Giorcelli Michela Classe IIC
a.s. 2003/2004


STORIA DELLA CHIMICA
Dalle Origini a Lavoisier
La chimica è una scienza
che difficilmente si può far risalire a prima del sedicesimo secolo, quando si
fu in grado di cominciare a distinguere che i cambiamenti delle sostanze sotto
l’effetto del calore, dei solventi dei reagenti erano di natura diversa da
altri cambiamenti. Ciò non significa che la chimica non ha storia prima di
questa data. Infatti, dal punto di vista tecnologico, la chimica risale alla
preistoria con la scoperta del fuoco, ma passarono millenni prima che
assurgesse a scienza.
La scienza moderna è
soprattutto occidentale e questo vale anche per la chimica. Ma le origini si
possono far risalire a civiltà antiche al di fuori dell’Europa. Solo
successivamente, molti secoli dopo, approdò in Europa nell’epoca medievale.
ANTICHITÀ
Le prime esperienze
nell'ambito della chimica risalgono ai tempi delle civiltà della Mesopotamia,
dell'Egitto, dell’India e della Cina. Inizialmente si diffusero rudimentali
tecniche di lavorazione di metalli, quali l'oro e il rame, ritrovabili in
natura allo stato elementare, ma ben presto furono messi a punto i primi
processi di estrazione dei metalli dai loro minerali (in genere ossidi e
solfuri), mediante riduzione con legno o carbone. L'uso successivo di rame,
bronzo e ferro ha dato il nome alle corrispondenti età archeologiche. Anche il
potere colorante di alcune sostanze era noto fin dall'antichità, così come era
pure diffuso l'utilizzo della terracotta, dello smalto e del vetro.
LA FILOSOFIA NATURALE GRECA
Gli scienziati greci nel
periodo classico erano i filosofi che si basavano su congetture e ipotesi
piuttosto che esperimenti. Cercavano di spiegare la natura dell’universo
seguendo una logica e generalizzavano i loro concetti senza avere dati sufficienti.
L’opera dei pensatori greci in se stessa ha dato un apporto modesto se non
nullo allo sviluppo della chimica dal punto di vista pratico, ma i filosofi
greci tramandarono modalità di pensiero che furono ripresi in epoca
relativamente moderna.
Fin dai tempi di Talete
(640-546 a.C.), i filosofi greci iniziarono a cercare di interpretare e
spiegare la natura della materia. Talete stesso ipotizzò che l’acqua fosse
l’origine di tutta la materia cioè l’arché (elemento base che costituisce tutte
le sostanze). Essa poteva solidificare trasformandosi in terra ed evaporare
diventando aria.
Anassimandro
(611-545a.C.) generalizzò questo concetto di sorgente primaria ipotizzando che
l’origine di tutte le cose fosse l’illimitato, l’indefinito o infinito
(apeiron). Tutte le cose sono da esso
generate, possono apparire o scomparire e sono esse stesse composte di caldo e
freddo. Il concetto degli opposti, introdotta da Anassimandro per dare una
spiegazione cosmologica del mondo, era una caratteristica della scienza primitiva
anche se espressa in diverse forme.
Anassimene pensava che
la sorgente primaria fosse l’aria la cui rarefazione produceva il fuoco mentre
la condensazione portava alla formazione di acqua, terra e pietre. Non c’è
l’idea degli elementi ma piuttosto il concetto dello stato della materia:
gassoso liquido o solido. Quando Mileto fu conquistata dai persiani, i filosofi
della scuola ionica si spostarono in altre zone della Grecia e anche in
Calabria e Sicilia. Pitagora fondò una di queste scuole filosofiche basata sul
misticismo. Pitagora nacque a Samo nel 580 a.C. circa. Dopo aver viaggiato in
Egitto e Babilonia, si stabilì a Crotone (Magna Grecia), dove diede impulso
alla nascita di una setta filosofico-politica, che ebbe notevole successo ma la
cui conoscenza è limitata dal carattere iniziatico della stessa. La setta fu
perseguitata dai governi democratici affermatisi verso la metà del V sec. a.C.;
Pitagora fu costretto a rifugiarsi a Metaponto e molti dei suoi seguaci
emigrarono in Grecia. Per Pitagora il compito della filosofia è quello di
favorire la progressiva purificazione dell’anima, attraverso la conoscenza
dell’ordine superiore dell’universo. Centrale fu nel pensiero di Pitagora la
riflessione sui numeri, con la quale egli si riteneva in grado di spiegare la
struttura atomica dell’universo; con tale impostazione studiò i suoni
elementari e le armoniche.
Eraclito (540-475 a.C.)
pensava che la sorgente primaria della materia fosse il fuoco. Nel percorso
discendente condensa in acqua e quindi nella terra, nel percorso ascendente si
rarefa di nuovo in fuoco. Egli era
sostenitore della teoria dei contrari, notte-giorno estate-inverno,
caldo-freddo, asciutto-bagnato.
Nella scuola ionica c’è
stato un continuo sviluppo dell’idea della materia primaria organizzata nei
contrari, specialmente caldo e freddo. Come esempi si portava fuoco e acqua con
i relativi concetti di aria e terra.
Anassagora assumeva
l’esistenza di un numero infinito di piccole particelle che chiamò semi che non
potevano essere creati né distrutti. Il cambiamento consisteva nella loro
unione e separazione che avveniva costantemente.
Empedocle trasformò
l’idea del fuoco, acqua e terra in modo
più preciso aggiungendo l’aria (che fino ad allora era vista come una
transizione tra acqua e fuoco ed dando al fuoco un posto nel mondo materiale.
Empedocle assumeva l’esistenza di atomi non di infiniti tipi come Anassagora ma
solo di 4 tipi. Per la prima volta era stata proposta una teoria secondo la
quale esistevano solo 4 elementi composti di piccolissime particelle non soggette a cambiamenti. Empedocle nacque
intorno al 492 a.C. ad Agrigento (Akragas). Scrisse “Sulla Natura” (Perì
Fyseos) in cui trattava argomenti cosmologici
e naturalistici. Infatti egli si dedicava all’osservazione di fenomeni naturali
di botanica, zoologia e fisiologia. Fu uno studioso della physis, un teorico di
biologia, un oratore, un profeta, un taumaturgo e un grande medico. Empedocle
sosteneva che i quattro elementi o "radici" di tutte le cose (terra,
acqua, aria e fuoco) si compongono e si disgregano attraverso due forze di
attrazione e repulsione: amore o amicizia ed odio o discordia. Gli elementi di
Empedocle non sono intesi nello stesso modo in cui erano ritenuti dai filosofi
della Ionia, infatti egli non considera ognuno come un archè, ma sono i mezzi
attraverso i quali si è formata tutta la realtà che ci circonda. In tal senso,
per esempio, Empedocle cercò di stabilire la quantità delle diverse radici
nella costituzione degli esseri particolari, concludendo che le ossa sono
formate da due parti di terra, due di acqua e quattro di fuoco. Così l'uomo,
come tutte le altre cose, è composto dalle stesse sostanze di cui è formata la
realtà intorno a noi. In connessione con questa teoria, Empedocle immagina che
il cosmo sia soggetto ad uno sviluppo ciclico suddivisibile in quattro fasi:
due iniziali, caratterizzate dal prevalere dell'odio e dell'amore, e altre due
come fasi di passaggio. L'universo si sarebbe creato, secondo il filosofo, dal
prevalere dell'amore che ha formato i pianeti che noi conosciamo; noi ora
stiamo vivendo in una fase intermedia in cui sono presenti sia l'odio che
l'amore, e quando prevarrà totalmente l'odio allora l'universo avrà fine. Il
pensiero di Empedocle riguarda anche la teoria della metempsicosi: gli esseri
scontano le loro colpe mediante una serie di reincarnazioni; solo gli uomini
che sapranno purificarsi potranno tornare a dimorare tra gli dei, poiché
l'anima è ritenuta di origine divina.
Empedocle è anche famoso
per la dimostrazione che l’aria è un corpo materiale e praticamente eseguì il
primo esperimento utilizzando una clessidra. In pratica tappando con le dita
l’estremità superiore, quando la clessidra veniva immersa nell’acqua non si
riempiva completamente.
Aristotele (384-322
a.C.) credeva che in natura esistessero quattro qualità: il caldo, il freddo,
l'umido e il secco, e che ciascuno dei quattro elementi fosse dominato da una
coppia di qualità: così il fuoco era caldo e secco, l'aria era calda e umida,
la terra era fredda e secca e l'acqua era fredda e umida; inoltre i quattro
elementi, combinandosi secondo diversi rapporti, costituivano tutte le sostanze
presenti in natura. Poiché si immaginava che fosse possibile modificare i
rapporti in cui le qualità erano presenti negli elementi, si prevedeva che gli
elementi stessi potessero trasformarsi l'uno nell'altro, e che perciò fosse
anche possibile trasformare una sostanza in un'altra.
Aristotele aggiunse ai 4
elementi la quintessenza, che chiamò etere, di cui era composto il firmamento.
Egli giudicò l’etere perfetto, eterno e incorruttibile come i corpi celesti a
differenza dei quattro elementi imperfetti.
Leucippo di Mileto e
Democrito di Abdera furono i padri della teoria atomica. Le notizie intorno a
questi due autori sono frammentarie e incerte. Le loro opere sono andate
perdute e ciò che si conosce lo si è appreso solamente per via indiretta.
Leucippo sembra essere vissuto nella seconda metà del V secolo a.C., si formò
alla scuola eleatica e sarebbe stato, pare, discepolo di Parmenide e di Zenone.
Democrito, vissuto tra il 460 e il 370 a.C. (contemporaneo quindi di Socrate),
fu allievo e amico di Leucippo e fondò ad Abdera una vera e propria scuola
filosofica. Le concezioni atomistiche di Leucippo e Democrito furono esposte in
due opere di fisica: il "Makròs diàkosmos" ("Grande
cosmologia" di Leucippo) e il "Mikròs diàkosmos" ("Piccola
cosmologia" di Democrito), entrambe perdute. Le concezioni atomistiche di
Leucippo e Democrito trovano le loro radici nella filosofia eleatica e,
indirettamente, nel pitagorismo. Dai Pitagorici gli atomisti derivarono la
convinzione che la mutevolezza del mondo fisico potesse esprimersi in termini
matematici. Dalla tradizione eleatica, ereditarono, in particolare, i principi
di "essere" e "non essere". L'essere degli atomisti
possiede le caratteristiche dell'essere parmenideo: è pieno, indivisibile,
inalterabile, senza qualità sensibili, ingenerabile e incorruttibile. Tuttavia,
a differenza di quello eleatico, l'essere degli atomisti è molteplice: è una pluralità
di enti, diversi tra loro per forma e grandezza, e in perenne movimento. Per
giustificare la pluralità dell'ente e il suo movimento, tuttavia, gli atomisti
sono costretti ad ammettere la possibilità del "non essere", il
vuoto, e in ciò si discostano dagli eleatici. L'ente degli atomisti è di numero
infinito. Essi compiono quindi una rivalutazione del concetto di infinito,
considerato da sempre, nella tradizione greca, sinonimo di incompiutezza,
imperfezione e mancanza di forma.
Gli atomi di Leucippo e
Democrito, nella loro molteplicità, sono "forma indivisibile" (atomos). La loro indivisibilità è strettamente
connessa alla loro invisibilità. Se fossero infatti percepibili dai sensi,
sarebbero altresì divisibili. Essi si differenziano per misura, per forma, per
"contatto", cioè per l'ordine in cui sono disposti e per
"direzione", cioè per la posizione in cui si trovano. Alcuni sono
lisci e sferici, altri aguzzi e scabrosi, altri ricurvi o uncinati. Nel loro
incessante movimento vorticoso nel vuoto, si scontrano, si aggregano, si
disaggregano, dando origine ad una infinita varietà di corpi. Secondo alcune
interpretazioni del pensiero di Democrito, il movimento degli atomi sarebbe
completamente casuale.
Il concetto di atomo è
un naturale sviluppo della matematica e della logica greca, e rappresenta uno
dei massimi tentativi di conciliare il razionale con l'esperienza sensibile.
L'atomismo di Democrito fu adottato da uno dei maggiori filosofi dell'età
ellenista, Epicuro (341-270 a.C.), che accetta l'idea degli atomi in continuo
movimento in un infinito spazio vuoto. Tuttavia, a differenza di Democrito
individua la causa del movimento nel loro peso. Di conseguenza tutti gli atomi
tenderebbero a cadere verso il basso. Per spiegare tuttavia la possibilità che gli
atomi hanno di aggregarsi tra loro, Epicuro ammette l'esistenza di una
deviazione dalla loro naturale traiettoria (clinamen) introducendo quindi un
elemento casuale in quello che sarebbe al contrario un rigido determinismo.
