
Già 200 anni prima che
Agrippa creasse le prime terme nel
Le terme romane
erano degli edifici pubblici con degli impianti che oggi chiameremmo
igienico-sanitari e rappresentavano uno dei principali luoghi di ritrovo
durante l'antica Roma.
Esistevano due tipi di
terme, quelle più povere destinate al popolo e quelle destinate ai ricchi;
queste ultime erano dei veri e propri monumenti e piccole città all'interno
della città. Le prime terme nacquero in luoghi dove era possibile sfruttare le
sorgenti naturali di acque calde o dotate di particolari doti curative. Col
tempo, soprattutto in età imperiale, si diffusero anche dentro le città, grazie
allo sviluppo di tecniche di riscaldamento delle acque sempre più evolute.
Vicino all’entrata erano
disposti gli spogliatoi in cui i bagnanti venivano a svestirsi: apodyteria.
Poi il tepidarium, larga stanza la cui temperatura, soltanto
intiepidita, stava trai il frigidarium a nord e il caldarium a sud. Il frigidarium,
troppo vasto per essere coperto, conteneva la piscina in cui si immergevano i
bagnanti. Il caldarium che veniva preceduto da camere (sudatoria,
laconica) la cui alta temperatura provocava una traspirazione da bagno turco,
formava una rotonda illuminata dal sole di mezzogiorno e del pomeriggio,
riscaldata grazie alle suspensurae, che erano pavimenti costruiti
in modo che, invece di essere direttamente a contatto col suolo fossero
sostenuti da colonnette di mattoni, lasciando così sotto uno spazio vuoto nel
quale l‘aria caldo potesse circolare liberamente; essa era circondata da
piccole sale in cui ci si poteva bagnare singolarmente e a sua volta
racchiudeva una gigantesca vasca di bronzo, la cui acqua era mantenuta al grado
richiesto di calore per mezzo del forno collocato immediatamente sotto la
vasca. La maggior parte delle terme includeva anche centri sportivi, piscine,
parchi, librerie, piccoli teatri per ascoltare poesia e musica e una grande
sala per le feste. Si trovavano anche ristoranti e locande per dormire o
passare alcune ore in piacevole compagnia.
Orari: per quanto
riguarda gli orari di apertura le fonti sono contraddittorie tra di loro:
secondo alcune infatti le porte dei vari locali annessi erano aperte al
pubblico, senza distinzione di sesso dall’ora quinta del giorno; all’ora sesta
si apriva edificio centrale, ma alle sole donne. All’ora ottava, o alla nona,
veniva per gli uomini il turno di entrare nei bagni dove erano liberi di stare
fino all’undicesima o alla dodicesima ora; secondo altre fonti invece nessuno,
tranne in caso di malattia, poteva bagnarsi nelle terme pubbliche prima
dell’ora ottava.
Donne: Niente vietava
alle donne di fare il bagno con gli uomini. Altrimenti erano libere di andare
alle balneae specialmente previste per loro uso esclusivo. Ma c’erano
molte donne che fortemente attratte dagli esercizi sportivi che precedevano i
bagni nelle terme, piuttosto che rinunciarvi preferivano compromettere la loro
reputazione facendo il bagno con gli uomini. Adriano tra il 117 e il 138 separò
i bagni secondo i sesso, assegnando ore differenti ai bagni degli uomini e a
quelli delle donne.
Tariffe: il prezzo
richiesto era di un quarto di asse (quadrans), inoltre i ragazzi erano
dispensati dal pagamento.
Un pomeriggio
alle terme
I cittadini romani
terminavano il lavoro nelle prime ore del pomeriggio e si recavano alle terme,
che aprivano a mezzogiorno, prima del pasto principale.
All’interno delle palestre
si praticavano molti sport, il trigon (palla a tre), la pallavolo, l’harpastum
(simile all’odierno rugby). Qualche volta la palla riempita di sabbia o di
piume veniva sostituita da un pallone riempito d’aria, che i giocatori si
disputavano come nel basket. Oppure il pallone, molto grosso, veniva riempito
di terra o di farina e i giocatori lo tempestavano di pugni (come in
punching-ball). Oppure si esercitavano con spadoni contro un palo di
esercitazione, o correvano semplicemente o si esercitavano con il manubrio.
La lotta, per la quale
conveniva che gli atleti si spalmassero la pelle di ceroma (unguento
fatto di olio e cera) e poi di uno strato di polvere, si svolgeva nelle
palestre dell’edificio centrale.
