di Giovanni Boggero

e Lorenzo Brach del Prever

Il territorio di Veio (in latino Veii) era molto vasto, fino alla riva destra del Tevere, alla cui sinistra sorgeva Roma. Era la città più meridionale dell'Etruria, situata su un vasto pianoro di forma triangolare e circondata dai corsi d'acqua del Fiordo e del Cremera, che originavano il più importante Valchetta, affluente del Tevere. L'antico centro abitato era protetto da una cinta muraria e da un poderoso contrafforte.

Dai ritrovamenti archeologici si evince che i suoi più antichi insediamenti, nella zona dell'odierna Isola Farnese, risalgono all'età del bronzo, anche se solo più tardi assumono connotazione di città ricca e potente, in notevole sviluppo fin dal VII secolo a.C., tanto da controllare importanti rotte commerciali, in virtù della posizione strategica sulla riva destra del Tevere. Il suo vasto territorio si estendeva, nel VI secolo, fino al porto di Fregene. I reperti archeologici mettono in luce una vita economica e culturale piuttosto vivace e gli eventi storici, tramandatici in buona parte da Tito Livio, pongono in luce la sua potenza e la capacità bellica. 

Veio in età arcaica controllava saldamente la sponda destra del Tevere che le fonti latine chiamano significativamente "ripa Veiens", la riva di Veio: il Gianicolo, "l'Antipolis" di Roma e il Trastevere sono luoghi di contesa, dove frequente è il ricordo di episodi di frontiera, e l'archeologia, con la scoperta dell'"oppidum" di Colle S. Agata, oggi presso il Policlinico Gemelli su Monte Mario, difeso da poderose mura e delle tombe a camera di tipo veiente del VII-VI sec. a.C., di S. Onofrio, conferma questo dato delle fonti.

Il vasto territorio di Veio si estendeva tra la fascia pianeggiante sulla sponda destra del Tevere e le alture alle spalle di Caere fino al lago di Bracciano (attuali comuni di Capena, Formello e Campagnano). È difficile fissare i limiti antichi dell'ager Veientanus, data la natura dei luoghi, con alture appena pronunciate inframmezzate da fertili pianure; limite meridionale era certo il corso del Tevere, ma già a Nord-Est il suolo veiente trapassa senza ostacoli naturali nel territorio di Capena, che le fonti descrivono come colonia di Veio. Verso settentrione, la via Cassia passa per le terre di Veio, verso Baccano; non sappiamo se il territorio terminasse qui o se proseguisse fino alla strettoia verso Sutri e verso Nepi, ovvero i "claustra Etruriae" (porte d'Etruria), che segnavano certamente un confine tra i territori falisci e tarquiniesi. Ad Ovest dobbiamo cercare i confini nelle alture attorno al lago di Bracciano, l'antico "lacus Sabatinus", anche se soprattutto in questo caso dobbiamo supporre l'esistenza di limiti non del tutto certi e, forse, causa di non pochi conflitti con la vicina Caere.

In questa vastissima area i siti conosciuti sono relativamente pochi:
per
l'età villanoviana un interessante insediamento localizzato è quello di Monte S. Angelo, del quale è stata esplorata la piccola necropoli. Più ricca la documentazione arcaica: nell'area tra il Tevere e la costa, ove erano i "septem pagi", si conosce un notevole abitato a Testa di Lepre presso Maccarese, con tombe a camera di tipo veiente, e il già ricordato "oppidum" di Colle S. Agata, mentre nell'interno il sito principale è costituito dall'abitato di Trevignano, forse l'antica "Sabatia". Questo è un vero e proprio sito di frontiera, con caratteri culturali sia veientini sia ceriti

In tutta la valle di Baccano e, verso Est, in direzione del territorio di Capena, le fattorie e gli "oppida" di dimensioni modeste sono abbastanza numerosi e restituiscono l'immagine di una campagna assai presto assoggettata a Veio e ben controllata dalla città.

L'antica città sorge su uno scosceso altopiano di grandi dimensioni e di forma triangolare, con il vertice verso Sud costituito dall'appendice dell'acropoli di Piazza d'Armi, che è congiunta all'altopiano da un basso istmo Ai piedi di Piazza d'Armi si congiungono i due corsi d'acqua che lambiscono l'altopiano, ad Ovest il Fosso della Mola e ad Est il Cremera, affluente del Tevere.