Inoltre, a differenza di Democrito, Epicuro ritiene che le forme degli atomi
non siano infinitamente varie, ma in numero finito, sia pure inconcepibilmente
grande. Anche il pensiero di Epicuro non ci è noto per via diretta: delle sue
opere rimangono infatti solamente tre lettere. Tuttavia un'esposizione chiara
ed esauriente del suo pensiero si ritrova in uno dei capolavori della
letteratura latina, il"De rerum natura" di Tito Lucrezio Caro (98-55
a.C).
È interessante osservare
che le concezioni atomistiche non furono una prerogativa del pensiero
occidentale. Sia pure in modo marginale, esse furono elaborate anche da alcune
scuole di filosofia indiana. Nel sistema religioso dello Giainismo (da Jaina,
"il vittorioso", epiteto dato all'asceta che lo fondò nel V secolo
a.C.) si trova esplicitamente la nozione di atomo. Analoghe concezioni
atomistiche si incontrano in alcune scuole di Buddhismo appartenenti alla
corrente Hinayana ("piccolo veicolo"), risalente al IV secolo a.C.
Tuttavia nel pensiero orientale l'atomismo non incontrò mai un terreno fertile
su cui svilupparsi a causa della dominante visione "olistica" che considera la realtà un tutto
indivisibile e interconnesso.
Gli antichi filosofi
greci avevano ben separato scienza e religione, pur con un rapporto fra le due
culture.
L’abilità nella chimica
applicata degli egizi e la conoscenza teorica dei greci s’incontrarono e si
fusero dopo la fine dell’impero di Alessandro il Grande quando Tolomeo fondò in
Egitto un regno con capitale Alessandria. Questa fusione non fu del tutto
positiva perché la chimica egizia si esprimeva soprattutto con l’imbalsamazione
dei morti e con i riti religiosi così che la cultura greca si impregnò di
misticismo ostacolandone il successivo sviluppo. La khemeia così legata alla
religione incuteva timore come i suoi adepti, che assunsero sempre più un ruolo
di “maghi” più che di scienziati. Questa condizione fu poi ulteriormente
incoraggiata con l’uso di simboli e pratiche sempre più misteriose che
accresceva l’alone di mistero che circondava questa pratica. Questa situazione
portò la khemeia a mescolarsi con astrologia ed astronomia, così i sette
metalli conosciuti diventarono legati agli astri conosciuti:
Oro – Sole
Argento – Luna
Rame – Venere
Stagno – Giove
Piombo – Saturno
Mercurio – Mercurio
Ferro – Marte
Composti come il nitrato
d’argento veniva chiamato “caustico lunare” ed il mercurio “argento liquido” e
successivamente “argento vivo”.
Il primo seguace della
khemeia greco-egiziana fu Bolos di Mendes, città del delta del Nilo, vissuto
nel 200 a.C., noto come pseudo Democrito. Studiò ciò che diventò uno dei
principali problemi dell’alchimia, la trasmutazione del piombo in oro. La teoria dei
quattro elementi aristotelici acqua, aria, terra, fuoco affermava che le
sostanze fossero una miscela di questi quattro principi e che per trasformare
una sostanza in un’altra era sufficiente cambiare le relative proporzioni.
L’acqua evaporando si trasformava in aria, il legno bruciando si trasformava in
fuoco ed aria, ecc. Se era possibile trasformare una pietra rossiccia in ferro,
per ottenere l’oro sarebbe stato sufficiente trovare la tecnica adatta.
L’ottenimento dell’ottone dal rame e zinco è probabile che sia stato
considerato una prova di trasmutazione in oro.
L’ ALCHIMIA
L’Alchimia è stata una
cultura di antichissima formazione. Già si conoscono tracce del pensiero
alchemico fin dalla età del ferro ed in particolare dalla antica cultura della
Cina. L’Alchimia Cinese si fondò sulla base della alternanza di due principi
complementari detti YANG-YIN - che generavano una unione di opposti YANG (Cielo
- Sole - Maschio) (YIN -Terra- Luna -Femmina), capaci di realizzare tra di loro
inversione di proprietà attive e passive generalmente simbolizzata da un
cerchio in cui una doppia spirale a rotazione inversa genera un polo nero in un
semi-campo bianco e viceversa un polo bianco nell’altro semi-campo nero.
L’ ALCHIMIA ERMETICA O
METALLURGICA
Nella cultura
Mediterranea venne considerato fondatore dell’Alchimia Ermete Trimegisto (nome
che significa il Re tre volte Grande) una figura probabilmente immaginaria a
cui furono attribuite numerose scritture. All’epoca dell’antico Egitto, Ermete
fu spesso identificato con una divinità che possiede la conoscenza di tutte le
arti e le scienze sacre e segrete della mummificazione dei corpi.
La parola Alchimia è
pure incerta si ritiene infatti che la etimologia venga da Al (il in arabo), e
Kimia (la terra del "Kamel" cioè il cammello), l'odierno Egitto;
oppure il suolo del "Kem-it", che significa "nero", e che quindi
si riferisce all'aspetto scuro della terra fertile dell'Egitto, altri ritengono
invece che Alchimia possa derivare dal vocabolo greco "chyma" (che
significa scioglimento, fusione).
Già gli alchimisti
egiziani avevano notato che la terra nera nel Nilo doveva la sua fertilità all'
"humus ", residuo della macerazione di foglie alberi ed animali
morti. Avevano anche capito che le piante venivano mangiate dagli animali
erbivori e che i carnivori mangiavano gli erbivori e cioè che l'uomo
apparteneva a questa catena alimentare biologica, dove ogni essere vivente,
quando si decomponeva ritornava in ciclo.
Pertanto al fine di
evitare la "reicarnazione" dei resti umani in seguito a
"trasmutazioni periodiche" dell'humus, essi svilupparono la Alchimia
per mummificare i corpi dei morti, in modo che il corpo mummificato
alchemicamente rimanesse inalterato dopo la morte; gli egizi chiusero infatti
le mummie in tombe serrate "ermeticamente" (vocabolo quest'ultimo che
deriva da "Ermes").
Per dimostrare tendenza
alla purezza solare dei loro re, gli egiziani fecero costruire le piramidi
sopra le tombe dove i re vennero sepolti. Il quadrato, ottenuto combinando i
quattro triangoli equilateri che simboleggiano i quattro elementi,
rappresentava la base della piramide mentre i lati che correlano la base al vertice
in direzione del sole, rappresentarono la "rettificazione", cioè il
simbolo della purificazione espressa come tendenza alla elevazione della terra.
Più il re era potente e di valore, più elevata doveva essere la sua piramide.
I miti ed i simboli della
alchimia sono stati sempre correlati principalmente alla purificazione dei
metalli seguendo il principio detto del "Solve e Coagula" (dissolvi e
solidifica), utile anche per la produzione di coloranti di profumi e di
medicamenti artigianali già sviluppate all’epoca delle antiche popolazioni
Assiro-Babilonesi.
Il simbolismo di ogni
trasformazione alchemica fu concepito nell’ambito della idea che l’uomo, che è
parte della natura, proponendosi il ruolo di ordinatore del tempo dello
sviluppo naturale, potesse aiutare, la natura ad accelerare i tempi di
evoluzione prestabiliti dalle influenze celesti.
L’ "Opus
Alchemico" sintetizzato nella frase "pensa agendo ed agisci
pensando", fu infatti considerato come "la levatrice delle
trasformazioni vitali della natura" proprio in quanto gli alchimisti
ermetici ritennero che qualora venisse scoperto il segreto, detto della
"Pietra Filosofale" o principio di purificazione di tutte le qualità,
ciò avrebbe permesso di "trasmutare" tutti i metalli in oro puro a
partire dallo stato di materia imperfetta.
Infatti le sostanze che
compongono l’universo vennero considerate, potenzialmente "oro", ma
temporalmente esistenti in varie fasi della loro purificazione che,
naturalmente senza l’intervento dell’Opus Alchemica, si sarebbe realizzata in
tempi indefiniti.
La Pietra Filosofale è
stata quindi considerata il mistero da scoprire, che di fatto è quello della
intelligenza della natura, da assecondare per accelerare i ritmi temporali
della trasmutazione verso la perfezione.
Si disse pertanto negli
scritti Alchemici "nessun uomo all’interno di una barca può ostinarsi a
svuotare il mare", volendo indicare come l’uomo armato di sola ragione è
impotente di fronte al mistero occulto della purificazione alchemica, proprio
in quanto il pensiero razionale non è in grado di cogliere l’essenza
intelligente della propria natura ovvero della "Pietra Filosofale".
L’intuizione Alchemica
di base risiede in una prospettiva cosmologica globale che correla i metalli al
cielo ed ai pianeti; pertanto ogni trasformazione, al di là delle apparenze,
non è di natura caotica e casuale in quanto è favorita dagli influssi
intelligenti ("energheja") del cielo sulla terra.
Pertanto nella
tradizione della Alchimia Metallifera piombo, ferro, stagno, rame, mercurio,
sono soggetti alla corruzione, mentre due, (argento, oro) sono incorruttibili,
cioè rispettivamente meno e non soggetti al decadimento fisico prodotto dal
tempo.
La maggiore o minore
perfezione gli alchimisti ritennero che dipendesse dallo stato di maturità
qualitativamente raggiunto. Solo l'oro sarebbe il risultato ultimo di una scala
di perfezione che tutti i metalli potevano raggiungere in seguito a
"trasmutazioni". Si pensò inizialmente che le
"trasmutazioni" sarebbero state il risultato di un gran numero di
trasformazioni progressive frutto del miglioramento cognitivo dell’ Opus
Alchemica nonché dall’influsso benevolo degli astri nel cielo.
Nel "Libro dei
sette capitoli", attribuito ad Ermete le fasi di ciascuna trasformazione
sono descritte come fasi di transizione che vennero associate alle influenze
del sole, della luna e dei cinque pianeti visibili ad occhio nudo.
La fase iniziale di ogni
trasformazione venne considerata protetta da Mercurio (Argento vivo) che fu
considerato il solvente per eccellenza.
Infatti si sapeva che il
mercurio scioglie anche l’oro e l’argento formando con tali metalli delle
amalgame liquide. Si ricorda che gli antichi artigiani alchimisti purificavano
l’oro e l’argento sciogliendoli con mercurio dalla terra impura e poi con il
fuoco allontanavano il mercurio estraendo oro ed argento puri, da impurità ed
anche dalle leghe con altri metalli.
Proprio sulla base di
tali procedimenti sperimentali già da vari secoli a.C. si conosceva che il
Mercurio (principio passivo Femminile perché senza forma) scioglie lo zolfo
giallo (considerato come principio maschile o fuoco solido), dando origine al
cinabro (di colore rosso - detto sangue matriciale; Mercuro e Solfo si
imparentavano nel così detto matrimonio Alchemico)
Alla fase iniziale di
ogni trasformazione che serviva a dissolvere la sostanza allo stato embrionale
in "materia prima", succedevano tre fasi dette di
"espansione"; la prima, protetta da Saturno, (pianeta correlato al
Piombo), che veniva detta fase di "NIGREDO", cioè dello scioglimento
o della macerazione apparentemente caotica; protegge la seconda fase (detta di
"RUBEDO" per la temperatura del "calor rosso" raggiunta dai
metalli riscaldati dal fuoco nel forno Alchemico), il pianeta Giove (associato
allo Stagno); la terza fase detta "ALBEDO" corrisponde al massimo del
calore e della lucentezza del metallo ed aveva la protezione della Luna
(associata all’Argento). Poi succedevano altre tre fasi di "contrazione e
raffreddamento", che furono considerate rispettivamente sotto la protezione
di Venere (Rame), di Marte (Ferro) e infine del Sole (Oro e/o solfo). Da questa
teoria delle trasformazioni osservata sperimentalmente gli Alchimisti
conclusero che la maggiore o minore perfezione della materia dipendeva dallo
stato di maturità da essa raggiunto.
La alchimia fu pertanto
considerata l'arte di distruggere i composti che la natura ha formato in modo
imperfetto al fine di migliorare la loro natura purificandoli modificandone le
proprietà temporanee al fine ultimo di raggiungere la perfezione assoluta.
È importante considerare
alcuni elementi della saggezza Alchemica, che hanno condotto questo particolare
atteggiamento mentale a sopravvivere, con più o meno elevata fortuna, in tutte
le epoche nell’immaginario collettivo umano, traversando civiltà così
profondamente diverse dell’oriente e dell’occidente.
Hanno contribuito a tale
longevità del pensiero Alchemico :
a) la dimensione
bipolare, complementare, interattiva, di ogni concetto, fondata sul modello
primitivo della coppia "YIN-YANG"; in tal modo l’Alchimia distinse
come complementari i concetti interpretativi del divenire, non separando mai le
relazioni tra qualità e quantità, tra forma e sostanza o tra spirito e materia.
b) La fiducia della
creatività dell’uomo nel forzare i segreti della natura al fine di far
precipitare i ritmi temporali per il raggiungimento della perfezione
"a-temporale".
c) Il contesto evolutivo
cosmologico e globale che si attua in un tempo irreversibile, in cui tutto
cambia eccetto il mutamento, in modo guidato da una natura complessivamente
intelligente di cui l’uomo è integralmente partecipe.
d) L’idea cosciente
della necessità di conoscere sia esteriormente che interiormente all’uomo per
penetrare nella scoperta progressiva del mistero della natura, così da
realizzare l’evoluzione delle conoscenze umane, in seguito al miglioramento
delle due componenti dell’ EGO interiore dell’uomo, la cui intelligenza è
correlata a due fattori;
1°) "l’
intuito" che è simbolizzato dal sole e dalla rarità e purezza dell’oro;
2°) "la
ragione", che ha come simboli alchemici Saturno ed il Piombo.
