché le vaste aperture in certe ore non lasciano penetrare né la luce né l’aria, al contrario in altre ore illuminano o ventilano eccessivamente. Perciò le abitazioni sono riparate con tele o pelli che risultano,però, poco utili, oppure con imposte di legno che proteggono dal freddo e dalla pioggia, ma non lasciano penetrare la luce. Dalle fonti letterarie emerge che le stanze sono separate anche da tendaggi, in sostituzione delle porte o delle ante degli armadi.

Vi sono molte e bellissime lampade, la cui utilità è dubbia, poiché il lucignolo consiste di pochi fili intrecciati male, che per un buco penetrano nel recipiente dell’olio e non ci sono vetri per proteggere la fiamma.

 

Ø       Il riscaldamento

Il riscaldamento, soprattutto nelle insulae, è molto difettoso. Nei cenacula non è possibile accendere dei fuochi, esiste un rudimentale sistema di riscaldamento applicabile, però, solamente ai primi piani, poiché viene sistemato sotto il pavimento, o nelle pareti. Esso è costituito da uno o più fornelli, alimentati da legna o carbone di legna e posti nella camera del calore, caratterizzata da piccole pile di mattoni tra le quali circola il calore;

 

Ø       L’acqua

Le insulae non sono ben provviste d’acqua. I Romani hanno costruito una rete idrica per portare l’acqua in città, infatti il numero di fontane, soprattutto a Roma, è elevatissimo, così come il numero degli acquedotti,  ma questo servizio è pubblico, non destinato all’uso privato. Tuttavia in alcune case distribuite su un solo piano e appartenenti ai ricchi si trovano tracce di derivazioni private degli acquedotti. Nelle insulae, invece, l’acqua arriva solo ai primi piani, perciò chi vive nei cenacula ai piani più alti è costretto a prenderla alle fontane; ciò complica la cure per la pulizia, destinando gli appartamenti ad essere sempre sporchi.

 

Ø       Il gabinetto

Il gabinetto si trova generalmente nei pressi della cucina, per utilizzare lo stesso scarico; quest’ultimo finisce in una fognatura pubblica o in un pozzo nero che deve essere svuotato regolarmente. Le case dei più ricchi sono dotate di una propria latrina, talvolta anche con un sistema ad acqua corrente come quello delle latrinae pubbliche; vi arrivano le acque degli acquedotti, ma, nell’eventualità che la casa sia troppo lontana, i rifiuti cadono in una fossa sottostante, periodicamente svuotata dai mercanti di concime. Molte persone meno abbienti si recano alle latrine comuni amministrate da appaltatori del fisco, pagando una piccola tassa. I più poveri svuotano i propri vasi che tengono in casa dentro il recipiente, posto nel vano della scala. Diffusa è anche l’abitudine di gettare il contenuto del vaso da notte giù dalla finestra e qualora qualcuno venga colpito, può sporgere denuncia.

 

Ø       La cucina

Poiché gli addetti a cucinare sono gli schiavi, la cucina ha un’importanza inferiore a quella odierna e non le è destinato un ambiente specifico. Di solito essa è dotata di una stufa, un lavandino e delle mensole a muro. Il forno è una costruzione quadrata in muratura, al di sotto del quale c’è uno spazio per il carbone e le fascine; il fuoco si accende sul ripiano superiore e i cibi cuociono in pentole montate su tripodi in ferro e sulla griglia. Non ci sono camini, quindi il fumo esce dalle finestre.

 

 

 

 

OSTIA ANTICA

 

 

 

Domus Fulminata

Si trova subito oltre l’area del Monumento Funerario, ed è una testimonianza di come il quartiere, dopo la prima utilizzazione cemeteriale, fu presto urbanizzato. La domus venne costruita infatti in età neroniana o nella prima età flavia (65-75 d.C.), in mattoni rossi; subì poi nel II-III secolo poche modifiche, fra le quali il rifacimento adrianeo delle botteghe sulla facciata.