 

 

 

 

L’area della città di Veio fu forse frequentata già dall’età del Bronzo: alcuni frammenti documenterebbero presenze di epoca subappenninica, altre una frequentazione di epoca protovillanoviana. Più certo, dato il gran numero di attestazioni ritrovate, sarebbe uno sviluppo della città nell’epoca villanoviana, tra il IX e l’VII secolo a. C. Già a quel tempo Veio, come la stessa Roma, aveva il controllo degli approdi tiberini e, secondo alcune fonti, pare che commerciasse con naviganti greci provenienti dall’Eubea. Divenuta centro etrusco, Veio raggiunse il suo massimo splendore nel VI sec. a. C. durante il quale controllava i territori sottomessi ed era in grado di colonizzare le aree adiacenti. Fu governata dapprima da re, in seguito adottò la costituzione repubblicana.

Nel secolo successivo, secondo quanto ci dice lo storico Tito Livio, si iniziò per la città una lenta decadenza, sia per la crescita della rivale Cerveteri, sia per gli scontri continui con Roma. Veio infatti sbarrava ai Romani il controllo della via d’acqua del Tevere e quindi del commercio, in primo luogo del sale e del grano. In realtà, comunque, i rapporti conflittuali tra Roma e Veio, risalivano addirittura ai tempi di Romolo e anche Tullo Ostilio combatté duramente contro la città etrusca. Lo stesso Tullo Ostilio rase al suolo la città di Alba Longa, perché il suo re non si era schierato con decisione al suo fianco nella guerra che opponeva Roma a Veio. Nel 509 a.C. Valerio Publicola aveva combattuto e vinto Veio, la quale era appoggiata dalla sorella etrusca Tarquinia, in una drammatica battaglia dove aveva perso la vita anche il console Lucio Giunio Bruto, fondatore della repubblica romana. Nel V sec. a. C. dunque lo scontro tra Veio e Roma si fece più aspro.

Nel 478 a. C., la gens Fabia aveva chiesto e ottenuto l'autorizzazione al Senato, per combattere una sorta di guerra privata (bellum privatum) contro la  la rivale etrusca. Trecentosei membri della prestigiosa famiglia romana, accompagnati da una guarnigione di quattromila uomini, probabilmente loro clienti, si accamparono a poca distanza da Veio, sulle rive del fiume Cremera, un piccolo affluente del Tevere. Da lì conducevano una guerra fatta di piccoli scontri, incursioni e razzie di bestiame. Il 13 febbraio del 477 a. C. caddero in un'imboscata preparata dai Veienti trecentocinque componenti della famiglia dei Fabi. Solo un giovane si salvò e garantì in questo modo la discendenza dalla famiglia che rimase comunque una delle gentes più importanti dell'antica Roma.

Negli ultimi decenni del secolo la pressione romana si fece fortissima: nel 426 a.C. Veio chiese aiuto alla lega etrusca riunita al "Fanum Voltumnae" , ovvero il santuario della dea Voltumna, sede della lega etrusca vicino al lago Trasimeno, ma, tranne Falerii, Fidene e Capena, sue fedeli alleate, nessuna città etrusca venne in soccorso di Veio, colpevole di essersi data nuovamente un regime monarchico. E infatti, negli scontri degli anni precedenti, il re veiente L(ars) o L(ucius) Tolumnius era caduto per mano di A. Cornelio Cosso, che ne aveva dedicato gli "spolia opima", il trofeo d'armi, nel tempio di Giove Feretrio a Roma.

In quello stesso anno chi fece le spese del conflitto tra Roma e Veio fu la cittadina di Fidene, che, pur essendo una città latina, si trovava sotto il controllo dei Veienti. Il problema più grosso di Fidene era di trovarsi in mezzo alle due contendenti; già ai tempi di Romolo, la cittadina, che si trovava a pochi chilometri a nord di Roma, aveva pagato duramente la sua fedeltà a Veio. La conquista definitiva di Fidene da parte dei Romani si verificò appunto nel 426 a.C. e, a fronte di questo evento, Veio fu costretta ad accettare un armistizio ventennale.

