Già 200 anni prima che Agrippa creasse le prime terme nel 25 a.C., il bagni (balnea) erano molto frequentati dai romani; ma fu dopo Agrippa che gli imperatori romani fecero a gara per superare i loro predecessori con Terme sempre più grandiose. Per assicurare la loro popolarità, le tariffe di ingresso alle terme venivano tenute molto basse, se non gratuite. Terme sorsero ovunque nell'impero, e alcune erano tanto grandi da poter contenere 6000 persone.

 

Le terme romane erano degli edifici pubblici con degli impianti che oggi chiameremmo igienico-sanitari e rappresentavano uno dei principali luoghi di ritrovo durante l'antica Roma.

Esistevano due tipi di terme, quelle più povere destinate al popolo e quelle destinate ai ricchi; queste ultime erano dei veri e propri monumenti e piccole città all'interno della città. Le prime terme nacquero in luoghi dove era possibile sfruttare le sorgenti naturali di acque calde o dotate di particolari doti curative. Col tempo, soprattutto in età imperiale, si diffusero anche dentro le città, grazie allo sviluppo di tecniche di riscaldamento delle acque sempre più evolute.

Vicino all’entrata erano disposti gli spogliatoi in cui i bagnanti venivano a svestirsi: apodyteria. Poi il tepidarium, larga stanza la cui temperatura, soltanto intiepidita, stava trai il frigidarium a nord e il caldarium a sud. Il frigidarium, troppo vasto per essere coperto, conteneva la piscina in cui si immergevano i bagnanti. Il caldarium che veniva preceduto da camere (sudatoria, laconica) la cui alta temperatura provocava una traspirazione da bagno turco, formava una rotonda illuminata dal sole di mezzogiorno e del pomeriggio, riscaldata grazie alle suspensurae, che erano pavimenti costruiti in modo che, invece di essere direttamente a contatto col suolo fossero sostenuti da colonnette di mattoni, lasciando così sotto uno spazio vuoto nel quale l‘aria caldo potesse circolare liberamente; essa era circondata da piccole sale in cui ci si poteva bagnare singolarmente e a sua volta racchiudeva una gigantesca vasca di bronzo, la cui acqua era mantenuta al grado richiesto di calore per mezzo del forno collocato immediatamente sotto la vasca. La maggior parte delle terme includeva anche centri sportivi, piscine, parchi, librerie, piccoli teatri per ascoltare poesia e musica e una grande sala per le feste. Si trovavano anche ristoranti e locande per dormire o passare alcune ore in piacevole compagnia.

 

Orari: per quanto riguarda gli orari di apertura le fonti sono contraddittorie tra di loro: secondo alcune infatti le porte dei vari locali annessi erano aperte al pubblico, senza distinzione di sesso dall’ora quinta del giorno; all’ora sesta si apriva edificio centrale, ma alle sole donne. All’ora ottava, o alla nona, veniva per gli uomini il turno di entrare nei bagni dove erano liberi di stare fino all’undicesima o alla dodicesima ora; secondo altre fonti invece nessuno, tranne in caso di malattia, poteva bagnarsi nelle terme pubbliche prima dell’ora ottava.

 

Donne: Niente vietava alle donne di fare il bagno con gli uomini. Altrimenti erano libere di andare alle balneae specialmente previste per loro uso esclusivo. Ma c’erano molte donne che fortemente attratte dagli esercizi sportivi che precedevano i bagni nelle terme, piuttosto che rinunciarvi preferivano compromettere la loro reputazione facendo il bagno con gli uomini. Adriano tra il 117 e il 138 separò i bagni secondo i sesso, assegnando ore differenti ai bagni degli uomini e a quelli delle donne.

 

Tariffe: il prezzo richiesto era di un quarto di asse (quadrans), inoltre i ragazzi erano dispensati dal pagamento.

 

Un pomeriggio alle terme

I cittadini romani terminavano il lavoro nelle prime ore del pomeriggio e si recavano alle terme, che aprivano a mezzogiorno, prima del pasto principale.

All’interno delle palestre si praticavano molti sport, il trigon (palla a tre), la pallavolo, l’harpastum (simile all’odierno rugby). Qualche volta la palla riempita di sabbia o di piume veniva sostituita da un pallone riempito d’aria, che i giocatori si disputavano come nel basket. Oppure il pallone, molto grosso, veniva riempito di terra o di farina e i giocatori lo tempestavano di pugni (come in punching-ball). Oppure si esercitavano con spadoni contro un palo di esercitazione, o correvano semplicemente o si esercitavano con il manubrio.