L’ingresso è a protiro colonnato. L’interno si articola attorno a un peristilio con colonne laterizie (alcune binate o raggruppate per tre), interessante dal punto di vista storico: mostra infatti il momento di passaggio dalla casa ad atrio e peristilio di tradizione repubblicana alla casa con cortile porticato, tipica della Ostia del II sec.d.C. Qui si fa sentire la carenza di spazio: scompare l’atrio, e il peristilio assume la funzione di ambiente centrale di disimpegno, conservando però le colonne. L’intera area del peristilio, scoperta, doveva essere un giardino. E’ dotata di due letti in muratura (biclinio) per i pasti; fra i letti c’è un’ara marmorea rotonda, sul fondo un’edicoletta laterizia (larario), e sul davanti una vasca il cui bordo era ornato da un mosaico policromo a tessere blu e gialle. All’angolo sud-ovest del peristilio, un tumulo in muratura ricorda il prodigio che dà il nome alla casa: la caduta di un fulmine, che dovette essere ritualmente sepolto e consacrato per placare l’ira divina; l’iscrizione dice: f(ulgur) d(ium) c(onditum), “qui è sepolto un fulmine divino”. La decorazione musiva della casa ebbe più fasi; mosaici figurati della prima metà del II secolo ornavano l’ambulacro sud (sinistro) del peristilio, con riquadri a soggetti mitologici (Venere, Leda).

Si lasciano a destra due vasti ambienti, forse con destinazione commerciale, costruiti in età traianea o adrianea, ma con restauri e aggiunte fino alla tardissima antichità; sono affiancati a sud da un largo passaggio a corridoio aperto sul decumano, facente parte dello stesso fabbricato.

 

Domus del Ninfeo
Questa domus è stata ricavata nel IV secolo da un preesistente caseggiato di età adrianea, lasciandone però quasi inalterata la fronte a tabernae sul Decumano massimo. Molti degli ambienti ricevettero una ricca decorazione con pavimenti in opus sectile e specchiature marmoree alle pareti.

Si entra direttamente nel cortile, che rappresenta in queste domus la soluzione particolare data dall’edilizia abitativa tardo-antica al problema di luce interna, spesso di attualità nella storia della casa romana. Di forma allungata, tale cortile ha sulla destra un ninfeo del tipo più suntuoso, cioè a prospetto architettonico ornato da nicchie rettangolari e semicircolari: da queste l’acqua, scivolando su cascatelle marmoree, andava a riempire la vasca oblunga, anch’essa rivestita di marmi. A sinistra dell’ingresso, la sala si apre sul cortile con una trifora ad arcate laterizie sostenute da colonne. Più avanti, sempre a sinistra comunica in parte col cortile il corridoio-portico, che dà accesso alla serie di stanzette. Dalla parte all’ingresso, infine, si apre la sala sopraelevata con ingresso a colonne.

Dal corridoio si passa alla grande sala, una sorta di vestibolo della domus verso il decumano massimo, creato incorporando una delle botteghe adrianee. L’ambiente era un tempo ornato da pitture raffiguranti forse scene di vita in una villa rustica (i padroni di casa erano evidentemente ricchi latifondisti). Dal vestibolo, attraversando un sottoscala, si accede infine agli ambienti per la servitù.

 

Case a Giardino

Sono un complesso residenziale nato durante il regno di Adriano su di uno spazio trapezoidale, occupato parte da abitazioni e parte da giardino.

Il nucleo abitativo si trova al centro del giardino, diviso in due blocchi; il piano terra non é occupato da botteghe; lo spazio verde é arricchito da sei fontane.

Questo complesso sta a testimoniare il grande cambiamento all'interno della città di Ostia, ricca, in continua evoluzione, anche grazie ad i continui scambi culturali.

 

Caseggiato degli aurighi

I bolli sui mattoni permettono di fissare la data della sua costruzione intorno al 140 d.C., nei primi anni del regno di Antonino Pio; ci sono dunque circa 12 anni di differenza rispetto al caseggiato del Serapide, anche se la connessione con quest’ultimo e con le terme è indubbia. L’ambulacro (corridoio) che delimita il cortile sul lato verso le terme ha due pannelli simmetrici eseguiti in età antonina, con le pitture che danno il nome all’edificio: due aurighi su bighe, ciascuno con la palma e la corona, simboli di vittoria. Attraverso l’ambulacro si esce nel cortile, fra i più vasti di Ostia (almeno nel campo dell’edilizia abitativa), con portici ad arcate che si ripetono ai piani superiori; sui lati est ed ovest vi sono ambulacri comunicanti con singoli appartamenti d’affitto o ambienti di lavoro, intervallati da scale per i piani alti. Il cortile è ingombro di vasche e altre strutture aggiunte in fasi successive alla costruzione.