Nel 406 a.C. l’esercito romano pose sotto assedio la città etrusca, ma Veio si dimostrò davvero inespugnabile e resistette per più di dieci anni meritandosi in seguito il nome di "Troia etrusca". I Veienti erano anche riusciti, con una sortita inaspettata e grazie all’appoggio degli eserciti  di Capena e di Faleria, a rompere l'accerchiamento e ad insidiare la stessa Roma. A quel punto Roma, dopo il momento di sbandamento, ricorse nuovamente a un dittatore, Marco Furio Camillo, il quale decise le sorti della guerra in favore dei Romani. Camillo infatti aveva scoperto l'esistenza di un vecchio pozzo che passava sotto l’abitato e, dopo averlo svuotato, lo utilizzò come cunicolo sotterraneo per penetrare all’interno della città. I Veienti, attaccati alla sprovvista, furono costretti alla resa in breve tempo. Dopo la caduta di Veio il dittatore autorizzò il saccheggio: furono depredate le case private, i palazzi, i templi e gli edifici pubblici.

Sembra che lo stesso Camillo si sia impadronito della statua di Giunone Regina, protettrice della città, e che l’abbia portata con sé a Roma, dedicandole un tempio sull'Aventino. Il dittatore fece inoltre vendere all'asta tutti i Veienti e si impadronì degli oggetti d'oro di notevole pregio, nonché delle pesanti porte bronzee della città. Le splendide terrecotte, che ornavano il tetto del tempio di Veio, tra le quali ricordiamo in particolare il famoso Apollo), furono abbattute o distrutte dai legionari romani, ma risparmiate dal saccheggio perché considerate di scarso valore economico.

La sconfitta e la distruzione di Veio coincideva più o meno con la fine della civiltà etrusca, una fine accentuata dalla discesa sul territorio italiano delle popolazioni celtiche che sarebbero giunte a insidiare la stessa Roma.

Nonostante l'entusiasmo per la vittoria conseguita, Camillo non dimenticò di vendicarsi degli alleati dei Veienti, conquistando e distruggendo sia Capena sia Faleria (394 a.C.).

In seguito Camillo, a causa delle sue posizioni fortemente anti-plebee, venne esiliato nella città di Ardea. Ma nel 390 a.C. l’invasione dei Galli di Brenno fornì al generale romano l’occasione per un grande riscatto. Infatti l’imponente bottino, che era affluito a Roma in seguito al saccheggio di Veio, fu impiegato da Furio Camillo per placare l’orda dei Celti che aveva distrutto Roma. Con la distruzione della città appunto, Veio diventò il centro di un dibattito sul possibile trasferimento sul suo suolo di Roma distrutta; ma la tenacia di Camillo impedì l'esodo, ed egli anzi esortò i Romani a ricostruire la loro città. Tuttavia ancora nel I sec. d. C., in occasione della costruzione della Domus Aurea di Nerone, troviamo iscritta sull’edificio l’esortazione "Roma sta diventando un palazzo: emigrate a Veio, cittadini", testimonianza del fatto che, ancora molti secoli dopo la conquista, la città di Veio rappresenta nell’immaginario collettivo l’alter ego della città di Roma.

A partire dal IV secolo Veio perse definitivamente la sua indipendenza e passò sotto il controllo romano. Il territorio dei Veienti (Ager Veientanus) venne riorganizzato - secondo quanto testimonia Livio - e distribuito alla popolazione in tre fasi successive. Nell’anno 393 a. C. avvenne l’assegnazione di lotti di 4 o 7 iugeri ai soli cittadini romani. Nell’anno 389 vi fu un’altra assegnazione di lotti, questa volta ai Veienti, Capenati e Falisci, che durante la guerra di Veio avevano defezionato in favore di Roma. Nel 387 vi fu la riorganizzazione del territorio, dovuta sicuramente alla necessità di riparare ai danni provocati dall’invasione dei Galli di Brenno; ne seguì la creazione di quattro nuove "tribù" (Stellatina, Tromentina, Sabatina e Arniensis), cui afferirono i coloni dell’Ager Veientanus, divenendo così tutti cittadini romani. Questa distribuzione di terre contribuì a placare per almeno due secoli la plebe romana, che spesso era agitata a causa della povertà e delle carestie.