Pertanto gli alchimisti
non fidandosi della ragione fondata sulle conoscenze già acquisite, ritennero
che i simboli fossero fortemente espressivi in quanto trascendono la parola e
stimolano l’intuito, pertanto apprezzarono il ricorso a processi intuitivi come
la "Cabala", proprio in quanto essi considerarono più importante la
attività sperimentale, che quella cognitiva; giudicarono infatti come
"Brucia Carboni" i saputelli capaci di sfoggiare cognizioni, che
all’atto pratico non promuovevano nulla di nuovo, sperimentalmente utile.
Per le peculiari
caratteristiche sia di intuito e fantasia che di praticità, tra gli Alchimisti
si annoverarono anche molte donne, tra esse famose nell’antichità furono ad
esempio, Cleopatra e Maria l’Ebrea (quest’ultima è rimasta rinomata per aver
ottenuto vari nuovi prodotti regolando la temperatura di reazione in un bagno
di acqua, infatti ancora oggi tale metodo di riscaldamento è detto "a
bagno Maria").
L’ ALCHIMIA SPECULATIVA
Durante il periodo dello
sviluppo del pensiero scientifico all’ epoca della Magna Grecia, la alchimia
perse quel carattere di attività esoterica correlata strettamente a le
concezioni astrologiche e pur mantenendo i principi della antica alchimia
ermetica quali, la correlazione tradizionale tra astri ed elementi ed il
principio comune alla alchimia di ogni epoca della ricerca della perfezione e
della purezza della materia contemporaneamente a quella del pensiero. In
quest'epoca, l'alchimia sviluppò la sua dimensione speculativa interagendo con
la cultura scientifica e filosofica della Magna Grecia e pertanto l’alchimia
accettò la concezione dei Quattro elementi (Fuoco-Acqua-Aria e Terra), come
fondamento della composizione di tutti i corpi, ma gli alchimisti correlarono
le proprietà di "Estensione e Contrazione" dell’aria e della Terra ai
principi attivi del Fuoco e dell’Acqua. Si ritenne pertanto che i quattro
elementi non esistessero puri, in quanto tutte le sostanze venivano ad essere
combinazioni di tali proprietà elementari le quali tendevano a svilupparsi
verso la purezza dell’oro. Nel campo del pensiero cognitivo fu associata l’idea
della scoperta della "Pietra Filosofale". Quest’ultima è stata
interpretata come la chiave della comprensione della via della purezza, che può
essere raggiunta tramite salti di livello intuitivo detti "visio"
(cioè di immaginazione o di rivelazione divina).
Il simbolismo attribuito
ai "Quattro Elementi" fu il seguente:
FUOCO- Triangolo rivolto
verso l'alto per indicare la proprietà di salire verso il cielo
ACQUA- Triangolo rivolto
verso il basso per indicare la proprietà di discendere verso la terra tagliato
da un segmento, per indicare la capacità spontanea di estensione
ARIA- Triangolo rivolto
verso l'alto tagliato da un segmento, per indicare la capacità spontanea di
estensione
TERRA- Triangolo rivolto
verso il basso per indicare la capacità di cadere verso il basso.
Ai quattro elementi
furono accoppiate le rispettive qualità, sensazioni e colori: Fuoco- caldo -
luce- rosso, Acqua -umido -liquido -blu, Aria- secco - gas - bianco, Terra -
freddo - solido - nero.
I due elementi fluidi ,
aria ed acqua, vennero considerati i principali enti di trasferimento
rispettivamente del calore (fluido oscuro) e della luce (fluido luminoso), e
vennero correlati all'influsso (Energheja) del firmamento, che tramite il
trasferimento del suo potere capacità di dare forma alle cose, muove i venti ed
il mare, determinando il movimento e che generando i fulmini feconda la terra.
Prima del diffondersi del cristianesimo, né in Grecia né a Roma si era
sviluppata una vera ricerca alchimistica; tuttavia la fisica aristotelica
cresciuta in Grecia trasmise alla scuola alessandrina l'idea della
trasmutazione di un elemento in un altro, e quindi la casta sacerdotale in
Egitto possedeva, in segreto, la conoscenza delle pratiche metallurgiche. L’
Alchimia egiziana, inoltre, praticava la scienza peripatetica con un tono
mistico-speculativo in conseguenza della crescente richiesta di metalli nobili,
in particolare dell'oro, dovuta all'incremento degli scambi commerciali,
all'aumento della popolazione e alla diminuzione di produttività di
miniere aurifere. Infine gli egiziani avanzarono ipotesi circa la trasmutazione
dei metalli vili in metalli nobili; tra le più accreditate ricordiamo quella
secondo la quale è sufficiente avvicinare una piccola quantità di oro ad una
più abbondante di rame perché l'influenza degli dei innesti e porti a termine
il processo di trasformazione in oro. E' da questa unione di metallurgia,
pratiche magiche e astronomiche che gli alchimisti ricavano la conoscenza di
sette elementi, tutti in relazione con i pianeti dell'attuale sistema solare;
sette era anche il numero sacro tramandato da Pitagora. L'esperienza aveva
anche insegnato che distillando il mercurio, adoperato in diversi modi, si
otteneva come residuo qualche regolo (unità di misura) di oro o argento; quindi
gli alchimisti greco-egiziani
pensavano che il mercurio si trasformasse in metalli nobili o che esso non era
altro che argento liquido che doveva diventare solido. Dall'aggiunta di diversi
minerali al rame si ottenevano leghe simili all'argento e all'oro; ed ecco
sorgere il problema della preparazione dei metalli nobili, anziché quello
della trasmutazione. La difasis e la trifasis, che la tradizione greca
tramandava, servivano quindi alla duplicazione e triplicazione dei metalli
nobili. Nei primi secoli il cristianesimo si oppose alla pratica alchimistica,
al punto da considerarla opera del diavolo, ma poi finì per tollerarla.
L'alchimia non è però una raccolta di ricette per operare la trasmutazione di
metalli vili in nobili e neanche la preparazione in aumento di questi ultimi
metalli. In generale le esperienze vengono descritte con un linguaggio ermetico,
intelligibile solo a pochi iniziati, tratto dalla misteriosofia di origine
greco-orientale. Gli alchimisti di questo periodo consideravano il mercurio, lo
zolfo e l'arsenico i costituenti dei metalli, e venivano impiegati mediante
procedimenti chiamati cautosis e lentosis per produrre a scopo di frode leghe
simili all'argento e l'oro. E' grazie agli alchimisti greco-egiziani che viene
migliorato il processo di purificazione dei metalli nobili da quelli vili: per
queste operazioni vengono usati il mercurio e il piombo. Infine è grazie agli
alchimisti egiziani che si è arrivati alla scoperta del sale ammoniaco.
Verso il 300 d.C. uno
scrittore di nome Zosimo pubblicò un’enciclopedia illustrante la conoscenza
alchemica in cui compare ben poco di nuovo a parte alcuni riferimenti
all’acetato di piombo, “zucchero di piombo”, e forse all’arsenico.
Poi per ragioni
politiche l’alchimia fu vista con sospetto e proibita.
La scienza greca fu
conservata da una setta cristiana, i Nestoriani,
che, rifugiatasi in Persia, raggiunsero il massimo del loro potere attorno al
550 d.C. Vennero a contatto con l’espansionismo arabo. Gli arabi furono
affascinati da quel che rimaneva della scienza greca. L’interesse arabo
derivava da alcune sconfitte subite a causa del “fuoco greco” preparato da un
certo Callinico che aveva incendiato la flotta araba. Fino al 1100 l’alchimia
fu in mano araba e molti termini hanno questa origine, come alambicco,
alcalino, alcool, nafta, zirconio, ecc.
L’ALCHIMIA FARMACOLOGICA E
L'ISLAM
Nel secolo VII gli
Arabi, conquistando l'Egitto, acquisiscono le conoscenze scientifico-pratiche
che avrebbero poi trasmesso ai popoli conquistati durante le loro invasioni.
Tra gli studiosi arabi più noti ricordiamo Geber, quasi completamente privo di
una approfondita conoscenza chimica, come testimoniano gli scritti a noi
pervenuti. Egli si riconduce per i propri studi sulla chimica ai risultati
ottenuti dagli alchimisti greco-egiziani del periodo alessandrino. Notevole
importanza riveste l'opera di Abu Mansur, un medico persiano, il cui "Trattato
dei fondamentali farmacologici" viene correntemente utilizzata come
fonte per stabilire le conoscenze chimiche del tempo. Naturalmente dall'opera
di Abu Mansur possiamo trarre notizie di composti usati in medicina, arte
coltivata con successo dagli arabi. Questi diedero impulso ai preparati di
sostanze estratte dal regno vegetale, che permisero di ottenere olii essenziali
e la stessa acqua distillata, come pure composti chimici, come il cinabro
ed il sublimato per le malattie della pelle, il solfato di rame e di
zinco per le malattie degli occhi. Gli alchimisti arabi introducono un
medicamento, l'Aurum potabile, simile alla Panacea o elisir di lunga vita,
dotata di notevoli proprietà curative. Fra le sostanze organiche Abu Mansur
accenna anche all'impiego in medicina dello zucchero di canna e di alcuni acidi
vegetali, come il tannino. Gli arabi, a differenza dei greco-egiziani, non
portano innovazioni nel campo della conoscenza dei metalli se non nel
riconoscere come elementi fondamentali dei metalli lo zolfo e il mercurio.
Negli scritti latini attribuiti a Geber si descrive con abbondanza di
particolari questa teoria dei metalli, secondo la quale la trasmutazione viene
considerata come una purificazione. I metalli sono costituiti da mercurio e
zolfo, due componenti non riscontrabili in natura in forma pura. In
relazione alla loro concentrazione all'interno dei diversi composti si
distinguono metalli più nobili, resistenti, lucenti e malleabili (che
contengono più mercurio) e metalli vili, facilmente alterabili (che contengono
più zolfo). Per compiere la trasmutazione di un metallo in un altro è
necessario, secondo la teoria di Geber, utilizzare due diversi composti medici,
uno in grado di trasformare i metalli vili in oro (la pietra filosofale o il grande
elisir) e l'altro di trasmutarli in argento (il piccolo elisir). Le prescrizioni per ottenere queste medicine sono
però date in un linguaggio ermetico, cosi da riuscire incomprensibili.
Nel mondo arabo
l’alchimia si sviluppò ponendo in chiara evidenza come l’intervento di
perfezionamento dell’uomo portava ad una maggiore perfezione dei prodotti
artificiali alchemici rispetto a quelli naturali.
Si deve agli alchimisti
Arabi un grande sviluppo delle tecniche di distillazione con gli
"alambicchi" che utilizzarono perseguendo l’idea di tentare di
estrarre lo "spirito" (il respiro vitale emesso dal Sole che dà vita
alle cose), che si riteneva esercitasse la funzione di legame per tenere
assieme gli elementi terreni e i frutti della terra.
L'alcool distillato dal
vino e dalla frutta fu ad esempio ritenuto un elixir magico, in quanto
medicamento capace di curare dalle infezioni delle ferite ed anche vari altri
mali.
Grande sviluppo ebbe la
Alchimia araba al tramonto dell'impero romano.
L'Islam dette un grande
incremento alla civiltà mediterranea e riuscì a integrare sotto un nuovo
profilo concettuale la scienza classica di origine greca con la cultura
orientale (dell'India e della Cina).
In particolare ciò
avvenne quando l'impero islamico realizzò il suo immenso dominio esteso
dall'India alla Persia al nord-Africa, e poi alla Sicilia e alla Spagna.
In quell'epoca fu al
massimo fulgore la capitale dell'Islam, che si spostò da Damasco (661-750 d.C)
a Bagdad , dove con grande tolleranza culturale il Califfo Harum al-Rashid (
786 - 809 a.C. detto l'Illuminato, famoso per i riferimenti al suo tempo nel
libro "Le Mille ed una Notte", iniziò a far convergere le culture dei
popoli conquistati per dar sviluppo alla "Casa della Sapienza" con
una grandiosa biblioteca e grande mecenatismo per i saggi di ogni provenienza
culturale e religiosa.
In questo ambito
l'alchimia Islamica fiorì sviluppando la così detta "via umida" (
detta così a differenza delle "via secca" che utilizza il fuoco per
fondere sostanze omogenee e separarle da quelle eterogenee).