Lungo l’ambulacro ovest (a destra del cortile), l’appartamento subito a destra ha nelle tre stanze interne alcune pitture fra le più fini di Ostia, variamente datate dagli studiosi, ma appartenenti comunque all’età degli Antonini. Lo schema è comune: le pareti sono divise da fasce rosse o nere, orizzontali e verticali, in pannelli bianchi o gialli, disposti su due registri. Questa partizione, di piacevole chiarezza, ha alcuni confronti ad Ostia stessa. La stanza di destra ha al centro un pannello, a destra in basso, un paesaggio fantastico reso con poche rapide pennellate, e in un altro riquadro, a sinistra in alto, una figura fantastica, forse di Scilla. La camera di centro, degli “Amorini”, è decorata nel registro inferiore con analoghi paesaggi e nature morte; nel registro superiore, al centro della parete sinistra, si trova il tema ben noto degli amorini che giocano con le armi di Marte. La stanza a sinistra, “della Caccia”, conserva le pitture più notevoli. I pannelli centrali delle pareti laterali (registro inferiore) hanno, rispettivamente a sinistra lo schizzo “impressionistico” del cacciatore col cervo, e a destra una pantera. Ambedue le scene sono inquadrate da steli vegetali e ghirlande di grande delicatezza.

Percorso l’ambulacro ovest fino quasi in fondo, si entra a sinistra in una stanza ricavata, in una fase successiva alla costruzione, nel portico a pilastri verso la via degli Aurighi. Le mani di pittura sono due: la più antica ha un’articolazione simile a quella dell’appartamento già descritto, con nature morte; quella successiva, eseguita in occasione di un rifacimento edilizio, mostra una rozza e casuale suddivisione della parete, ottenuta con linee schematiche inquadranti motivi isolati di animali, ghirlande, ecc. La stanza comunica col doppio portico a pilastri laterizi, l’elemento architettonicamente più originale della costruzione, disposto obliquamente per raccordare il caseggiato con la via degli Aurighi, che ha un orientamento diverso. Il portico antistante, oltre la via, è a colonne ioniche di travertino.

 

Casette tipo

Le Casette Tipo costituiscono un complesso architettonico e urbanistico di estremo interesse, che anticipa soluzioni moderne ed ha pochi confronti nel mondo romano: si tratta di un piano regolatore concepito in età adrianea per alloggiare, in appartamenti di serie, alcune famiglie di quel ceto medio di impiegati e commercianti il cui numero, ad Ostia, crebbe rapidamente dopo la costruzione del porto. Sotto Adriano, la stessa linea fu seguita con ben diversa monumentalità ed eleganza nell’ideare il progetto delle Case a Giardino.

Le casette sono composte da due blocchi rettangolari, paralleli e simmetrici, divisi ciascuno in due appartamenti. Vi sono spazi per le scale esterne (una per blocco), che dovevano essere di legno condurre a mezzanini. La tecnica costruttiva è piuttosto rozza. I due appartamenti del blocco ovest sono identici, e, nonostante l’aspetto non elegante, riproducono un tipo di pianta usata ad Ostia in abitazioni signorili (l’insula del Soffitto Dipinto, insula del Graffito, oltre alla Case Giardino). L’ingresso immette in un corridoio, dal quale prendono luce due cubicula (stanze da letto); a un’estremità c’è il tablino (soggiorno), all’altra i servizi, cioè la cucina e la latrina (cui si arriva per un altro stretto corridoio). Le case del blocco est presentano poche varianti rispetto a questo schema.

 

Domus di Amore e Psiche

Questo edificio è il primo esempio di abitazione signorile della tarda antichità, riccamente decorata e occupata da una sola famiglia di alti funzionari o di agiati commercianti. In questo come in altri casi, la domus si è impiantata su un precedente edificio laterizio a tabernae, occupando lo spazio di queste. Costruita in opera listata, si può datare ai primi anni del IV sec. d.C. Dal vestibolo si passa al corridoio con pavimento a mosaico policromo. Sul lato destro si apre, con una serie di arcate su pulvini di travertino e colonne, un viridarium o giardino, scoperto e a sua volta ornato sul fondo da un ninfeo a nicchie: ninfei e fontane sono uno degli elementi tipici di queste ricche case tarde. Percorrendo il corridoio fino in fondo, si arriva alla sala principale, decorata con uno splendido pavimento geometrico in opus sectile (opera a tarsie marmoree policrome), e con specchiature di marmi alle pareti. Ambedue i tipi di decorazione sono caratteristici della seconda metà del III e del IV secolo. Da un angolo del vano una scala saliva la primo piano, dipendente dalla domus e riservato probabilmente agli ambienti di servizio.