Durante il periodo imperiale Augusto, nell’ambito del suo programma di restaurazione sociale, politica e religiosa, creò nel centro dell'altopiano, un insediamento municipale, il "municipium Augustum Veiens", con edifici prestigiosi, noti da fonti epigrafiche e da resti archeologici. Le fonti parlano di un importante centro di culto imperiale, di templi di Marte e della Vittoria Augusta, di terme, di una "porticus Augusta" eretta da Tiberio; i probabili resti di un teatro, le terme dette Bagno della Regina e soprattutto le dodici colonne ioniche di marmo lunense scoperte negli scavi del 1812-17 sono l'equivalente archeologico dl quelle fonti, documenti dello sforzo compiuto dalla dinastia Giulio-Claudia per rivitalizzare questo antico centro in decadenza: ben undici dediche imperiali sulle diciotto conosciute si riferiscono, infatti, ai Giulio-Claudi. Le iscrizioni distinguono "municipes intramurani" e "municipes extramurani", abitanti del centro urbano e della campagna, prova questa di una forte presenza di cittadini nelle "villae" del territorio. Ciò non solo denuncia l'artificiosità della restaurazione augustea, ma fa presagire il destino successivo della città, che nuovamente tornerà allo stato di abbandono a vantaggio della campagna.

Già nel I sec d. C. incominciò la decadenza della città, che cessò di esistere nel sec. IV d. C. In epoca medievale abbiamo ancora alcune testimonianze di qualche insediamento nella zona circostante Veio. Papa Adriano I (772-95) infatti fece costruire una fattoria in località S. Cornelia a tre chilometri a Nord-Est dalla città, nota dalle fonti come "domus culta" o "fundum Capracorum" e sopravvissuta fino al XII sec. Nel X sec., invece, sorsero il castello e la "curtis" di Isola Farnese, con il vicino mulino sul fosso, detto appunto della Mola. Isola Farnese sussiste ancor oggi come comune.

 

 

 

-SANTUARIO DI PORTONACCIO

Fortunati scavi degli inizi del secolo nell'area dell'antica Veio condussero nel 1916 alla scoperta, presso il santuario del Portonaccio, di un eccezionale gruppo di sculture in terracotta risalenti alla fine del VI secolo a.C. Si giunge al complesso del Santuario di Portonaccio da Isola Farnese attraverso una "tagliata" forse antica, perpendicolare ad una grande strada etrusca che, da Portonaccio, andava verso Ovest in direzione della foce tiberina. Questa strada è ancora ben visibile, con la suggestiva tagliata, sulla sinistra del moderno cimitero di Isola Farnese; in età romana, pavimentata a poligoni di selce e bordata da sepolcri tardo-repubblicani a dado, scavati al principio del secolo, doveva scavalcare il Fosso della Mola all'altezza della porta urbana, dove tuttavia piegava costeggiando lo sperone posto sopra il santuario di Portonaccio e dove è ancora visibile. Varcato il Fosso della Mola all'altezza dell'antico mulino ad acqua, il visitatore può raggiungere l'ingresso degli scavi, posto presso l'arco che ha dato nome alla località, Portonaccio. Qui, lungo la strada romana, che fu smontata dagli scavatori per raggiungere i livelli etruschi, si entra nell'area del santuario extraurbano, detto dell'Apollo dalla celebre scultura acroteriale, santuario che in realtà sappiamo dalle iscrizioni dedicato a Menerva (Minerva). Il complesso templare etrusco era posto su di una bassa sporgenza dell'altopiano ed era recinto da un muro di τέμενος, ovvero di confine, che verso valle diveniva ostruzione della sporgenza in senso Est-Ovest, con bella tecnica a blocchi rinforzata in età romana da un ulteriore muro obliquo di contenimento. La strada romana borda il lato verso monte del muro di τέμενος, per poi sovrapporglisi, mentre quella etrusca lo rispettava.

Ancora più a monte, a sinistra della strada romana, un altro muro di contenimento a blocchi costituiva il limite della strada etrusca, conducendo ad una piccola vasca destinata a raccogliere le acque di un cunicolo retrostante, acque che, varcato con condotte il tracciato viario, entravano nell'area sacra per gettarsi in una vasta e profonda piscina accanto al tempio. Entro il τέμενος di forma trapezoidale si collocavano il tempio, con l'annessa piscina, e una piazza terminante ad Est in una larga piattaforma quadrangolare con l'altare centrale. Tutto il complesso del santuario, e soprattutto il tempio, ha subito gravi danni dal crollo sia del bordo verso valle della piattaforma sia della zona centrale dell'area sacra, in seguito al cedimento del soffitto di grotte praticate in epoca probabilmente post-classica nella collina per cavare materiali. Ciò ha fatto cadere tutte le parti centrali del tempio nel fondo della cava, dal quale sono state raccolte blocco per blocco e restaurate nella forma attuale.