Il bagno seguiva alla
lotta e solitamente in primo luogo il bagnante coperto di sudore andava a
svestirsi negli apodyteria; poi entrava in uno dei sudatoria,
che fiancheggiavano il caldarium, e in quell’ atmosfera di vapori
surriscaldati attirava la traspirazione; poi entrava nel caldarium
, dove la temperatura era sempre elevata, e nel quale, accostandosi al labrum,
poteva anche aspergere la pelle madida di sudore con acqua caldissima e poi
raschiarla con lo strigile. Quando era pulito e asciutto, si fermava nel tepidarium
per graduare il passaggio di temperatura e infine correva a gettarsi nella
piscina dell’acqua fredda del frigidarium.
Successivamente ci si
recava nella altre aree delle terme dove si poteva leggere o partecipare ad
altre attività o assistere ad attrazioni.
Le strutture
Grandi acquedotti, di cui
restano notevoli rovine in tutto il mondo romano, alimentavano le terme. Il
calore era uniformemente distribuito attraverso muri cavi e pavimenti
sovrapposti a vespaio, in cui circolava aria calda.
L'abbandono
In tarda epoca cristiana,
per il divieto di recarsi alle terme il sabato e la domenica, per l'eccessivo
costo di manutenzione, per i mutati costumi che tendevano a non accentrare
nelle terme gran parte della vita sociale, le terme vennero via via
abbandonate. La distruzione degli acquedotti da parte dei barbari ne interruppe
poi definitivamente l'uso.
Forica
Attraverso il portico est
del Foro si accede alla breve via della Forica, che ha sulla sinistra una serie
di botteghe. Nelle ultime due botteghe fu ricavata una latrina pubblica
(forica), che è fra le più conservate di Ostia; ha un lungo bancone, con sedili
di pietra su tre e al di sotto una canaletta per lo scolo dell'acqua. Si
accedeva alla latrina tramite una porta scorrevole.

Terme del foro
Vi si entra da un ingresso
monumentale aperto dal IV secolo sulla destra di via della Forica, qualche
passo più indietro della Forica stessa. Sono le terme più ampie e più ricche
della città e sono anche le più tarde tra le grandi terme pubbliche di Ostia
(furono infatti costruite dopo quelle di Porta Marina e di Nettuno).
La loro complessa storia è in
parte nota attraverso una serie di iscrizioni di età tarda, alcune delle quali
conservate nell’edificio stesso. La creazione fu certo dovuta a un’iniziativa
del governo centrale, ma, a quanto sembra, non direttamente di un imperatore:
le terme sarebbero sorte infatti grazie alla liberalità di M. Gavio Massimo,
altissimo funzionario dell’ordine equestre e prefetto del pretorio di Antonino
Pio per quasi tutta la durata del suo principato. I bolli laterizi, più in
particolare, permettono di collocare la costruzione nel 160 d. C. circa.
L’impianto subì poi notevolissimi restauri nel IV e forse ancora nel V secolo,
con il completo rifacimento della decorazione marmorea. Vi furono almeno due
fasi tarde di intervento, di cui una dovuta al prefetto dell’annona Ragonio
Vincenzio Celso (385-389 d. C.), l’altra, più importante, a un altro prefetto
dell’annona, Flavio Ottavio Vittore, i cui restauri riguardano anche il grande
frigidario.
Dalla grande aula di ingresso
si passa a destra in un’altra sala, che doveva fungere da vestibolo aperto
verso il Foro e verso il Cardine massimo prima che si aprisse il portale su via
della Forica. Su di un muro di questa sala è stato ricostruito da più frammenti
un architrave; non conosciamo la collocazione originaria del monumento di cui
faceva parte, ma il suo scarso spessore fa ritenere che si trattasse di un
abbellimento esterno, anziché di un vero e proprio intervento nelle terme.
A sinistra della grande aula di
ingresso si passa in una sala, ai lati della quale degli ingressi colonnati
immettevano forse in spogliatoi. Da questi si entra poi nel frigidario, grande
sala con volte a crociera, i cui accessi e i cui lati erano ornati da colonne
di marmo cipollino. A destra e a sinistra si aprono due vasche; quella a
sinistra fu adattata ad abside nei rifacimenti del IV secolo. Sul bordo di
questa vasca sono stati posti due frammenti di decorazione architettonica con
un’iscrizione greca tarda: il primo ricorda il loutron alexipo [non], il “bagno che allontana il dolore”.
Appartengono al restauro di Flavio Ottavio Vittore.
Ancora dalla grande aula di
ingresso si può accedere alla serie delle sale calde, che formano con la loro
asimmetria un sorprendente contrasto con la regolarità delle stanze precedenti.