Tornando verso il vestibolo, si notano sull’altro lato del corridoio una serie di piccole stanze; la decorazione più raffinata è riservata a quella di centro, che ha – come il salone principale – pavimenti in opus sectile e crustae (specchiature) marmoree alle pareti. Al centro c’è un calco del gruppo scultoreo di Amore e Psiche, oggi al museo.

 

Casa di Diana

La Casa di Diana è costruita in laterizio, risale alla metà del II sec. d.C. In quest’epoca, dopo i grandi interventi adrianei, gli spazi edificabili nel centro della città erano ormai ristretti. Chi progettò la casa trovò a est e a nord edifici preesistenti, di età adrianea (rispettivamente il Molino del Silvano e il Caseggiato del Mitreo di Lucrezio Menandro). Gli appartamenti su questi lati non potevano prendere aria e luce dall’esterno: di qui la necessità del cortiletto centrale. Alcune particolarità della pianta (presenza di alcune stanze isolate e di una latrina comune, assenza di cucine negli appartamenti) hanno fatto sorgere l’ipotesi che si trattasse di un albergo, o almeno di una casa in cui singole stanze potevano essere affittate a forestieri di passaggio.

Lo stretto e buio corridoio d’ingresso ha sulla destra due piccoli ambienti (del portiere?) cui segue la latrina. Si passa quindi nell’ambulacro che gira intorno al cortile centrale, circondato da pilastri (alcuni degli spazi tra questi sono stati chiusi da tramezzi). Nel cortile c’è la fontana comune e, di fronte, un quadretto di terracotta rappresentante Diana, divinità che proteggeva la casa e che oggi le dà il nome.

I due ambienti a nord-est sono stati trasformati in mitreo, isolandoli dagli altri e ottenendo così la penombra che doveva richiamare la grotta (spelaeum) in cui nacque Mitra. Il vano più interno ospita un’edicola di culto con nicchia ad arco, nella quale sono inseriti pezzetti di pomice, sempre per imitare la grotta. Davanti, su un ripiano, c’è un altare marmoreo riutilizzato (era in origine sacro all’acqua Salvia e ad Ercole), e dedicato a Mitra da un pater (sacerdote). Dietro l’apertura praticata al centro dell’altare si poneva una lucerna accesa, per scopi rituali. L’impianto del mitreo è della fine del II secolo. Dalla parte opposta , l’ambiente centrale del lato sud aveva in origine una raffinata decorazione pittorica. Le pareti, forse dipinte poco dopo la costruzione della casa, cioè nel 160 d.C. circa, presentano su fondo bianco architetture prospettiche alternate a riquadri con delicati motivi di ghirlande e uccelli. Il soffitto, dipinto in giallo e rosso con quadrati entro cerchi e losanghe entro rettangoli, è forse di una generazione più recente. Nella tarda antichità la stanza fu rozzamente pavimentata con selci e trasformata in stalla. Dalla via una scala conduce al primo piano, organizzato in modo analogo al pianterreno.

 

 

Domus Apuleia

La casa ha una curiosa pianta che ha dovuto sfruttare lo stretto spazio ad L disponibile ed è uno degli ultimi esempi attestati ad Ostia di domus signorile di tradizione repubblicana, poiché l’impianto in reticolato risale all’età traianea: è comunque già molto diversa dalla tipica casa “pompeiana”. Subì più rifacimenti, alla metà del II secolo d.C. in opera laterizia e nel tardo impero in opera listata. Si è pensato che questa fosse la casa della nobile famiglia dei Gamala, costruttori di tempietti, ma l’epoca non corrisponde, inoltre si conserva una tubatura plumbea con inscritto il nome di P.Apuleius.

Lo stretto vestibolo fiancheggiato da stanzette porta al cortiletto con vasca, che è l’elemento architettonicamente più interessante della domus per il suo carattere di transizione. Per la presenza delle colonne più che un atrio corinzio a cielo aperto può definirsi un peristilio centrale: da questa tipologia si svilupperà, nel periodo immediatamente successivo, la casa a cortile porticato tipica dell’edilizia intensiva ostiense. Le stanzette sulla destra hanno pavimenti rialzati appartenenti alla fase della metà del II secolo d.C. Il muro di fondo del cortile, in opera quasi reticolata, fa parte dell’originario recinto attorno all’area dei Quattro Tempietti.