Le nuove tecniche
alchemiche condussero a scoprire molti acidi ed alcali e nuovi sali nonché
liquori medicamentosi utili a rendere più perfette le attività dell’essere
umano. La finalità della "via umida" fu quella di ricercare l’ Elixir
di lunga vita, ovvero "Oro-Liquido" oppure la "Medicina Vera ed
Universale", come estremo obbiettivo del perfezionamento della vita
terrena.
Diversamente dal mondo
Arabo, l’Alchimia venne invece considerata "arte segreta" nella
sponda cristiana del mediterraneo, dove gli alchimisti furono normalmente
considerati gente di malaffare, stregoni dediti ad arti magiche ed occulte più
che studiosi di scienza.
Contemporaneamente a
Bagdad l'alchimia, libera da condanne e pregiudizi religiosi, iniziò a prendere
sviluppo come scienza e tecnica separando la propria cultura dalla magia.
Il più famoso alchimista
arabo fu Giabin ibn Hayyan, che visse durante la seconda metà del VII sec. d.C.
e perfezionò il processo di distillazione costruendo nuovi tipi di alambicchi
con cui ottenne moltissimi altri "elixir" e "tinture" a
base di alcool ed anche l'acqua distillata quale solvente esente da impurezze.
La preparazione
dell'alcool ( la cui etimologia deriva da "al -ghul", che significa
spirito del demonio), fu permessa per uso medicinale nonostante che
l'assunzione di bevande alcoliche fosse proibita e punita con fermezza dal
Corano. L'Alchimia Araba sviluppò processi tecnici artigianali di grande
rilevanza, tra essi la produzione della carta secondo metodi importati dalla
alchimia cinese. Già dal 793 d.C. fu realizzata a Bagdad la prima cartiera
nella quale si ottenne una produzione semi-industriale della carta da una pasta
di fibre di canapa e di gelso, mescolate ad allume e colla, che veniva levigata
e ridotta a foglio e fatta seccare al sole.
La produzione della
carta si diffuse rapidamente nel mondo islamico portando un forte contributo
alla stessa diffusione della cultura.
Tra i grandi autori
arabi spicca per importanza ed originalità di pensiero uno studioso che fu al
contempo filosofo e medico di grande fama: Abu Ali al-Hussein Ibn Sina noto con
il nome di Avicenna. Nacque in Persia nel 980 ad Afshana presso Bukhara e fu di
ingegno precocissimo tanto che la leggenda lo volle profondo conoscitore del
Corano a soli dieci anni. A diciotto anni, padrone di una vastissima cultura
filosofico-scientifica, intraprese la professione di medico, ma i casi della
vita decisero altrimenti: fu infatti espulso dalla sua città natia e si trovò a
peregrinare di corte in corte ora con il titolo di medico ora con quello di
ministro. Fu studioso di Ippocrate e Galeno dai quali derivò la teoria dei
quattro umori e delle complessioni, seppe fondere filosofia e medicina in un
tutt’uno, anche se la sua predilizione per la prima delle due artes è innegabile. Seguace di
Aristotele e Platone, considerava la medicina "una scienza non
difficile". Nei suoi studi descrisse l’uso del gesso per le fratture,
studiò l’antimonio metallico. Oltre al mercurio, volatile se riscaldato ed allo
zolfo infiammabile egli inserì un terzo principio nella composizione dei
solidi, il sale che non era volatile né infiammabile. La sua influenza sulla
medicina occidentale fu grande, specialmente attraverso un’opera che divenne
presto uno dei libri di medicina più utilizzati nell’ambito universitario: il Qanun fit at-tibb, tradotto da Gherardo
da Cremona in latino col nome di Canon
Medicine. L’opera, volta a sistematizzare il pensiero medico antico, è
divisa in cinque libri a seconda della materia trattata: il primo libro tratta
della medicina teorica, il secondo dei medicamenti semplici, il terzo delle
malattie trattate a seconda della loro localizzazione, il quarto delle malattie
generali, il quinto della farmacologia cioè della preparazione dei medicinali.
Il Canone è innegabilmente legato
alla tradizione aristotelica dei quattro elementi così come è derivata dagli
studi galenici la sua concezione anatomica, anche se spesso e volentieri
qualora i due grandi studiosi antichi vengano in contrasto la predilezione di
Avicenna per Aristotele piuttosto che per Galeno è fuori discussione. Sebbene
il trattato si presenti come una sorta di enciclopedia medica, esso risulta
essere in realtà più una sapiente erudizione libresca che non piuttosto una
raccolta sistematica di osservazioni ed esperienze personali. Avicenna scrisse
anche un Poema della medicina, un
trattato medico in versi nel quale si definisce la medicina come: “l’arte di conservare la salute ed
eventualmente guarire la malattia sopravvenuta nel corpo”.
L’ALCHIMIA MISTICA
Alcuni alchimisti
medievali in campo cristiano pensarono che la possibile
"tramutazione" dei metalli vili in oro era essenzialmente funzione
della scoperta della Pietra Filosofale e cioè delle capacità creative
dell’ingegno umano. Pertanto essi intesero l’Alchimia come l'agente di
perfezione parallelo alle indicazioni di purezza spirituale proposte da Cristo.
L'Uomo fu quindi considerato per analogia il "Forno filosofico" in
cui si compie l'elaborazione del pensiero capace di scoprire le capacità di
trasmutazione che conducono alla purezza.
Secondo gli
"alchimisti mistici" il Cristianesimo fondato sulla Chiesa si propone
di salvare l’uomo, ma non la natura a cui l’uomo appartiene, mentre per essi il
Cristo è il salvatore dell’universo nella sua totalità e non solo dell’anima
umana. Pertanto rifacendosi, secondo la secolare tradizione alchemica alla
inseparabilità delle concezioni apparentemente in contrapposizione quali
"spirito e materia", sostennero il principio della "coincidenza
oppositorum", che diceva che ogni manifestazione del pensiero ha due
componenti: una manifesta ed una occulta di indole spirituale,che non sono mai
separabili. Tale coicidenza tra azione spitituale e materiale fu simbolicamente
rappresentata dall' "uroboro" (il serpente che si morde la coda). In
considerazione di ciò venne detto che: "Se tu vuoi realizzare la nostra
Pietra, sii senza peccato, realizza una vita dedita alla perfezione del mistero
dello spirito."
Da questa impostazione
gli Alchimisti Mistici, vollero stabilire tutta una serie di equivalenze che
avevano per scopo la ricerca l'ottenimento della purezza, parallelamente a
quella della salvezza e purificazione spirituale proposta da Cristo al fine di
coinvolgere secondo la tradizione alchemica, riletta in senso cristiano,
l'intera realtà materiale e spirituale del mondo e degli esseri umani.
La leggenda della Santo
Graal (Calice che aveva contenuto il sangue di Cristo in Croce ), fu
interpretata come la ricerca della "parola perduta" cioè di una
verità rivelata da ricercare dalla quale trarre la saggezza necessaria per
attuare la scoperta della Pietra Filosofale.
Inoltre, per ridurre i
quattro elementi a una trinità di funzioni, gli alchimisti mistici ritennero
che:
Acqua + Aria = Creavano
il Principio del Mercurio
Aria + Fuoco = Creavano
il Principio dello Zolfo
Fuoco + Terra = Creavano
il Principio il Principio del Sale
Ed i tre principi furono
associati come elementi terreni opposti ma coincidenti con il Padre il Figlio
ed lo Spirito Santo.
Per questa loro
importazione tendente ad correlare l’Alchimia di origine pagana agli
insegnamenti religiosi del cristianesimo, gli alchimisti medioevali mistici,
furono perseguitati dalla Chiesa di Roma, principalmente in quanto tentarono in
modo ritenuto blasfemo di unire con analogie e metafore, la Trinità dell’Unità
divina a Trinità ed Unità terrene, là dove vennero a volte equiparati, Spirito,
Anima e Corpo, a Zolfo (ovvero Fuoco solido) , Mercurio (ovvero Acqua
permanente) e Sale (ovvero capacità di unione del Padreterno).
Al di là di questa
impostazione stravagante, gli alchimisti medioevali importarono nell’Europa
Cristiana lo sviluppo della cultura Alchemica progredita nella civiltà Araba di
quel periodo e ciò fu comunque importante per lo sviluppo culturale successivo
all’epoca medievale.
L' ALCHIMIA EUROPEA
L'alchimia metallica
(via secca) e quella degli Elixir o Quintessenze (via umida) fu riscoperta
nell’occidente europeo nel tardo medioevo, a seguito delle crociate durante le
quali gli europei s’impadronirono delle conoscenze arabe. Inoltre le opere di
Alchimia dell’era della Magna Grecia e quelle derivanti dalle tradizioni
scientifiche arabe introdotte in Sicilia ed in Spagna furono tradotte.
Ancora per motivi
religiosi dovuti alla difficoltà di integrazione con le concezioni sviluppate
nell'Islam, gli studi alchemici furono proibiti dalla chiesa cristiana e gli
alchimisti perseguitati e condannati dalla sacra inquisizione. Solo nel periodo
del tardo medioevo in Europa, in alcuni casi rimasti famosi, gli studi
alchemici furono approfonditi da personaggi potenti sia tra la nobiltà che
nella sfera ecclesiastica,
Il primo alchimista
europeo fu Alberto MAGNO (1193-1280),
che nei vari esperimenti descritti nei suoi testi trattò l’arsenico con
molta chiarezza. Contemporaneamente apparvero sulla scena l’inglese Ruggero
Bacone (1214-1294), fautore della applicazione matematica agli studi
scientifici e Tommaso D'Aquino (1226-1274).
I più importanti
risultati dell'alchimia medievale furono la descrizione dell’acido solforico e
la preparazione dell’acido nitrico concentrato. Questo, dopo l’estrazione del
ferro dai minerali avvenuta 3000 anni prima, fu il più importante progresso
della chimica; si apriva agli alchimisti la possibilità di effettuare reazioni
chimiche negate a chi li aveva preceduti.
Per ragioni politiche
l’alchimia cadde nuovamente in disgrazia e fu condotta o in clandestinità o da
imbroglioni.
Cecco d’Ascoli autore
del libro alchemico "L’Acerba", non essendo un potente, fu messo al
rogo a Firenze il 17 Luglio del 1327. Raimondo Lullo ( Ramon Llull di Palma de
Majorca 1232-1315) discendente di un antico casato aristocratico e pertanto
vicino alle leve del potere, fu uno tra i più famosi alchimisti europei; egli
tentò una interessante giustificazione della Alchimia in relazione al concetto
di "libero arbitrio" dell'uomo, così da farla accettare nell’ambito
della teologia della chiesa cristiana. Nel "Liber de segretis naturae seu
de quinta essentia" il ragionamento di Lullo in favore dell'Alchimia fu
all'incirca il seguente:
"Dio non può fare
quello che vuole, ... perché Egli può esercitare solo il bene" L'uomo
invece può incorrere nel male perché ha a disposizione solo il calore del
fuoco, per portare a purezza le cose terrene, ma con l'aiuto dei principi
essenziali e con la fede potrà in futuro concepire e realizzare delle
"trasmutazioni" naturali come già è in grado di compiere utili
trasformazioni artificiali degli elementi naturali. Perciò la Alchimia, che è
la vera arte nel promuovere il sapere, non può essere condannata dalla Chiesa,
in quanto la scelta tra il bene ed il male appartiene al libero arbitrio
dell'uomo; quest’ultimo è frutto della sua ignoranza, ma l’ignoranza umana
stessa è stata voluta dalla giustizia di Dio e quindi è un bene dal punto di
vista del Dio Padre Onnipotente. Quindi l’uomo può sbagliare provando e
riprovando nella ricerca della Purezza, mentre Dio non può aver fatto
assolutamente alcun errore né alcuna ingiustizia. Sulla base di tale
ragionamento e convinzione, Raimoldo Lullo è rimasto famoso sia per la
revisione di molti errori che egli attribuì ad errate convinzioni alchemiche di
alcuni suoi contemporanei e predecessori, sia per la sua tenacia nel difendere
e divulgare gli studi alchemici.
In seguito, pur lentamente,
gli studi alchemici sulla "trasmutazione" degli elementi ottennero,
anche per il lavoro di difesa e di chiarezza impostato per primo da Raimondo
Lullo, una profonda trasformazione concettuale che permise di realizzare in
occidente lo sviluppo dell'alchimia in scienza chimica.
Firenze fu uno dei
centri di sviluppo della Alchimia Rinascimentale proprio in quanto Cosimo I°
dei Medici (1517-1574) fece tradurre e diffuse prima in latino e poi in volgare
il "Corpus Alchemico" di Ermete Trimegisto. Cosimo dei Medici volle
così importare a Firenze una nuova cultura in modo da rendere libera la Toscana
dalle influenze del potere temporale dei Papi e quindi fu mecenate del
rifiorire di una nuova cultura rinascimentale che ebbe origine da un processo
di integrazione della antichissima cultura alchemica con la emergente capacità
produttiva artigianale fiorentina nella fusione dei metalli, nella preparazione
e la fissazione dei coloranti per le stoffe e gli arazzi e nella preparazione
dei medicamenti in farmacia da parte della potente corporazione fiorentina
degli "speziali". L'alchimia fu vista dal casato dei Medici come una
cultura globale e quindi più adatta a salvare il mondo perfezionandone la sua
natura, ivi compresa quella umana, con una finalità non limitata alla salvezza
dell'uomo, come richiedeva la tradizionale impostazione culturale dell’alchimia
di indole mistica; in tal senso la riscoperta della alchimia ermetica fu
considerata a Firenze una utile componente di un processo di rinnovamento
culturale capace di superare il medioevo.