Secondo i precetti di Vitruvio, queste sale sono infatti orientate a sud e
abilmente disposte a scaletta, così da non coprirsi a vicenda e da sfruttare a
pieno i raggi del sole provenienti da ovest (sappiamo che le terme erano
frequentate soprattutto nel pomeriggio). L’impianto delle sale è originario,
quindi antonino; nel IV secolo però, si aprirono grandi finestre sui lati
meridionali, verso la palestra, per aumentare gli effetti dei raggi solari.
Tutte le colonne e i pilastri delle sale appartengono a questa fase tarda,
durante la quale molte parti della decorazione architettonica vennero importate
dall’Oriente. La prima stanza a ovest, ottagonale, era la più esposta e serviva
forse proprio per i bagni di sole. Comincia poi la serie delle sale riscaldate
anche artificialmente. La singolare stanza ellittica è forse un sudatorium, con banchine marmoree alle
pareti e con ingressi obliqui rispetto alle murature (un accorgimento adottato
per evitare quanto più possibile le dispersioni di calore). I due successivi
ambienti sono tepidari, il primo col lato sud curvilineo. Infine si arriva al
calidario, con tre vasche (quella a sud fu ricostruita ad abside nel IV
secolo). Dal calidario, attraverso un ambiente riscaldato di disimpegno, si
torna nel frigidario, e di qui si passa nell’ala est delle sale fredde,
perfettamente simmetrica a quella a ovest. In particolare la prima sala a est è
un vestibolo che all’atto della costruzione comunicava con l’ingresso est delle
terme (dalla semita dei Cippi), e che nel IV secolo si aprì, con un passaggio
secondario, anche a nord (verso il Foro della Statua eroica).
Uno stretto corridoio, che ha
subito a sinistra l’ingresso originario a est e guarda a destra verso gli
ambienti di servizio delle terme, conduce fino alla palestra. Questo è uno
spazio irregolarmente trapezoidale, circondato da un portico a colonne dei
marmi più diversi. È dalla palestra che si coglie nel modo migliore l’effetto
scenografico che doveva produrre la fonte sud delle terme, con il suo andamento
mosso e spezzato, e con quel largo uso della linea curva che nell’architettura
ostiense fa la sua comparsa per la prima volta in questo monumento.
Ai lati della palestra si
disponevano botteghe e, sul lato sud, la probabile sede di una corporazione.
L’ingresso corrisponde al vano a sinistra, per chi viene dal portico della
palestra, e reca un mosaico dei primi del III secolo, che riproduce il segno
zodiacale del Sagittario. Si passa in una grande aula disposta trasversalmente
e bipartita da una coppia di colonne tortili. Nel IV secolo sul lato ovest
dell’aula si costruì una loggia rialzata, con ingresso colonnato, il che
giustifica l’ipotesi che in questa fase tarda l’ambiente potesse essere
piuttosto utilizzato come sala per letture pubbliche. Sullo spiazzo della
palestra sporge, a ovest, un tempietto non identificato, in mattoni, con pronao
a due pilastri laterizi; di qui provengono parti del fregio con episodi del
mito di Vulcano esposto al Museo, così che si è pensato a questo sacello per il
minore dei luoghi di culto di Vulcano che dovevano esistere ad Ostia.
Terme di Nettuno
Il portico di Nettuno. L’unitarietà del piano adrianeo
è testimoniata dal fatto che gli isolati III, IV e VI della regione II, pur
divisi da strade, si affacciano con una serie di tabernae su di un ininterrotto, grandioso porto, che fa seguito a
quello, pure adrianeo, del Tetto spiovente. Il portico, detto di Nettuno dalle
terme retrostanti, fu, come queste, restaurato nel tardo II secolo, dopo un
incendio, da un P. Lucilio Gamala, magistrato appartenente a una delle più
illustri famiglie ostiensi; fu ancora restaurato nel IV secolo.

L’impianto termale è fra i più
grandi di Ostia, uno dei tre costruiti per iniziativa del governo centrale: gli
altri due sono le Terme del Foro e quelle di Porta Marina. Attualmente
le terme non sono percorribili a causa di lavori di restauro, ma salendo la
scala che si apre sul Portico di Nettuno si raggiunge una terrazza dalla quale
si può godere di una bella veduta di insieme e ammirare il complesso dei
mosaici bianco-neri, quasi tutti contemporanei della costruzione e tra i più
fini di Ostia.