Il tempio, dalla caratteristica pianta tuscanica, poteva avere tre celle o, molto più probabilmente, un'unica cella e due alae, o colonnati laterali: la sua decorazione - che ne sostituiva una più antica della metà circa del VI sec. a. C. - risale alla fine del VI sec. a. C., con splendide lastre di rivestimento, affreschi su terracotta per le pareti della cella, antefisse a testa gorgonica, antefisse a testa di menade, e soprattutto bellissimi gruppi acroteriali. I resti di questi gruppi furono trovati in parte sepolti sul lato del tempio e in parte crollati verso il fondovalle, e sono stati pazientemente ricomposti in statue a grandezza maggiore del vero, oggi al Museo di Villa Giulia.

La piscina, costruita in bellissima tecnica a blocchi e rivestita di argilla impermeabile, con i suoi 20 m e oltre di lato, si addossava al tempio e al muro di τέμενος con una evidente connessione con il culto. Nella piazza dovevano ergersi altre statue ex-voto; nell'estremità Est dell'area sacra, davanti a un edificio quasi quadrato rinvenuto pieno di materiali votivi, era la piattaforma, dotata di un accurato sistema di scolo delle acque e destinata a sorreggere l'altare. Di questo rimane il filare di base con fascia e accenno di sagoma a cuscino: aveva una forma quadrata ed era perfettamente orientato, con una fossa centrale per i sacrifici rinvenuta colma di ceneri ed ossa di animali.

A Portonaccio infatti, le ricche dediche deposte nel santuario tra la fine del VII e la prima metà del VI sec. a.C., attestano la devozione di personaggi di alto rango e di vasta influenza politica: tra i nomi attestati figurano quello di "Avile Vipiennas", certamente Aulus Vibenna, uno dei due fratelli di Vulci collegati con la saga romana di Servio Tullio, e quello di "Avile Acvilnas", lo stesso donatore di bei vasi di bucchero ad una famiglia aristocratica di Castro nel territorio vulcente, o ancora quello di un "Karcuna Tulumnes" ed un "Velthur Tulumnes", membri della famiglia veiente dei Tolumnii, che diede re alla città nel V sec. a.C.aLo scavo del riempimento dell'altare e della piattaforma ha restituito una quantità notevole di ex-voto del VII e VI sec. a. C., fra i quali avori, gioielli e ceramiche su cui sono iscritti i nomi dei dedicanti.

Con la conquista romana il santuario venne ancora attivamente frequentato: a questa fase appartengono l'iscrizione a Minerva, gemella di quella di Campetti, donata da L. Tolomnius e statuette votive, tra le quali quella, notissima, di Enea recante Anchise sulle spalle, dedicata frequentemente dai coloni romani del IV sec. a. C. come simbolo del loro trasferimento dalla seconda Troia (Roma incendiata dai Galli) alla seconda Roma (Veio). Il santuario, forse abbandonato nel I sec. a. C., fu poi attraversato dalla strada romana. Alla stessa epoca dell’intero complesso, se non a qualche decennio prima, va datato anche il tempio sulla sinistra della strada principale: vi si accede da una strada trasversale, e nel τέμενος, solo in parte delimitato, si dispongono le fondazioni a blocchi regolari dell'edificio di culto, di pianta rettangolare (m 15 x 8), del quale furono trovate le terrecotte architettoniche, con fregi raffiguranti processioni di carri e antefisse dell'iniziale VI sec. a. C. Collegato al tempio da un breve muro, è un ambiente rettangolare con pozzo. Poco discosto è tuttora conservata una gigantesca cisterna ellittica con scala di accesso interna.

Ma Veio non è solo il santuario del Portonaccio: numerose necropoli circondano l’abitato, famose tra l’altro per la presenza delle più antiche attestazioni di decorazione pittorica funeraria. La tomba delle anatre in particolare ci ha restituito un’interessante attestazione di decorazione appartenente al VII secolo a. C.

-TOMBA DELLE ANATRE

La tomba detta "delle Anatre", la più antica dipinta di tutta l'Etruria, in quanto risalente al secondo quarto del VII sec. a. C., affrescata in vivaci colori, rosso, giallo e nero, ed ha volta a vela e banchine laterali con tracce per incasso ligneo di un baldacchino a doppio spiovente. Le pareti mostrano uno zoccolo rosso che, sulle sole pareti destra e di fondo, è separato dal fregio superiore mediante strisce rosse e gialle alternate a nere; nel fregio della parete di fondo ci sono cinque anatre schematiche, alternativamente in rosso e giallo con particolari in nero, derivate dal patrimonio della pittura vascolare italo-geometrica.