La lotta, per la quale conveniva che gli atleti si spalmassero la pelle di ceroma (unguento fatto di olio e cera) e poi di uno strato di polvere, si svolgeva nelle palestre dell’edificio centrale.

 

Il bagno seguiva alla lotta e solitamente in primo luogo il bagnante coperto di sudore andava a svestirsi negli apodyteria; poi entrava in uno dei sudatoria, che fiancheggiavano il caldarium, e in quell’ atmosfera di vapori surriscaldati attirava la traspirazione; poi entrava nel caldarium , dove la temperatura era sempre elevata, e nel quale, accostandosi al labrum, poteva anche aspergere la pelle madida di sudore con acqua caldissima e poi raschiarla con lo strigile. Quando era pulito e asciutto, si fermava nel tepidarium per graduare il passaggio di temperatura e infine correva a gettarsi nella piscina dell’acqua fredda del frigidarium.

Successivamente ci si recava nella altre aree delle terme dove si poteva leggere o partecipare ad altre attività o assistere ad attrazioni.

 

Le strutture

Grandi acquedotti, di cui restano notevoli rovine in tutto il mondo romano, alimentavano le terme. Il calore era uniformemente distribuito attraverso muri cavi e pavimenti sovrapposti a vespaio, in cui circolava aria calda.

 

L'abbandono

In tarda epoca cristiana, per il divieto di recarsi alle terme il sabato e la domenica, per l'eccessivo costo di manutenzione, per i mutati costumi che tendevano a non accentrare nelle terme gran parte della vita sociale, le terme vennero via via abbandonate. La distruzione degli acquedotti da parte dei barbari ne interruppe poi definitivamente l'uso.

 

Forica

Attraverso il portico est del Foro si accede alla breve via della Forica, che ha sulla sinistra una serie di botteghe. Nelle ultime due botteghe fu ricavata una latrina pubblica (forica), che è fra le più conservate di Ostia; ha un lungo bancone, con sedili di pietra su tre e al di sotto una canaletta per lo scolo dell'acqua. Si accedeva alla latrina tramite una porta scorrevole.

 

 

Terme del foro

 

Vi si entra da un ingresso monumentale aperto dal IV secolo sulla destra di via della Forica, qualche passo più indietro della Forica stessa. Sono le terme più ampie e più ricche della città e sono anche le più tarde tra le grandi terme pubbliche di Ostia (furono infatti costruite dopo quelle di Porta Marina e di Nettuno).

 

 

 

 

 

La loro complessa storia è in parte nota attraverso una serie di iscrizioni di età tarda, alcune delle quali conservate nell’edificio stesso. La creazione fu certo dovuta a un’iniziativa del governo centrale, ma, a quanto sembra, non direttamente di un imperatore: le terme sarebbero sorte infatti grazie alla liberalità di M. Gavio Massimo, altissimo funzionario dell’ordine equestre e prefetto del pretorio di Antonino Pio per quasi tutta la durata del suo principato. I bolli laterizi, più in particolare, permettono di collocare la costruzione nel 160 d. C. circa. L’impianto subì poi notevolissimi restauri nel IV e forse ancora nel V secolo, con il completo rifacimento della decorazione marmorea. Vi furono almeno due fasi tarde di intervento, di cui una dovuta al prefetto dell’annona Ragonio Vincenzio Celso (385-389 d. C.), l’altra, più importante, a un altro prefetto dell’annona, Flavio Ottavio Vittore, i cui restauri riguardano anche il grande frigidario.

 

Dalla grande aula di ingresso si passa a destra in un’altra sala, che doveva fungere da vestibolo aperto verso il Foro e verso il Cardine massimo prima che si aprisse il portale su via della Forica. Su di un muro di questa sala è stato ricostruito da più frammenti un architrave; non conosciamo la collocazione originaria del monumento di cui faceva parte, ma il suo scarso spessore fa ritenere che si trattasse di un abbellimento esterno, anziché di un vero e proprio intervento nelle terme.

 

A sinistra della grande aula di ingresso si passa in una sala, ai lati della quale degli ingressi colonnati immettevano forse in spogliatoi. Da questi si entra poi nel frigidario, grande sala con volte a crociera, i cui accessi e i cui lati erano ornati da colonne di marmo cipollino. A destra e a sinistra si aprono due vasche; quella a sinistra fu adattata ad abside nei rifacimenti del IV secolo. Sul bordo di questa vasca sono stati posti due frammenti di decorazione architettonica con un’iscrizione greca tarda: il primo ricorda il loutron alexipo [non], il “bagno che allontana il dolore”. Appartengono al restauro di Flavio Ottavio Vittore.