I bagni adrianei sorsero su
costruzioni precedenti, da varie fasi: nell’epoca di Claudio, edifici con tabernae e laboratori artigiani; in età
domizianea, terme, che dovevano apparire all’epoca come il maggiore complesso
del genere ad Ostia. Sappiamo da un’iscrizione che Adriano stanziò due milioni
di sesterzi per la realizzazione del fabbricato oggi visibile; morì, tuttavia,
prima che esso fosse terminato, e comunque il denaro non bastò, perché da
un’altra epigrafe si ricava che il nuovo imperatore, Antonino Pio, dovette aggiungere un altro
finanziamento. In tal modo l’impianto fu inaugurato nel primo anno del suo principato
(139 d.C.). L’Historia Augusta ricorda
un lavacrum Ostiense costruito da
questo imperatore, probabilmente identificabile appunto con le Terme di
Nettuno, restaurate poi nel tardo II e nel IV secolo.
Le terme avevano pianta
quadrata, di circa 67 m di lato, e sui fianchi sud e ovest piani superiori
d’affitto, serviti da scale indipendenti. Il principale ingresso antico, dalla
via dei Vigili, era fiancheggiata da una latrina, con mosaico raffigurante una
scena nilotica animata da grotteschi pigmei.
Dal vestibolo si passava a una
grande sala, con il più bel mosaico ostiense, quello del Nettuno, che dà il
nome all’impianto. I soggetti marini di questo e di altri pavimenti alludono,
naturalmente, alla funzione delle terme. Qui abbiamo Nettuno al centro, su
quadriga di ippocampi, circondato da due serie concentriche di personaggi del
suo corteggio: amorini su delfini, tritoni, Nereidi su mostri marini. L’abile e
armoniosa disposizione delle figure nello spazio, e insieme il senso di
movimento che si sprigiona dalla scena, attestano l’alta qualità di queste
maestranze della tarda età adrianea. A sinistra c’era un’altra sala, il cui
mosaico va visto in collegamento col precedente: Anfitrite, sposa di Nettuno, muove
su un ippocampo in direzione di questi; è preceduta da Imene, eroe alato con
fiaccola nuziale, e accompagnata da tritoni.
Dalla parte opposta
della sala del Nettuno, verso nord, si entrava nel grande frigidario con due
vasche, quella a destra ornata da due colonne corinzie di granito. Il mosaico
aveva ai lati le consuete figure di Nereidi e tritoni, e al centri Scilla,
mostro marino raffigurato in atto di vibrare un colpo di remo. Proseguendo, in
un ambiente di passaggio dal frigidario alle sale calde troviamo l’unico
mosaico certamente appartenente ad un periodo più tardo: sparsi senza ordine
sul pavimento si vedono infatti figure e simboli che sembrano alludere al culto
cristiano. Tale dissimulazione potrebbe indicare un momento in cui la nuova
fede non era ancora ufficialmente riconosciuta (seconda metà del III secolo?).
Di qui cominciano le sale
riscaldate, che si sviluppano in senso sud-nord seguendo l’itinerario consueto
delle terme romane: prima due tepidari, poi il calidario con vasche. L’ultimo
vano a nord è un calidario abbandonato in una seconda fase.
Tutta la parte ovest è occupata
da una grande palestra, circondata su tre lati da un colonnato di marmo di
porta santa, su cui si affacciano due serie di stanzette a sud e a ovest. A
ovest della palestra abbiamo un’esedra destinata a ospitare una statua e, più a
nord, una latrina. Un vano, accessibile dalla palestra e, in origine, anche
dalla sala del Nettuno, presenta un mosaico che allude agli esercizi che si
svolgevano nell’area scoperta: vi si vedono infatti quattro gruppi di atleti, col
caratteristico ciuffo sulla nuca (cirrus).
Nonostante lo stile più rude, anche questo mosaico appartiene alla fase della
costruzione.
Sotto la palestra è stata
scoperta una grande cisterna (36x26 m), divisa longitudinalmente in sette
scompartimenti a volta, orientati nord-sud (uno dei quali è accessibile); in
origine si elevava sopra terra, ed era attigua e contemporanea degli edifici
con tabernae (età di Claudio).
Recenti interpretazioni ne hanno messo in luce l’importanza per la storia di
Ostia: non si tratterebbe infatti solo di un serbatoio adibito a rifornire
d’acqua le navi sul Tevere, come si era pensato, ma del primo grande deposito
terminale dell’acquedotto cittadino. Con Domiziano, e con il rialzamento del
terreno che precedette la costruzione delle prime terme, la cisterna era ormai
ipogea e fu forse parzialmente dismessa, perché sostituita, nella funzione, dal
coevo castellum aquae a sud di Porta
Romana. Venne poi posta definitivamente fuori uso al momento della
realizzazione dei bagni adrianei.
FRANCESCA GUARINO
FEDERICA QUARATO
MARGHERITA GRIPPIOLO