Il risultato più
evidente di un tale processo di integrazione culturale, tra alchimia ermetica e
"arti e mestieri" del rinascimento, fu infatti quello di iniziare a
mettere in dubbio l'utilità delle concezioni aristoteliche, che avevano
rappresentato la cultura scientifica dominante nel medioevo, la quale si era
perfettamente integrata nella tradizione cristiana ufficialmente accettata
dalla Chiesa di Roma.
Con il Rinascimento
Fiorentino inizia una riflessione quanto mai prammatica
sul concetto di "trasmutazione in oro", che con ogni evidenza fino ad
allora era risultato impossibile da sperimentare. Anziché ritenere colpevoli le
conoscenze raggiunte, intelligenze del calibro di Leonardo Da Vinci (1452-1519)
iniziarono a ritenere impossibile il fatto che le deboli forze messe in gioco
dal fuoco, quale agente di trasformazione, potessero condurre al raggiungimento
di un puro stato di "nigredo", capace di disciogliere qualsiasi
sostanza e raggiungere lo stadio di "materia prima", in quanto solo
tale stato di perfezionamento della fase iniziale delle trasformazioni avrebbe
permesso di ricombinare la materia e raggiungere effettivamente la
"trasmutazione" qualitativa degli elementi in oro.
Piuttosto che
approfondire tali critiche, che in seguito condussero a nuove forme di pensiero
ed al recupero della teoria Atomistica, nella Firenze Medicea fu vincente la
prassi delle Arti e Mestieri che, con Vannuccio Biringuccio - ( autore del
Libro "De La Pirotechnia" - Siena 1540), e molti altri, favorirono in
Toscana la crescita il Rinascimento Italiano creando una scuola di artigiani ed
artisti famosi nel saper adoperare l’arte del fuoco per fabbricare vetri,
fondere metalli, produrre nuovi coloranti, sperimentare nuovi medicamenti
sviluppando gli insegnamenti della antica Alchimia.
Nel 1556 comparve il
libro di mineralogia “De re metallica” di
Georg Bauer (1494-1555), che raccoglieva tutte le informazioni possibili
dai minatori dell’epoca. Georg Bauer, più noto con il nome latino di Georgius Agricola,
con il “De Re metallica” fonda l'arte mineraria. La sua attenzione nei
confronti della Natura, al fine di scoprirne i segreti, segue i canoni delle
scienze naturali medievali, ma si arricchisce di tutte le conoscenze tecniche
dell’epoca. Il “De re metallica” rimase fino al 1700 il più importante testo
sulla metallurgia.
IATROCHIMICA
La chimica risentì
dell'influenza del rinnovamento della cultura italiana, iniziato a partire dal
XIII sec. col Rinascimento e coi problemi imposti dall'arte della tecnica,
dell'artigianato e delle nuove scoperte geografiche, le quali stimolarono
notevolmente la ricerca scientifica. Questa spinta innovatrice permise alla
chimica di separarsi dall'alchimia e di cominciare la conquista di una propria
indipendenza.
La iatrochimica, fondata
dallo svizzero-tedesco Theophrastus von Hohenheim (1493-1541), più conosciuto
con il soprannome di Paracelso, è una manifestazione di quella tendenza alla
fusione della medicina con la chimica, tipica del periodo.
L'alchimia di Paracelso
Paracelso l'alchimista,
lo iatrochimico, il mago. Così fu infatti chiamato questo personaggio
rinascimentale che racchiude in sè, forse più di ogni altro, caratteristiche ed
umori del suo tempo. Nacque in una località vicina a Zurigo il 17 dicembre 1493
ed è noto col nome latino, Paracelsus, del quale si era fregiato, quasi a voler
sintetizzare il suo vero nome: Philiph Theophrast Bombast von Hohenheim. Suo
padre, Wilhelm, era medico e da lui apprese i primi rudimenti di quella che era
nota anche col nome di Arte Regia, ovvero l'Alchimia. Era dotato di un
carattere molto irrequieto che lo indusse sempre ad agire da dissacratore.
Qualcuno addebitò questo suo modo d'essere alle influenze astrologiche del suo
segno zodiacale, il sagittario. I suoi comportamenti non facilitavano il
mantenimento di buoni rapporti con il prossimo. L'abate Lenglet du Fresnoy
nella sua opera Histoire de la Philosophie Hermétique, così lo dipinge: “mai
uomo ebbe tanti nemici e fu tanto criticato, mai uomo ebbe tanti seguaci e fu
tanto ammirato”. I suoi rapporti con i colleghi medici erano filtrati dagli
appellativi con i quali si rivolgeva loro: “teste di cavolo”, “Manipolatori di
sudice droghe e di medicamenti da cavalli”. Egli era contrario alla
fitoterapia, ovvero ai rimedi medicinali preparati con le piante, di contro, è
il precursore della iatro-chimica, ovvero della chimica medica basata essenzialmente sulla
distillazione e l'analisi dei minerali dai quali estraeva le sostanze che
servivano a preparare i medicamenti. Questo suo interesse per i
minerali è giustificato dall'aver seguito da vicino l'attività del padre che,
reputato esperto in questioni minerarie, fu nominato insegnante di chimica
nella Scuola delle Miniere. Ai tempi di Paracelso, la ricerca alchimistica, si
snodava ancora, su tre principali filoni di ricerca:
·
ricerca della
pietra filosofale, ovvero la sostanza capace di trasmutare i metalli in oro;
·
ricerca
dell'alkahest, ovvero l'acido capace di sciogliere tutte le sostanze;
·
ricerca
dell'elixir di lunga vita, ovvero la medicina per guarire tutti i mali.
Nell'Opus Paramirum così
scriveva : “Tre cose costituiscono la sostanza e forniscono a una cosa
specifica il suo corpo, cioè ogni corpo particolare è in tre cose. I nomi di
queste tre cose sono: Zolfo, Mercurio e Sale. Quando quest'ultimi sono posti
insieme allora assumono il nome di Corpo, e vengono loro aggiunte la vita e le
sue connessioni. Così quando hai in mano un Corpo, hai tre sostanze invisibili
sotto una forma. Di queste tre sostanze si può dire soltanto che sono tre
sostanze in una forma e che forniscono e costituiscono la salute”. Il quadro
dell'alchimia paracelsiana, si complica alquanto quando egli riconosce che per
comprendere ogni cosa, ovvero la natura di ogni cosa, bisogna procedere
sistematicamente per conoscere il suo Zolfo, il suo Sale ed il suo Mercurio.
Questa metodologia, consentirebbe la penetrazione dei misteri che hanno
regolato la formazione dei “tria prima”. A proposito della separazione degli
elementi così ebbe a scrivere nell'Archidoxis: “ ... Notate che gli elementi,
mediante la separazione, risultano formalmente uguali agli elementi essenziali.
L'aria appare come aria, e quest'aria non può essere racchiusa, come ritengono
erroneamente alcuni, perché al momento della separazione si innalza, prorompe
come il vento, ascende con l'acqua, con la terra e con il fuoco. Nell'aria vi è
una meravigliosa forza di ascensione. La separazione dell'aria dall'elemento
essenziale dall'acqua avviene mediante ebollizione. Quando inizia
l'ebollizione, l'aria si separa dall'acqua, porta con sé la parte più leggera
dell'acqua e via via che l'acqua diminuisce, anche l'aria diminuisce nella
stessa proporzione. Si deve notare che nessun elemento può essere ottenuto
senza aria, sebbene possa essere concepito senza aria. Non dobbiamo separare
l'aria perché essa è negli altri tre elementi come la vita in un corpo. Quando
la vita è separata dal corpo, tutte le cose periscono. ... Parleremo più
chiaramente delle separazioni ... Qui devono essere considerati quattro metodi.
Uno riguarda i corpi umidi, cioè le erbe che forniscono più acqua che qualsiasi
altro elemento. L'altro metodo riguarda i corpi combustibili, cioè i legni, gli
oli, le resine, le radici che contengono più fuoco di qualsiasi altra sostanza.
Il terzo metodo riguarda i corpi terrosi, ovvero le pietre, i ciottoli e le
terre. Il quarto riguarda ciò che è aeriforme: comprende tutte le specie prima
menzionate perché l'aria è presente in tutte. E' chiaro ora quali sono gli
elementi e come devono essere separati. La prima separazione che incontriamo è
la separazione degli elementi dai metalli. Negli elementi dei metalli vi sono
virtù predestinate inesistenti negli altri elementi. ... Si deve ora
considerare il duplice metodo della separazione. Uno consiste nel separare gli
elementi gli uni dagli altri: ciascun elemento viene separato mediante un
particolare recipiente, senza distruggere le sue forze. L'altro metodo consiste
nel separare purum ab impuro (il puro dall'impuro, ovvero un elemento dal
composto in cui si trova) secondo queste modalità. Dopo aver separato gli
elementi in una forma grossolana, si effettua un'altra separazione sugli
elementi separati. Per comprendere pienamente la pratica della separazione si
tenga presente che la quintessenza delle cose deve essere ottenuta, perché gli
elementi ottenuti dai corpi possono essere dominati o abbandonati nella natura
della quintessenza che tinge (pervade) più o meno gli elementi. Si deve
comprendere che i quattro elementi non perdono le loro virtù quando l'elemento
predestinato, cioè la quintessenza, è estratto. La quintessenza è elementare e
può essere separata in relazione alla sua forma elementare e non riguardo alle
diverse nature. Attraverso queste separazioni tutte le malattie elementari
possono essere curate con semplicità”.
Ma gli iatrochimici non
daranno valenza scientifica alle loro teorie, inaccettabili persino per un
biochimico moderno che non disponga di un metodo sperimentale. Ciò non
significa che Paracelso ed i suoi seguaci disprezzassero sperimentare, ma le
loro interpretazioni rimanevano astratte.
Gli iatrochimici
affermano la necessità della medicina e della chimica di collaborare insieme,
per avere un progresso di queste scienze. Agli iatrochimici va attribuita la
preparazione e scoperta di vari composti importanti per la farmacia:
· tintura di ferro;
· laudiano;
· tartaro ermetico;
· colchino;
· acetato ammonico;
· etere solforico;
· preparati di antimonio, arsenico, mercurio, ferro,
ecc. diffusi in medicina.
In conclusione la vera
chimica farmaceutica si può considerare una creazione degli iatrochimici.
L'Archeus di Paracelso andò acquistando a poco a poco, presso gli iatrochimici,
la concretezza del moderno principio attivo di un preparato farmaceutico e
quindi servì da guida per la preparazione di determinati preparati
medicamentosi.
Successivamente
l’alchimista tedesco Andreas Libau (Libavius) (1540-1616 ) pubblica “Alchemia”
un’opera alchemica priva di misticismo che raccoglie le conoscenze medioevali. E’ considerato il primo libro di alchimia. Libavio
descrive la preparazione dell’acido cloridrico, del tetracloruro di stagno e
del solfato d’ammonio. Descrisse anche la preparazione dell’acquaregia in grado
di attaccare l’oro. Propose anche l’ipotesi di identificare i minerali in base
ai cristalli ottenuti dopo l’evaporazione delle soluzioni in cui erano stati
sciolti. Anche lui comunque era convinto della trasmutazione del piombo in oro.
Esponenti successivi
sono un certo Basilio che trattava dell’utilizzo dell’antimonio in medicina e
Johann Rudolph Glauber (1604–1668) che scoprì la produzione dell’acido
cloridrico con la reazione dell’acido solforico sul sale comune ottenendo
inoltre, come residuo, il solfato di sodio, ancor oggi chiamato “sale di
Glauber”, che fu usato come lassativo. Glauber si dedicò alla produzione e
vendita di questo composto come fosse un elisir di lunga vita procurandosi in
questo modo l’agiatezza.
Verso la
nascita della chimica scientifica
J. Bèguin (1550-1620),
accettò la teoria di Paracelso ma è il primo a rivendicare l’autonomia della
chimica dalle altre discipline scientifiche in quanto vi sono molte attività
legate alla chimica quali medicina, tintoria, essenze e profumi, polvere da
sparo, lavorazione metalli, vetro e ceramica. Fa da ponte tra Paracelso ed i
successivi studiosi.