 

Ancora dalla grande aula di ingresso si può accedere alla serie delle sale calde, che formano con la loro asimmetria un sorprendente contrasto con la regolarità delle stanze precedenti. Secondo i precetti di Vitruvio, queste sale sono infatti orientate a sud e abilmente disposte a scaletta, così da non coprirsi a vicenda e da sfruttare a pieno i raggi del sole provenienti da ovest (sappiamo che le terme erano frequentate soprattutto nel pomeriggio). L’impianto delle sale è originario, quindi antonino; nel IV secolo però, si aprirono grandi finestre sui lati meridionali, verso la palestra, per aumentare gli effetti dei raggi solari. Tutte le colonne e i pilastri delle sale appartengono a questa fase tarda, durante la quale molte parti della decorazione architettonica vennero importate dall’Oriente. La prima stanza a ovest, ottagonale, era la più esposta e serviva forse proprio per i bagni di sole. Comincia poi la serie delle sale riscaldate anche artificialmente. La singolare stanza ellittica è forse un sudatorium, con banchine marmoree alle pareti e con ingressi obliqui rispetto alle murature (un accorgimento adottato per evitare quanto più possibile le dispersioni di calore). I due successivi ambienti sono tepidari, il primo col lato sud curvilineo. Infine si arriva al calidario, con tre vasche (quella a sud fu ricostruita ad abside nel IV secolo). Dal calidario, attraverso un ambiente riscaldato di disimpegno, si torna nel frigidario, e di qui si passa nell’ala est delle sale fredde, perfettamente simmetrica a quella a ovest. In particolare la prima sala a est è un vestibolo che all’atto della costruzione comunicava con l’ingresso est delle terme (dalla semita dei Cippi), e che nel IV secolo si aprì, con un passaggio secondario, anche a nord (verso il Foro della Statua eroica).

 

Uno stretto corridoio, che ha subito a sinistra l’ingresso originario a est e guarda a destra verso gli ambienti di servizio delle terme, conduce fino alla palestra. Questo è uno spazio irregolarmente trapezoidale, circondato da un portico a colonne dei marmi più diversi. È dalla palestra che si coglie nel modo migliore l’effetto scenografico che doveva produrre la fonte sud delle terme, con il suo andamento mosso e spezzato, e con quel largo uso della linea curva che nell’architettura ostiense fa la sua comparsa per la prima volta in questo monumento.

 

Ai lati della palestra si disponevano botteghe e, sul lato sud, la probabile sede di una corporazione. L’ingresso corrisponde al vano a sinistra, per chi viene dal portico della palestra, e reca un mosaico dei primi del III secolo, che riproduce il segno zodiacale del Sagittario. Si passa in una grande aula disposta trasversalmente e bipartita da una coppia di colonne tortili. Nel IV secolo sul lato ovest dell’aula si costruì una loggia rialzata, con ingresso colonnato, il che giustifica l’ipotesi che in questa fase tarda l’ambiente potesse essere piuttosto utilizzato come sala per letture pubbliche. Sullo spiazzo della palestra sporge, a ovest, un tempietto non identificato, in mattoni, con pronao a due pilastri laterizi; di qui provengono parti del fregio con episodi del mito di Vulcano esposto al Museo, così che si è pensato a questo sacello per il minore dei luoghi di culto di Vulcano che dovevano esistere ad Ostia.

 

Terme di Nettuno

 

Il portico di Nettuno. L’unitarietà del piano adrianeo è testimoniata dal fatto che gli isolati III, IV e VI della regione II, pur divisi da strade, si affacciano con una serie di tabernae su di un ininterrotto, grandioso porto, che fa seguito a quello, pure adrianeo, del Tetto spiovente. Il portico, detto di Nettuno dalle terme retrostanti, fu, come queste, restaurato nel tardo II secolo, dopo un incendio, da un P. Lucilio Gamala, magistrato appartenente a una delle più illustri famiglie ostiensi; fu ancora restaurato nel IV secolo.

 

 

L’impianto termale è fra i più grandi di Ostia, uno dei tre costruiti per iniziativa del governo centrale: gli altri due sono le Terme del Foro e quelle di Porta Marina. Attualmente le terme non sono percorribili a causa di lavori di restauro, ma salendo la scala che si apre sul Portico di Nettuno si raggiunge una terrazza dalla quale si può godere di una bella veduta di insieme e ammirare il complesso dei mosaici bianco-neri, quasi tutti contemporanei della costruzione e tra i più fini di Ostia.