Il braccio ovest della L si organizza intorno a un corridoio e a una serie di stanzette accessibili da questo. Nell’ ambiente a un pavimento a fornelle marmoree colorate della prima fase si è sovrapposto un mosaico bianco-nero, con cerchi concentrici e prospettici di triangoli convergenti verso un gorgoneion (testa di Gorgone), della metà del II secolo d.C. Allo stesso periodo appartengono i mosaici dei vani, mentre ai rifacimenti degli inizi del III secolo d.C. si può datare il pavimento dell’ambiente.

 

 

 

COSA

Casa dello scheletro

La casa dello Scheletro prende il nome da uno scheletro rinvenuto nella cisterna. Il fulcro di questa abitazione, risultato della fusione avvenuta all'inizio del I sec. a.C. delle aree dei giardini di cinque piccole case precedenti, è l' atrium con impluvium su cui si affacciano una serie di eleganti ambienti contraddistinti da fini decorazioni pavimentali e parietali. Nella parte posteriore della Casa si estende un'area scoperta, l'hortus, fornita di dimensioni rilevanti. Nella Casa dello Scheletro risultano anche degni di nota i concreti segni di agiatezza del suo ignoto proprietario: oltre alla sicura presenza di un piano superiore, forse destinato alle camere per il personale, devono essere messe in rilievo le numerose stanze di soggiorno di questa abitazione e la presenza di un portico colonnato che fungeva da ambiente di passaggio verso il giardino.

 

Casa di Diana

La Casa di Diana fu scavata e restaurata tra il 1995 e il 1999. Questa era una casa molto ampia, costruita su una pianta di atrio, molto simile a quello della casa di Sallustio a Pompei. Fu costruita intorno al 170 a.C. e fu interamente ricostruita nel periodo augusteo, del quale abbiamo una serie di mosaici. Nel 50 d.C.  sembra che sia diventata la casa di Lucio Titinio Glauco Lucreziano e un piccolo santuario in onore  della dea Diana fu aggiunto nel giardino.

 

 

 

GLOSSARIO

 

Crustae marmoree: figure di marmo in bassorilievo.

Opus craticium: tecnica di costruzione economica di muri e tramezzi con intelaiature di legno a riquadri, riempiti con pietrame legato con calce e fango.

Opus latericium: tecnica di costruzione di un muro con filari orizzontale di tegole o mattoni, sovrapposti regolarmente.

Opus listatum: tecnica di costruzione di un muro con filari orizzontale di tegole o mattoni, alternati a filari di blocchetti di pietra parallelepipedi.

Opus mixtum: tecnica di costruzione di un muro con specchiature in opus reticulatum, delimitate da fasce orizzontali e testate in opus latericium o in opus listatum.

Opus reticulatum: tecnica di costruzione di un muro con blocchetti di pietra o di terracotta a superficie esterna quadrata, disposti a formare una rete di rombi.

Opus sectile: decorazione pavimentale o parietale di piastrelle di marmo geometriche o figurate.

Pulvino: elemento architettonico compreso tra il capitello e l’imposta di due o più archi, in pietra liscia o lavorata, con funzione di ripartire sulla colonna il peso delle strutture sovrastanti.

 

 

 

INDICE

 

Introduzione pag. 1

Le stanze della domus pag. 1

Caratteristiche dell’insula pag. 1

Metodi di costruzione pag. 2

Gli arredi:

Ø       Tavoli e sedie pag. 2

Ø       Letti pag. 2

Ø       L’illuminazione pag. 3

Ø       Il riscaldamento pag. 3

Ø       L’acqua pag. 3

Ø       Il gabinetto pag. 3

Ø       La cucina pag. 3

Domus Fulminata pag. 4

Domus del Ninfeo pag. 4

Case a giardino pag. 4

Caseggiato degli aurighi pag. 4

Casette tipo pag. 5

Domus di Amore e Psiche pag. 5

Casa di Diana pag. 6

Domus Apuleia pag. 6

Domus dei Dioscuri pag. 7

Casa dello scheletro pag. 7

Casa di diana pag. 8

Glossario pag. 8

 

 

 

Paola Fiasconaro, Giulia Manfrino & Claudia Marengo

Liceo Classico Cavour VD