Tutto l'altopiano, poi occupato dalla città storica, ha restituito materiali villanoviani in varia quantità. Le vaste necropoli villanoviane intorno alla città costituiscono nuclei abbastanza compatti, in rapporto più o meno stretto con strade antiche che da Veio conducono alle località vicine: a Nord l'imponente cimitero sul colle di Grotta Gramiccia, scavato negli anni tra li 1913 e il 1918; a Ovest la non grande necropoli di fondovalle in località Valle La Fata; ad Est l'altro vasto sepolcreto sulla sommità della collina di Quattro Fontanili con la vicina collina di Vaccareccia.

 

- LE NECROPOLI ETRUSCHE

Delle grandi necropoli veienti solo alcune tombe sono visitabili. Il sepolcreto di Riserva del Bagno mostra ancora molte delle tombe aperte nei recenti scavi, disposte su varie terrazze percorse da una strada.

I tumuli di Veio conosciuti sono appena otto, dei quali soltanto quattro veramente grandi e degni di stare di fronte ai consimili sepolcri principeschi d'Etruria: Monte Aguzzo, sulla cima di Monte Aguzzo presso Formello (m 247 s.l.m.), contenente la "tomba Chigi" che, pur non rinvenuta intatta dagli scavatori del secolo scorso, ha restituito la celebre "olpe" protocorinzia Chigi e l'altrettanto noto vaso con alfabeto, detto appunto alfabeto di Formello; il gigantesco tumulo di Vaccareccia ad Est della città, anch'esso saccheggiato già in epoca antica: e infine i due tumuli di Oliveto Grande ad Ovest di Veio. Questi tumuli, in genere connessi con aree di necropoli etrusche, sono databili tra il 650 e il 600 a. C., e non contenevano materiali molto più tardi del principio dei VI sec. a. C., epoca del massimo splendore di Veio, documentata da altre tombe a camera.

- VILLA CAMPETTI

Ai confini della città si erge la villa di Campetti. Scavata negli anni ’60, essa ci ha restituito un ninfeo dal quale proviene il mosaico che decora il ninfeo di Villa Giulia. Gli scavi ripresi negli ultimi anni dall’Università "La Sapienza" di Roma ci stanno restituendo nuove ed interessanti scoperte sulla fine della città. All’entrata, a circa 150 m sulla sinistra, vi sono ruderi appena visibili del santuario di Campetti: gli scavi hanno messo in luce una grotta artificiale e, sulla fronte di questa, resti di muri a blocchi, pertinenti ad un grande recinto di circa 20 m con tracce di edifici molto più tardi, di età imperiale romana, sovrapposti a quello; intorno erano i materiali della stipe votiva, in gran parte del IV-III sec. a. C., documento del culto di Vei (Cerere). Lasciando il santuario, attraverso il declivio che immette nel varco dell'antica porta delle mura urbiche (porta di Portonaccio), si può raggiungere una bella villa romana del I sec. a.C. - I sec. d. C. L'impianto della villa sfruttava un leggero declivio: nella parte alta si conserva una cisterna coperta a volta,destinata ad alimentare il sottostante ninfeo, e soprattutto la zona di più antica data, consistente in una serie di vani prospicienti il declivio, costruiti a blocchi di tufo con pavimenti decorati da frammenti di marmi policromi; nella parte inferiore è soprattutto notevole un ninfeo a pianta semicircolare e nicchie per gli zampilli d'acqua, decorato a lastre marmoree, davanti al quale è collocata una sala voltata semisotterranea contenente resti di pittura (sembra di III stile) e pavimentata a mosaico bianco e nero; a fianco del ninfeo si svolge un bel corridoio a finestre. Dinanzi al ninfeo sono venuti in luce mosaici in bianco e nero con scene marine, pertinenti ad ambienti termali della villa, alimentati da cinque grandi cisterne ancora visibili a Sud del nucleo centrale della stessa.