Jean Baptiste Van
Helmont (1577-1644) nacque a Bruxelles nel 1577, da una buona famiglia
fiamminga, svolse studi umanistici ma rifiutò di conseguire la laurea. Spinto
dall’impellente desiderio di alleviare l’umana sofferenza, intraprese studi di
medicina, il cui corso fu forzosamente rallentato dalla sofferenza per la
malattia che lo affliggeva, la scabbia. I medici galenici lo curavano
somministrandogli sostanze purganti, non accorgendosi che si trattava di un
disturbo di origine parassitaria. Questo portò Van Helmont a nutrire un
profondo disgusto per i galenici; e cominciò a viaggiare per l’Europa,
visitando l’Inghilterra, la Francia, la Svizzera e l’Italia, con il proposito
di investigare la pratica della medicina in questi differenti paesi. In realtà
fu poi guarito da un ciarlatano italiano, che usava zolfo e mercurio.
Iniziò a praticare come
medico, e si distinse perché, invece di usare le piante, preparava le sue
medicine nei laboratorifacendo largo impiego della fornace, del crogiolo e
della storta; questo fatto lo rese famoso come medicus per ignem.
Fu uno dei primi a
dimostrare che il suolo contribuisce in misura minima all’aumento del peso di
una pianta. I Greci credevano che le piante derivassero il loro nutrimento
unicamente dal suolo. Ma questo brillante scienziato belga dimostrò al mondo
accademico che le piante erano composte solo di acqua, mediante questo semplice
esperimento: piantò un salice dal peso
conosciuto in terra, per pesare nuovamente lo stesso salice ed il terreno
cinque anni più tardi. Il salice era cresciuto di 76.7 kg, e la terra non aveva
praticamente perso peso. La crescita nel peso del salice era certamente dovuta
alla quantità d’acqua che aveva assorbito. L’opera che comprende, tra gli altri
questo esperimento, fu pubblicata
postuma nel 1648, con il nome di Ortus Medicinae.
La sua fama raggiunse
col tempo una dimensione internazionale, anche se fu da più parti sospettato di
pratiche diaboliche. Se nel suo lavoro era dato vedere elementi fantastici, ciò
era dovuto largamente al tempo in cui si trovò a vivere; sta di fatto che la
sua produzione scientifica raggiunse vette ancora inesplorate.
Fu il primo a postulare
l’esistenza di gas distinti dall’aria, e ad applicare il nome di gas a questo
tipo di sostanze.
I gas e vapori erano già
stati riscontrati in passato ma data la loro sfuggevolezza era più facile
trascurarli, tant’è vero che molti vapori sono stati chiamati 'spiriti'. Suo
grande merito è quello di prendere in esame i vapori; scoprì l’anidride
carbonica CO2 accorgendosi che dalla fermentazione e dalla
combustione si sviluppa questo gas. Notò inoltre che è possibile ottenerla
anche da alcune acque minerali e da alcuni sali trattati con acidi. Chiama la
CO2 gas silvestre e tenta misure quantitative, applicando implicitamente
il concetto di conservazione della massa.
Scoprì l’idrogeno
solforato nel sistema umano, produsse il gas cloridrico, che chiamò gas del
sale, spiegò le esplosioni della polvere da sparo sulla base della teoria
dell’espansione dei gas, scoprì o almeno svolse attente ricerche sull’acido
solforico, l’acido nitrico e l’ossido d’azoto. Fu uno dei primi a scoprire il
ruolo giocato dagli acidi nei succhi gastrici, attribuendo le malattie ad un
eccesso degli stessi. Studiò la trasmutazione dei metalli, credendo che sarebbe
riuscito ad ottenere l’oro dal mercurio.
Verso la fine della vita
di Helmont i gas acquisirono notevole importanza, Evangelista Torricelli scoprì
il modo di misurare la pressione atmosferica ed formulò il concetto di vuoto,
Otto Guericke costruì la prima pompa pneumatica sfruttata per spettacolari
esperimenti (quadriglia di cavalli che tirano due semisfere combacianti in cui
aveva fatto il vuoto).
BOYLE
Robert Boyle entra di
diritto nella rosa dei contendenti al titolo di “Padre della Chimica moderna”.
Fu il primo scienziato che svolse esperimenti controllati e pubblicò il suo
lavoro con elaborati dettagli concernenti la procedura, le apparecchiature
utilizzate e le osservazioni. Mise insieme quello che noi chiameremmo
oggigiorno un “gruppo di ricerca”, sviluppò un elemento chiave dell’attuale
corredo del chimico, la pompa aspirante; ebbe un ruolo fondamentale nella
costituzione della Royal Society. Oltre a ciò,
merita almeno parte dei tributi per la formulazione della famosa legge sui
gas che porta il suo nome.
Boyle nacque a Lismore,
in Waterford County, Irlanda, il 25 gennaio 1627. Era il settimo figlio maschio
(e quattordicesimo nato) dei quindici figli di Richard Boyle, uno degli uomini
più ricchi ed influenti delle Isole Britanniche. Come è facile immaginare, data
una simile condizione sociale, le sue opportunità erano quasi illimitate.
Ancora adolescente, scelse lo pseudonimo di Philaretus (amante della verità) :
una vita di ricerca scientifica sembrava già il suo inevitabile destino. Fu
educato nella maniera più raffinata possibile per i suoi giorni, studiando
prima ad Eton fino al novembre del 1638 ed in seguito viaggiando per l’Europa
con un tutore e con il suo fratello maggiore Francis. Visitò Parigi, Lione, e
Ginevra. Quivi arrivato, studiò francese, latino, retorica e religione con un
tutore privato.
Nel 1641 iniziò a
studiare italiano in vista di un nuovo viaggio. Nel settembre dello stesso anno
Boyle ed il suo tutore arrivarono a Venezia, quindi dall’inizio del 1642 furono
a Firenze. Galileo morì nella sua casa di Arcetri, poco distante da Firenze,
proprio mentre Boyle si trovava lì. Fu molto impressionato dal personaggio
Galileo e studiò con grande attenzione la sua opera. Se si può indicare un
evento che formò la sua vita e lo diresse verso la scienza, possiamo dire fu
questo. Naturalmente, il suo retroterra protestante contribuì ad accrescere la
sua simpatia per la figura di Galileo, date le angherie che aveva dovuto subire
dalla Chiesa Cattolica di Roma.
Boyle divenne un forte
sostenitore della filosofia galieleiana; questa, unita alla nuova fisica di
Bacone e Cartesio, alle nuove teorie riguardo l’aria e il vuoto, il movimento
dei pianeti e la circolazione del sangue, influenzarono il suo pensiero più di
quanto non fecero le dottrine alchemiche.
Boyle pubblicò
copiosamente riguardo a differenti materie, movendosi attraverso i vari campi
della scienza, della filosofia e della teologia. Il suo primo lavoro
scientifico di una certa importanza, “The spring and the Weight of the air”, fu
pubblicato nel 1660 e descrive gli esperimenti effettuati mediante l’uso di una
nuova pompa aspirante di sua invenzione. La pompa precedente, ideata da Von
Guericke, richiedeva gli strenui sforzi di due uomini e procurava risultati di
dubbia attendibilità. La pompa di Boyle, invece, poteva operare facilmente ed
in modo efficiente con un solo uomo. Con essa Boyle dimostrò che il suono di
una campana nel ricevente (una camera in cui erano state create particolari
condizioni di acustica) calava di intensità non appena l’aria veniva rimossa,
provando che l’aria era un mezzo necessario per la trasmissione dei suoni. In
esperimenti successivi, riuscì anche a provare che l’aria era necessaria per
l’esistenza stessa della vita, oltre che perché la fiamma di una candela
ardesse. Molti scienziati, in particolare Hobbes, avevano intuito che il vuoto
non poteva esistere e sostenevano che i risultati ottenuti da Boyle con la sua
pompa, fossero frutto di forze ancora non scoperte. Boyle sentiva che i suoi esperimenti
confermavano una visione meccanicistica della natura, dunque contraria
all’approccio scientifico e non-sperimentale di stampo aristotelico.
L’empirismo di Boyle lo nominò fondatore di un moderno metodo scientifico ed i
suoi argomenti furono così persuasivi da vincere molte autorevoli resistenze,
prima delle quali quella di Isaac Newton.
La seconda edizione di
“The Spring and Weight of air” pubblicata nel 1662, conteneva in appendice, la
legge sulla proporzionalità inversa di volume e pressione, che è nota a tutti
come “legge di Boyle”. Nel portare avanti l’esperimento che lo condusse a
questa generalizzazione, Boyle usò mercurio in un tubo e fece la misurazione
del volume del gas contenutovi, in condizioni di pressioni sia più elevate, che
meno elevate del livello della pressione atmosferica. Ci furono, e ci sono
tutt’ora alcune controversie sull’effettiva paternità della scoperta, dal
momento che molto del lavoro fu svolto dall’assistente di Boyle, Robert Hooke.
In ogni modo, l’idea-base dell’esperimento era di Boyle.
Il maggior contributo
dato da Robert Boyle alla conoscenza scientifica fu la sua pubblicazione del
1661, “The sceptical Chymist” nella quale discusse il concetto di “elemento”.
Infatti nella sesta
parte del Chimico Scettico, e precisamente nell'Appendice Paradossale, la
critica ha intravisto la definizione che lo ha fatto riconoscere come padre
della chimica moderna: ”... ora intendo per elementi quello che i chimici, che
parlano in modo più chiaro, intendono per loro principi, cioè certi corpi
primitivi e semplici, o perfettamente incomposti, che, non essendo costituiti
di altre sostanze, né l'uno dell'altro, sono gli ingredienti di cui sono
costituiti quei corpi chiamati perfettamente composti, e in cui in ultima
analisi questi sono risolti. La cosa che pongo ora in discussione è se esista
un qualche corpo che si riscontri costantemente in tutti e in ciascuno di quei
corpi che sono detti composti di elementi”.
La scienza aristotelica
sosteneva che gli elementi non solo fossero le più semplici di tutte le
sostanze, ma fossero anche le componenti essenziali di tutti i corpi; ad
esempio se l’acqua è un elemento allora, in questa ottica, tutti i corpi devono
di necessità contenere almeno una piccola parte di acqua. L’idea di Boyle di elemento
era qualcosa di vago e certamente non moderno, nel senso in cui lo si intende
oggi. Ma presentò persuasive prove sperimentali per dimostrare che le
teorizzazioni aristoteliche non potevano essere verificate per la maggior parte
degli elementi comunemente accettati (fuoco, acqua, sale, mercurio, etc…).
Anche se le sue convinzioni traevano primariamente spunto da Cartesio, per
certi aspetti se ne discostavano. Boyle riteneva che le particelle si
muovessero liberamente nei fluidi e meno liberamente nei solidi, come Cartesio;
ma Cartesio non credeva nel vuoto, piuttosto credeva in un etere non meglio
definito che pervadesse tutte le cose. Mentre Boyle aveva condotto molti
esperimenti che lo portarono a credere nell’esistenza del vuoto e, non avendo
trovato prove sperimentali dell’etere, a rigettare questa idea.
In “The scepitcal
Chymist”, Boyle operò un taglio reciso con la tradizione alchemica della
segretezza, per la sua convinzione nell’opportunità di rendere noti al pubblico
i processi sperimentali.
Egli è scettico nei
confronti della scienza e della filosofia “ufficiale” che venivano coltivate
nell'ambito delle “scuole” che reputava, in qualche maniera, corporative.
La critica
antiparacelsiana di Boyle può essere riassunta leggendo il seguente brano: “
... Per acquistare a se stessi la reputazione di inventori si sforzavano di
mascherarli chiamandoli invece di terra, fuoco e aria, sale, zolfo e mercurio,
e a essi dettero il falso appellativo di principi ipostatici. Ma quando vennero
a descriverli, mostrarono quanto poco avessero capito ciò che intendevano con
quei nomi, perché si trovarono in disaccordo gli uni con gli altri come con la
verità che insieme negavano. Infatti essi enunciarono le loro ipotesi nello
stesso modo oscuro con cui espongono i loro procedimenti ed è quasi altrettanto
impossibile, per una persona assennata, trovarne il significato che per loro
trovare il loro elisir”.
Nonostante fosse così
ostinato nel divulgare i dettagli dei suoi lavori, anche di quelli conclusisi
con un insuccesso, Boyle non fu mai
capace di abbandonare la sua credenza nell’alchimia. Credeva nella
trasmutazione degli elementi e, nel 1676, riferì di un suo tentativo di mutare
il mercurio in oro. Credeva veramente di essere sul punto di raggiungere un
simile obiettivo.
Un’altra opera fu
pubblicata nel 1666, “Hydrostatic Paradoxes”. Essa era allo stesso tempo una
critica penetrante al lavoro di Pascal sull’idrostatica, piena di acute
osservazioni sul metodo sperimentale di Pascal, ed una presentazione di una
serie di importanti ed ingegnosi esperimenti sulla pressione dei fluidi”.
Nel 1645, Boyle si era
unito ad un ristretto gruppo di scienziati, filosofi, matematici e fisici
inglesi che si incontravano settimanalmente a Londra o ad Oxford. Nel 1662 il
gruppo fu ribattezzato Royal Society, e ancora oggi tale istituzione continua
ad esistere come la più antica società di scienziati al mondo. Il motto di
questa prestigiosa organizzazione “Nullius in verba” (Niente nelle parole), sta
a significare che tutta la scienza deve essere basata su prove empiriche e
sperimentali. Nel 1680 Boyle fu eletto presidente della Royal Society, ma
declinò questo onore perché richiedeva un giuramento contrario ai suoi principi
religiosi.