 

 

I bagni adrianei sorsero su costruzioni precedenti, da varie fasi: nell’epoca di Claudio, edifici con tabernae e laboratori artigiani; in età domizianea, terme, che dovevano apparire all’epoca come il maggiore complesso del genere ad Ostia. Sappiamo da un’iscrizione che Adriano stanziò due milioni di sesterzi per la realizzazione del fabbricato oggi visibile; morì, tuttavia, prima che esso fosse terminato, e comunque il denaro non bastò, perché da un’altra epigrafe si ricava che il nuovo imperatore,  Antonino Pio, dovette aggiungere un altro finanziamento. In tal modo l’impianto fu inaugurato nel primo anno del suo principato (139 d.C.). L’Historia Augusta ricorda un lavacrum Ostiense costruito da questo imperatore, probabilmente identificabile appunto con le Terme di Nettuno, restaurate poi nel tardo II e nel IV secolo.

 

Le terme avevano pianta quadrata, di circa 67 m di lato, e sui fianchi sud e ovest piani superiori d’affitto, serviti da scale indipendenti. Il principale ingresso antico, dalla via dei Vigili, era fiancheggiata da una latrina, con mosaico raffigurante una scena nilotica animata da grotteschi pigmei.

 

Dal vestibolo si passava a una grande sala, con il più bel mosaico ostiense, quello del Nettuno, che dà il nome all’impianto. I soggetti marini di questo e di altri pavimenti alludono, naturalmente, alla funzione delle terme. Qui abbiamo Nettuno al centro, su quadriga di ippocampi, circondato da due serie concentriche di personaggi del suo corteggio: amorini su delfini, tritoni, Nereidi su mostri marini. L’abile e armoniosa disposizione delle figure nello spazio, e insieme il senso di movimento che si sprigiona dalla scena, attestano l’alta qualità di queste maestranze della tarda età adrianea. A sinistra c’era un’altra sala, il cui mosaico va visto in collegamento col precedente: Anfitrite, sposa di Nettuno, muove su un ippocampo in direzione di questi; è preceduta da Imene, eroe alato con fiaccola nuziale, e accompagnata da tritoni.

 

Dalla parte opposta della sala del Nettuno, verso nord, si entrava nel grande frigidario con due vasche, quella a destra ornata da due colonne corinzie di granito. Il mosaico aveva ai lati le consuete figure di Nereidi e tritoni, e al centri Scilla, mostro marino raffigurato in atto di vibrare un colpo di remo. Proseguendo, in un ambiente di passaggio dal frigidario alle sale calde troviamo l’unico mosaico certamente appartenente ad un periodo più tardo: sparsi senza ordine sul pavimento si vedono infatti figure e simboli che sembrano alludere al culto cristiano. Tale dissimulazione potrebbe indicare un momento in cui la nuova fede non era ancora ufficialmente riconosciuta (seconda metà del III secolo?).

 

Di qui cominciano le sale riscaldate, che si sviluppano in senso sud-nord seguendo l’itinerario consueto delle terme romane: prima due tepidari, poi il calidario con vasche. L’ultimo vano a nord è un calidario abbandonato in una seconda fase.

 

Tutta la parte ovest è occupata da una grande palestra, circondata su tre lati da un colonnato di marmo di porta santa, su cui si affacciano due serie di stanzette a sud e a ovest. A ovest della palestra abbiamo un’esedra destinata a ospitare una statua e, più a nord, una latrina. Un vano, accessibile dalla palestra e, in origine, anche dalla sala del Nettuno, presenta un mosaico che allude agli esercizi che si svolgevano nell’area scoperta: vi si vedono infatti quattro gruppi di atleti, col caratteristico ciuffo sulla nuca (cirrus). Nonostante lo stile più rude, anche questo mosaico appartiene alla fase della costruzione.

 

Sotto la palestra è stata scoperta una grande cisterna (36x26 m), divisa longitudinalmente in sette scompartimenti a volta, orientati nord-sud (uno dei quali è accessibile); in origine si elevava sopra terra, ed era attigua e contemporanea degli edifici con tabernae (età di Claudio). Recenti interpretazioni ne hanno messo in luce l’importanza per la storia di Ostia: non si tratterebbe infatti solo di un serbatoio adibito a rifornire d’acqua le navi sul Tevere, come si era pensato, ma del primo grande deposito terminale dell’acquedotto cittadino. Con Domiziano, e con il rialzamento del terreno che precedette la costruzione delle prime terme, la cisterna era ormai ipogea e fu forse parzialmente dismessa, perché sostituita, nella funzione, dal coevo castellum aquae a sud di Porta Romana. Venne poi posta definitivamente fuori uso al momento della realizzazione dei bagni adrianei.

 

 

 

 

FRANCESCA GUARINO

FEDERICA QUARATO

MARGHERITA GRIPPIOLO