- TOMBA CAMPANA

Sulle pendici di Monte Michele è scavata la "tomba Campana", dal nome del banchiere collezionista che la scavò nel secolo scorso. Dopo un lungo e profondo δρόμος si entra, attraverso una piccola porta arcuata, nella prima delle due stanze assiali che compongono la tomba. La parete d'ingresso è foderata da blocchi non squadrati; quelle laterali presentano due banchine e quella di fondo ha l'affresco, oggi molto rovinato, con scene a vivaci colori su due registri inquadrati da motivi decorativi. Il registro inferiore mostra una decorazione con animali e motivi vegetali, quello superiore due scene figurate, ciascuna con un cavaliere accompagnato da personaggi a piedi (a destra) o da animali fantastici (a sinistra), inseriti nei riquadri con fitto intrico di motivi ornamentali di riempitivo. Nella seconda stanza, con bassa banchina all'intorno, erano dipinti grandi scudi policromi. Il corredo della tomba è un'associazione sospetta, dal momento che il marchese Campana, per accrescerne l'importanza, vi trasportò oggetti trovati in altre località: tuttavia lo stile delle pitture data la tomba alla fine del VII sec. a. C.

- LA CINTA MURARIA

La cinta muraria etrusca era costruita in blocchi di tufo delle cave locali, secondo una tecnica molto raffinata, datata dagli archeologi della Scuola Britannica al tardo V sec. a. C., ma su elementi archeologici poco significativi. In basso i blocchi sono leggermente bugnati, in alto molto ben lisciati, mentre alle spalle e sulla parte bassa, nei luoghi più pianeggianti, c'era un poderoso bastione di terra riportata.

Sono conosciute almeno dieci tra porte e posterule, oltre alla porta della cinta quasi indipendente dell'acropoli di Piazza d'Armi: nessuna conserva l'aspetto originario e molte sono state modificate in età romana con il passaggio delle strade pavimentate.

 Entrando in città da porta Nord-Ovest si incontra il vicolo Formellese. Sulla sinistra, salendo sulla scarpata del ciglio del colle, si possono vedere i resti delle mura urbane liberati dagli scavi inglesi. Le mura si sovrapponevano a capanne dell'Età del Ferro, e a case costruite a graticcio (VII-VI sec. a. C.) e a blocchi (VI-V sec. a. C.).

- PORTA CAERE

Sulla destra della strada, si raggiunge il santuario di Porta Caere, scavato nel 1965-70. Esso era costituito da un grande terrapieno, delimitato da un bel muro di contenimento a blocchi di tufo, databile al 470 a. C. circa; entro il terrapieno sono una vasta cisterna, sempre costruita in opus quadratum, e i resti di un piccolo edificio rettangolare, forse il sacello, sostituito nella seconda metà del I sec. a. C. da un ambiente poverissimo, esistito fino a tutta l'età Giulio-Claudia, che ha inglobato nei suoi riempimenti di fondazione una stipe votiva del III-II sec. a. C.

- MACCHIA GRANDE

Nella località Macchia Grande, presso la porta di Capena, sono state scoperte negli anni '30 case etrusche in stato di conservazione particolarmente buono, assieme alle dediche sacre romano-repubblicane. Giungendo all'istmo che collega l'altopiano all'acropoli di Piazza d'Armi, sono ancora oggi visibili i resti di una piattaforma di tufo con sovrastrutture reticolate, considerati pertinenti ad una villa, ma che potrebbero essere quelli del celebre tempio di Giunone Regina: lì accanto infatti si possono vedere sulla superficie del suolo fittili pertinenti ad una colossale stipe votiva, i cui pezzi sono oggi dispersi.

- PIAZZA D’ARMI

Attraverso l'istmo si entra nell'area di Piazza d'Armi. La collina, già abitata in età villanoviana, come dimostrano i fondi di capanna rinvenuti negli scavi, è cinta da un muro a blocchi con tecnica a casematte, diversa dunque dal resto delle mura di Veio. Può trattarsi di una cinta autonoma, più antica: gli scavi recenti (1972) hanno dimostrato che l'area, non più abitata dopo la conquista romana, era forse già abbandonata nel V sec. a.C., lasciando intravedere la possibilità di un abbandono precoce di una zonaurbana mal collegata e periferica. Di queste mura si conserva un lungo tratto con una porta di ingresso all'abitato.

 

 

 

Nella stanza numero sette del Museo Nazionale di Villa Giulia a Roma sono conservati i resti più importanti della zona archeologica di Veio e, in particolare, dell’area di Portonaccio, nella quale nei primi decenni del 1900 è stato rinvenuto un complesso cultuale, che ha restituito statue in terracotta, tra le quali il celebre Apollo.