A Boyle è anche
attribuito il primo uso della locuzione “analisi chimiche”, usato nello stesso
senso che oggi noi comprendiamo. Boyle svolgeva esperimenti su oro e argento,
testava il rame con l’ammoniaca, il sale in acqua con il nitrato di argento;
sviluppò una serie di esperimenti per le analisi dell’acqua minerale. In
aggiunta, osservò che tutti gli acidi facevano diventare un particolare
indicatore vegetale di un colore compreso tra blu e rosso, mentre gli alcali lo
facevano diventare di un colore verde.
Trovò inoltre che alcune sostanze non facevano mutare il colore dell’indicatore
e le indicò come neutre. Aveva anche ideato un metodo di classificazione delle
sostanze.
FLOGISTO
Lo iatrochimico tedesco
Johann Joachim Becher (1635-1682) fu il precursore della teoria del flogisto.
Nella Physica subterranea (1667) elaborò una teoria degli elementi nella quale
sosteneva che i corpi naturali erano composti di princìpi prossimi come l'acqua
e la terra. Quest'ultima, a sua volta, era distinguibile in tre terre distinte:
la vetrificabile o fusibile o petrosa, la infiammabile o pingue e la mercuriale
o fluida, in parte corrispondenti ai tre elementi paracelsiani sale, zolfo,
mercurio, e alle proprietà di questi. La terra infiammabile di Becher ebbe una
grande fortuna nella chimica successiva, grazie soprattutto alle teorie del suo
allievo, Georg Ernst Sthal (1660-1734). Questi aveva razionalizzato la chimica
becheriana eliminando i più espliciti richiami metafisici e i numerosi
riferimenti alla filosofia mosaica sulla origine
e sullo sviluppo della natura in essa presenti. Egli, però, aveva accettato,
tra l'altro, la teoria degli elementi. In particolare Stahl accentuerà il ruolo
della terra infiammabile da lui definita flogisto.
Questo principio diventerà il centro di una serie di teorie chimiche, le
più importanti delle quali riguardavano la combustione, la calcinazione, la
respirazione e la formazione degli acidi. Infatti il flogisto era considerato
il principio responsabile della combustibilità dei corpi combustibili, e della
calcinabilità dei metalli. In questi fenomeni si aveva esclusivamente una
liberazione di flogisto nell'aria atmosferica, inizialmente considerata
chimicamente inerte e puro ricettacolo di questo principio (e anche degli
altri). Il flogisto, inoltre, era la causa materiale dei colori, degli odori e
dei sapori dei corpi ed era considerato la materia del fuoco, cioè la sostanza
dalla quale si ottenevano tutti gli effetti termici associati alle reazioni
chimiche. Anche in questa veste esso si poteva trovare sia allo stato libero,
producendo la sensazione del calore; sia allo stato combinato, cioè presente
come principio nei corpi composti. Il flogisto circolava incessantemente fra i
corpi dei tre regni della natura passando di combinazione in combinazione. In
questo modo la combustibilità di cui era portatore poteva trasmettersi.
Infatti, se nella revivificazione delle calci metalliche, queste ultime
venivano mescolate con una sostanza ricca di flogisto (carbone, grassi,
olii,ecc.), questa sostanza, sotto l' azione del un fuoco, cedeva il flogisto
alle calci, ripristinando il metallo di partenza. Esso era responsabile anche
della formazione dei differenti acidi a partire dalla sua combinazione con un
acido universale, che secondo Stahl era l'acido vetriolico, anch'esso un
composto di terra
e flogisto.
Per
esemplificare la teoria del flogisto e spiegare la motivazione della sua
formulazione, bisogna tener conto che nel '700 i fenomeni più studiati
erano quelli che coinvolgevano il calore o riguardavano la combustione in
genere. Le reazioni chimiche maggiormente sottoposte all'osservazione erano
quelle quelle coinvolte nella metallurgia, scienza allora relativamente
avanzata anche per il suo grande interesse pratico, e cioè le calcinazioni, le
riduzioni e le combustioni.
Calcinazione: un metallo (Me) all'aria e in presenza di fuoco si
trasforma in calce
|
2Me + O2 |
|
2MeO |
|
|
|
|

Riduzione:: una
calce in presenza di opportuni materiali, ad esempio il carbone, con l'aiuto
del fuoco si trasforma in metallo
|
2MeO + C |
|
2 Me + CO2 |
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|
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Combustione: alcuni materiali (come ad esempio
il legno) in presenza di fuoco e aria danno origine a ceneri
|
CH4 + O2 |
|
CO2 + H2O |
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Secondo
la teoria del flogisto queste reazioni avvenivano nei modi seguenti:
Calcinazione: era considerata come l'emissione di flogisto liberato dal metallo
riscaldato all'aria e cioè:
|
Me |
|
calce |
+ |
flogisto |
Riduzione: scaldando poi la calce con carbone di legna, il
flogisto veniva ripristinato, dando di nuovo metallo, ossia la reazione inversa
alla precedente:
|
calce |
+ |
flogisto |
carbone |
Me |
Sthal sosteneva che “il flogisto delle sostanze grasse e del carbone
passa con grande facilità nei metalli calcinati, ripristinando la loro capacità
di fondere, venire forgiati e amalgamati "
Combustione: la reazione di combustione avviene tra un materiale
“ricco di flogisto” in grado di bruciare combustibile) con un materiale
“deflogisticante” (comburente) e di un innesco per la reazione (accensione e
fuoco).
|
materiale combustibile |
|
cenere |
+ |
flogisto |
Limiti e meriti della teoria del
flogisto
Uno dei meriti della
teoria del flogisto è quello di unificare i due processi: la calcinazione e la
combustione. Le due reazioni erano apparentemente simili: entrambe avvenivano
in presenza di aria su materiali “combustibili”. Tuttavia la prima comportava
un aumento di peso, la seconda una diminuzione, questo creava un'anomalia per
la teoria del flogisto, accreditata in quel tempo.
Proprio nell'epoca del
flogisto, infatti, grandi studiosi come Black,
Cavendish, Scheele, Priestley, diedero vita alla chimica dei gas ottenendo progressi
sorprendenti nell'analisi chimica, sia teorica che applicativa.
Si puo' insomma
sostenere che la chimica deve proprio all'inesistente flogisto il suo
definitivo passaggio a scienza teorica autonoma tanto che Mendeleev disse:
“La concezione
flgistica ha generalizzato una moltitudine di reazioni (di ossidazione) e ciò
ha costituito un importantissimo passo in avanti della scienza”.
Per falsificare la teoria del flogisto
occorreva un approccio quantitativo alle trasformazioni chimiche ben lontano,
sia dalla mentalita' dell'epoca, cioe' di gran parte del '700 (Lavoisier agì
infatti nella seconda meta' del '700), che dai mezzi a disposizione. Va anche
aggiunto che solo verso la fine del secolo si diffuse l'uso di raccogliere i
gas e di valutare con la bilancia, in modo esatto, l'acquisto o la perdita di
peso durante combustioni o calcinazioni.
CHIMICA PNEUMATICA O CHIMICA DEI
GAS
Nel Settecento si è ebbe
una grande svolta a seguito della
scoperta di differenti arie, cioè di sostanze aeriformi, poi chiamate
gas (riprendendo in altro contesto il vecchio termine adoperato agli inizi del
Seicento dallo iatrochimico fiammingo van Helmont), distinte dall'aria comune,
che all'epoca era ritenuta una sostanza unica ed elementare.
Nel 1727, infatti,
l'inglese Stephen Hales pubblicò il trattato “Vegetable Staticks” nel quale si
dimostrava che l'aria esisteva in forma combinata nei vegetali; essa cioè, pur
essendo gassosa, poteva essere fissata chimicamente per formare dei composti.
Hales dimostrò che le variazioni di peso della combustione potevano venire
spiegate con lo sviluppo dei gas (che però fino ad allora non venivano presi in
considerazione). Egli introdusse una tecnica per la raccolta dei gas facendoli
gorgogliare in ampolle capovolte riempite d’acqua. Fu in grado di individuare i
gas ma non di differenziarli, in quanto li considerava tutti “aria”. Dimostrò
che la combustione di una candela in recipiente chiuso su un battente di acqua
causa depressione e innalzamento del livello dell'acqua.
Ma fu lo scozzese Joseph
Black 1728-1799 a gettare per primo una luce sull' ancora misterioso mondo gas.
Per cottura dei carbonati di magnesio e di calcio, Black riuscì a ottenere un gas, da lui definito “aria fissa” (anidride carbonica), che era lo spirito o gas
silvestre di Helmont, molto diversa dall'aria comune. L' aria fissa, infatti,
come lo stesso Black dimostrò nel 1756, era più pesante dell'aria atmosferica e
non manteneva la combustione, la calcinazione e la respirazione animale;
inoltre essa era presente in piccole quantità nell'aria atmosferica.
Daniel Rutherford
(1749-1819), allievo di Black, nel 1772 riuscì, tramite esperimenti, a isolare
un gas che chiamò aria flogisticata (azoto).
Henry Cavendish
(1731-1810) era un ricco fisico e chimico britannico, eccentrico, che si
interessò in particolare a un gas precedentemente isolato da Boyle e da Hales,
l’idrogeno, che però allora era chiamato “aria infiammabile”. Lo ottenne
facendo reagire l’acido solforico con
alcuni metalli. Ne studiò sistematicamente le proprietà e le pubblicò nel 1776
nel trattato intitolato Three Papers Containing Experiments on Factitious Air:
era un gas molto leggero (undici volte più dell’aria) e, a differenza dell’aria
e dell’anidride carbonica, si infiammava facilmente. Si convinse che fosse il
flogisto.
Eseguì numerose
esperienze con vari metalli e concluse che gli acidi erano capaci di scacciare
il flogisto dai corpi.
La sua ipotesi è che
date queste due reazioni:
Metallo = calce +
flogisto
Calce + acido = sale
la reazione fra acido e
metallo, che sviluppa il gas infiammabile deve essere così interpretata:
Metallo + acido = sale +
flogisto
Quindi afferma che il
gas infiammabile è il flogisto.
Compì altri studi, per
esempio per determinare la forza dell’olio di vetriolo H2SO4
lo fece reagire con CH3COOPb e per pesata del precipitato PbSO4 poté
determinare la forza dell’acido. Studiò
gli equivalenti per Zn, Fe, Sn con
reazione acida con HCl.
Inoltre, partendo da un
esperimento di Warltire, che consisteva nel bruciare un composto di aria e
idrogeno, in una provetta di cuoio e poi in una di vetro, sulle pareti della
quale appariva un velo di vapore, Cavendish mostrò che il vapore non proveniva
dall’umidità dell’aria ma dalla combustione dell’idrogeno con una determinata
proporzione di aria comune.
Così Cavendish capì che
l’acqua era data dall’esplosione di idrogeno e ”aria deflogisticata”, cioè
ossigeno, gas isolato poco prima da
Priestley. (1784-Experiments on Air)
ma non pubblicò subito i risultati perché l’acqua è acidula e volle scoprire
prima il perché (durante la reazione si producono ossidi di azoto). Era un
altro grave colpo per la teoria greca degli elementi, in quanto dimostrava che
l’acqua non era una sostanza semplice. Questa reazione fu scoperta nello stesso
periodo anche dal britannico James Watt, che però, per scrupolo, aveva tardato
a divulgare le sue conclusioni. Solo successivamente Lavoisier stabilì la
sintesi della reazione su basi quantitative e si deve a lui il termine
“idrogeno”. Si dovrà aspettare il 1804 perché il chimico francese Joseph-Luis
Gay-Lussac e il naturalista tedesco Alexander von Humboldt stabiliscano la
formula dell’acqua : H2O.
Nel 1774 Pierre Bayen
decomponendo col calore l'ossido di mercurio ottenne un gas di cui non riuscì a
determinare la natura e le proprietà.
Cosa che, invece, riuscì a Joseph Priestley (Fieldhead, Yorkshire 1733 -
Northumberland, Pennsylvania 1804), chimico, teologo e filosofo inglese. Figlio
di un ministro di culto calvinista, Priestley compì gli studi di teologia
presso il seminario di Daventry, dove cominciò a maturare interesse per le
scienze. S’interessa di chimica perché legge i lavori di Black sull’aria fissa.
Verso il 1769 si
trasferì in una parrocchia della città inglese di Leeds che, per combinazione
sorgeva proprio accanto a una fabbrica di birra. La fermentazione del grano
genera anidride carbonica, che Priestley poteva così ottenere in abbondanza per
i suoi esperimenti. Raccogliendo dell’anidride carbonica al di sopra
dell’acqua, Priestley scoprì che una parte del gas si scioglieva, conferendo
all’acqua un piacevole sapore acido: si trattava di quella che oggi chiamiamo
“gazzosa”.