E’ necessario dire inizialmente che gli Etruschi, a differenza dei Greci, usavano per la decorazione degli edifici templari prevalentemente la terracotta; quest’arte tipicamente etrusca, chiamata coroplastica, fu così apprezzata che i Romani, per decorare il loro tempio più importante, quello di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, chiamarono un artista veiente: Vulca. Probabilmente si tratta della stessa persona che plasmò anche le statue di Ercole, Latona, Hermes e Apollo rinvenute nel 1916 nei pressi del Santuario del Portonaccio. Queste statue, originariamente, erano isolate su elaborati basamenti, collocati sulla cima del tetto con la funzione di ornare gli edifici templari, ed erano disposte a gruppi ideali: di questi gruppi alcuni sono stati identificati, come quello di Apollo in lotta con Eracle per la cerva Cerinite e quello di Latona recante in braccio il piccolo Apollo che saetta il serpente Pitone; altri, come quello cui apparteneva la celebre testa di Hermes, sono meno chiari. Alte 180 cm, poste di profilo dovevano apparire decisamente imperiose a chi si avvicinava al Santuario. Particolarmente bella è la statua di Apollo, noto come "l’Apollo che cammina" perché ritratto mentre avanza con passo affrettato così che l’aria fa aderire al corpo il panneggio, mostrando le parti anatomiche. Il colore della pelle è rosso bruno, caratteristico nell’arte arcaica per il nudo maschile. La scoperta dell’opera ha avviato una rivalutazione critica dell’arte etrusca, che manifesta in questa statua una capacità autonoma di rielaborazione dei modelli greci.

Oltre a questi gruppi abbiamo altre statue fittili, leggermente più antiche, un torso virile ignudo e un torso di guerriero, attribuibili ad altra bottega di coroplasti.

Nella sala, appese alla parete, sono le antefisse, che ornavano i lati del tetto; esse costituivano la parte terminale dei coppi rappresentando Sileni, Menadi e Gorgoni e conservano ancora traccia dell’antica policromia che rivestiva interamente le statue. Particolarmente terrificante doveva sembrare la Gorgone, con il suo colorito giallo, la bocca spalancata che mostra la lingua nera e le zanne. Nelle vetrine sono raccolti numerosi ex voto, tra i quali spicca una statuina con Enea che porta sulle spalle il padre Anchise. Viene datata intorno al VI / V sec. a. C. e mostra come già a quell’epoca il racconto delle gesta di Troia fosse diffuso.

In una sala del Museo Nazionale di Villa Giulia è possibile ammirare anche la famosa olpe Chigi, risalente al 640-630 a. C. di scuola corinzia e rinvenuta a Formello, nei pressi di Veio. Ciò dimostra quanto la ceramica fosse merce di scambio nel bacino del Mediterraneo. Si tratta di un vaso venduto in Etruria, oppure donato a qualche potente signore, quasi come campione a dimostrazione dell’abilità degli artigiani di Corinto. L’olpe, alta soltanto 26 cm, racchiude in sé tutte le tecniche in uso nella ceramica protocorinzia. Il primo fregio, dall’alto, rappresenta due schiere di opliti che, al suono di un auleta, si preparano allo scontro: i più lontani si affrettano al centro, i più vicini vibrano le aste. Il tipo di schieramento dei fanti, a ranghi serrati, è quello della falange, di cui questa è la prima rappresentazione che si conosca. Dalla cura minuziosa con cui sono raffigurate le armi e gli scudi dagli ornamenti terrificanti, trapela l’immagine trionfale di Corinto. Nel secondo fregio, il principale, sono rappresentati una cruenta caccia al leone, un carro seguito da una schiera di cavalieri, una sfinge con due corpi e un solo volto. Sotto l’ansa, nel medesimo fregio, è raffigurato un episodio mitologico, riconoscibile a causa della precisa didascalia che lo accompagna: si tratta della più antica figurazione del giudizio di Paride. Nel terzo fregio ancora scene di caccia: cani che inseguono lepri, cacciatori già carichi di selvaggina che, nascosti dietro i cespugli, cercano di sorprendere altri animali.

 

TRATTO DA

http://www.andromeda.roma.it/veio.htm

http://www.ardea.org/parchi/veio.htm

http://www.iterconficere.net/veio.htm

http://www.lcnet.it/reticiviche/formello/veio.html

Enciclopedia Encarta 2002

http://www.parcodiveio.it

http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/Etruschi/Veio.html

http://www.storiaspqr.it/cronofile/veio.htm

Moduli di Arte A: l’età antica; Electa, Bruno Mondadori 2000