Priestley riteneva che
l'aria comune possedesse la capacità di assorbire il flogisto liberato in
alcune reazioni chimiche o di cederlo essa stessa una volta assorbito. In
particolare, sosteneva che tutte le differenti specie d'aria che si andavano
via via scoprendo non erano altro che il risultato di una trasmutazione di una
base fondamentale, l'acido nitroso, che si combinava in maniera differenziata
col flogisto in una sorta di gradazione che andava dall'aria deflogisticata,
all'aria comune, all'aria flogisticata, per arrivare infine all'aria nitrosa,
che conteneva la maggior quantità di flogisto combinato. Priestley,
revivificando con una lente ustoria l'ossido rosso del mercurio, ottenne
un'aria che manteneva molto vivacemente la combustione di una candela.

Esperienza di Priestley sulla formazione
dell’ossigeno
Egli pensò che si trattasse
di aria deflogisticata, cioè priva del flogisto, e quindi in grado di favorire
le reazioni di combustione. Infatti, secondo la teoria flogistica la
combustione veniva considerata come una liberazione nell'aria atmosferica del
flogisto contenuto nel corpo combustibile. Analogamente la calcinazione era
considerata una liberazione di flogisto contenuto nel metallo. In entrambi i
casi, alla fine della reazione, si doveva ottenere un'aria più o meno satura di
flogisto, cioè un'aria flogisticata, che ovviamente non poteva mantenere né le
reazioni di combustione e di calcinazione, né, tantomeno, la respirazione
animale. Anche questo processo fisiologico, infatti, veniva spiegato mediante
l'ipotesi che in esso avvenisse una liberazione di flogisto del sangue che ne
era carico per mezzo dei polmoni .
La revivificazione del
mercurio a partire dalla sua ‘calce', consisteva quindi in una sottrazione del
flogisto contenuto nell’aria della campana dove avviene l’esperimento, dando
così luogo a un'aria deflogisticata.
Contemporaneamente a
Priestley, il chimico svedese Carl Wilhelm Scheele (1742-1786) separava i due
costituenti principali dell'aria atmosferica, constatando che solo uno di essi
manteneva la combustione e la respirazione, e venne chiamato aria di fuoco. L'altro, chimicamente inerte, venne invece
chiamato aria mefitica, proprio per il suo rapporto negativo con la
respirazione. Fino alla seconda metà del Settecento furono isolati più di venti
gas! Ciò sta a dimostrare sia la grande importanza del nuovo campo
dell'indagine chimica della natura che la forza conoscitiva delle teorie
flogistiche, all'interno delle quali queste ricerche erano avvenute.
Alle ricerche di chimica
pneumatica dettero un fondamentale contributo molti chimici italiani, fra i
quali Felice Fontana, Marsilio Landriani e Alessandro Volta. Tutti e tre questi
scienziati, sviluppando le ricerche iniziate da Priestley sulla respirabilità
dell’aria, secondo il suo contenuto più o meno alto di flogisto, contribuirono
in maniera decisiva alla fondazione di una nuova scienza applicata, denominata
eudiometria.
L'eudiometria, si potrebbe definire una scienza applicata della
chimica, in particolare della chimica pneumatica Infatti solo con l'affermarsi
di questa nuova disciplina, che ben presto nel XVIII secolo diventerà
dominante, che si è potuto fondare scientificamente e sperimentalmente una vera
e propria tecnica per valutare la bontà ovvero la salubrità dell'aria (o meglio
ancora delle arie, cioè di quelle sostanze che poi verranno chiamate gas). Iniziatore
di questo tipo di ricerche può senza dubbio essere considerato Joseph Priestley
che intorno al 1774 mise in opera un apparato strumentale per la misurazione
della salubrità dell'aria comune utilizzando l'aria nitrosa (ossido d'azoto) da
lui scoperta. Il suo metodo si basava sul fatto che questa aria nitrosa era in
grado di assorbire l'aria deflogisticata (cioè l'ossigeno), dando luogo a
vapori color rossastro che avevano una grande facilità a essere assorbiti
dall'acqua; questa reazione, quindi, diremmo oggi, era in grado di misurare la
quantità di ossigeno, cioè della parte più respirabile e salubre, presente
nell'aria comune. Il nome eudiometria deriva dal greco eudios appunto ‘bontà
dell'arià, dalla quale radice Marsilio Landriani coniò il neologismo eudiometro
per denominare lo strumento da lui appositamente costruito. Esso era costituito da una lunga canna di vetro,
alla cui estremità superiore è appoggiata una boccetta di cristallo, contenente
dell'acqua, dello stesso volume della canna e di una vescica, contenente l'aria nitrosa e che
viene chiusa sopra la boccetta. All'estremità inferiore è collocato un cilindro
di ottone collegato alla canna di vetro attraverso una molla a spirale chiusa
all'estremità con una vite. Questo apparecchio consentiva il riempimento
dell'acqua prima e dell'aria nitrosa poi in proporzioni fisse. La diminuzione
del volume dell'aria era misurata da una scala graduata divisa in 24 parti,
ciascuna delle quali divisa a sua volta in 12 parti. L'aria nitrosa, chiusa ermeticamente
nella vescica, veniva lasciata reagire con l’aria comune dalla quale sottraeva
l'ossigeno, dando luogo a ossidi superiori dell'azoto che si dissolvevano
nell'acqua. Ovviamente l'aria era tanto più insalubre quanto meno in essa era
presente l'aria deflogisticata
(ossigeno) o quanto più lo erano l'aria
fissa (anidride carbonica) o lo stesso flogisto (o l'aria flogisticata). La contrazione in volume della miscela,
misurata dalla scala graduata forniva un dato quantitativo sulla salubrità
dell'aria o di un determinato ambiente. Contemporaneamente Felice Fontana,
costruiva strumenti analoghi a quello di Landriani, ma da lui chiamati evaerometri, di qui la polemica per la
priorità dell'invenzione. Un notevole contributo allo sviluppo dell'eudiometria
venne anche da Alessandro Volta, che nel 1777 costruì un eudiometro analogo a
quello di Landriani, ma più semplice e più preciso anche di quelli costruiti
oltre che dallo stesso Landriani da Priestley e da Fontana. Esso adoperava l'aria infiammabile (idrogeno) invece
dell'aria nitrosa, che veniva accesa mediante una scintilla elettrica. Volta,
piuttosto che studiare la salubrità dell'aria, intendeva l'eudiometria come
mezzo per studiare le proprietà chimiche delle differenti arie (compresa l'aria infiammabile nativa delle paludi
(metano) da lui stesso scoperta).
Anche Scheele ideò un
eudiometro basato sulla reazione dell'aria atmosferica con una soluzione
acquosa di un solfuro alcalino: l'ossigeno dell'aria si combinava col solfuro e
per differenza dei volumi dell'aria prima e dopo la reazione di aveva una
misura della respirabilità dell'aria in esame.
Gli esami eudiometrici
furono al centro di un intenso interesse da parte di Lavoisier e della sua
scuola, soprattutto per gli aspetti sociali della verificabilità scientifica
del carattere salubre dell'aria; interesse strettamente collegato agli studi
sulla respirazione animale. Nell'Ottocento l'eudiometria ebbe un grande
sviluppo soprattutto con l'affermarsi dell'agricoltura scientifica e della
Rivoluzione industriale, intersecando in maniera differenziata problemi
strettamente scientifici e problemi sociali (soprattutto di tipo medico
sanitario).
LAVOISIER
Antoine - Laurent
Lavoisier nacque a Parigi il 26 agosto 1743 in una ricca famiglia borghese. La
sua vocazione per le Scienze si manifestò precocemente e venne coltivata
nonostante gli studi chimici non facessero parte dei curricola universitari e potessero nemmeno garantire introiti
finanziari; gli scienziati, infatti, potevano coltivare i propri interessi scientifici
solo se godevano di finanziamenti provenienti da altre fonti. Il padre lo
iscrisse al celebre Collége Mazarin;
qui, oltre allo studio di materie umanistiche, Lavoisier studiò anche
discipline scientifiche, come la matematica e la fisica. Molte furono le
personalità che influirono sulla sua vita e che lo orientarono verso le nuove
scoperte. Una di queste personalità fu La Caille, il quale trasmise a Lavoisier
il rigore intellettuale e la consapevolezza della necessità di adottare un
linguaggio semplice e sistematico. Anche il fisico Nollet ebbe un influsso
positivo sulla sua formazione: gli trasmise la convinzione che la scienza
dovesse uscire dagli orizzonti della speculazione teorica e dovesse invece
attribuire al laboratorio e agli strumenti scientifici una funzione centrale,
per osservare direttamente i fenomeni e per sperimentare.
Lavoisier seguì il corso
di chimica. Le poche prove di laboratorio venivano proposte solo dopo alcuni
mesi, mal nascondendo la povertà sperimentale di una scienza che muoveva solo
primi passi impacciati. Malgrado la limitatezza delle conoscenze nella materia,
Lavoisier si appassionò alla chimica e seguì il corso per tre anni.
Successivamente
Lavoisier si iscrisse alla Sorbona, per conseguire il titolo di avvocato, che gli
avrebbe consentito una qualifica socialmente riconosciuta. A vent’anni
Lavoisier si laureò in legge; non esercitò mai la professione di avvocato e si
avvalse del titolo solo per entrare nella pubblica amministrazione. Cominciò
anche parallelamente a seguire corsi privati di chimica, soprattutto nei
laboratori del famoso scienziato Rouelle.
Chimica antiflogistica o chimica lavoisieriana
Quando nel 1761
Lavoisier seguì il suo primo corso di chimica rimase sorpreso dallo stato di
confusione e arretratezza in cui versava tale scienza. Infatti, durante la
prima metà del Settecento, la chimica veniva considerata dai più come una
scienza dai connotati fortemente ambigui. Gli studiosi tendevano a considerare
come partecipanti alle reazioni solo un piccolo numero di elementi e principi
originari. Nonostante questo, la materia manipolata nei laboratori raramente
rispondeva ai criteri di semplicità e uniformità che essi tentavano di imporle:
le contraddizioni tra i risultati di laboratorio e le supposizioni avanzate dai
chimici venivano risolte adottando un metodo qualitativo di analisi,
oppure ricorrendo a qualità nascoste della materia. Le fonti alchimistiche,
magiche ed esoteriche delle opere di chimica coprivano con un linguaggio spesso
astruso e privo di chiarezza i pochi risultati positivi che, in secoli di
sperimentazione, si era riusciti ad ottenere. Ancora in pieno Settecento non
erano pochi i chimici che credevano possibile realizzare il vecchio sogno degli
alchimisti di trasmutare i metalli vili in oro. Nei migliori dei casi le
ricerche chimiche venivano subordinate alle esigenze dei medici e dei
farmacisti, nella speranza di ottenere rimedi e farmaci di origine chimica.
Soltanto la medicina, l'astronomia e la matematica avevano raggiunto un degno
grado di istituzionalizzazione. Discipline come la fisica, la biologia e la
chimica non facevano parte del curriculum universitario ed erano considerate
eccentriche. Gli scienziati potevano coltivare i propri interessi se erano
sufficientemente ricchi da vivere di rendita o grazie ad elargizione di
generose pensioni da parte di quei sovrani europei che, pur non scorgendo
ancora le potenzialità economiche e strategiche delle scienze nello sviluppo
delle nazioni, si dilettavano a contendersi i loro favori. Le scienze naturali
erano subordinate all'insegnamento delle materie umanistiche. Solo un settore
della chimica, la metallurgia, aveva fatto notevoli progressi, in risposta alla
crescente domanda i metalli lavorati, soprattutto per ottenere attrezzature
militari: cannoni, fucili, armature.
Nel 1772 presero avvio
le ricerche di Lavoisier in una sorta di rapporto di continuità/rottura con la
chimica pneumatica e con le varie teorie del flogisto presenti nello scenario
scientifico della metà del Settecento. Queste ricerche condurranno a un
cambiamento radicale del volto della chimica. Di questo possibile esito era
consapevole, sin dagli inizi, lo stesso Lavoisier. Infatti nel suo primo registro di
laboratorio, alla data del 20 febbraio 1772 troviamo scritto: "Prima
di cominciare la lunga serie di esperienze che mi propongo di fare sul fluido
elastico che si sviluppa dai corpi, sia per le fermentazioni, sia per
distillazione, sia infine per ogni specie di combinazione, così come sull'aria
assorbita nella combustione di un gran numero di sostanze, credo di dover fare
qui alcune riflessioni per iscritto, per formare a me stesso un piano che devo
seguire...è accertato che l'aria fissa mostra proprietà assai diverse da quelle
dell'aria ordinaria. Infatti quest' aria uccide gli animali che la respirano,
mentre l'aria ordinaria è indispensabile per la loro conservazione. Essa si combina in modo estremamente facile
con tutti i corpi, mentre l'aria atmosferica nelle stesse condizioni si unisce
a loro con difficoltà o non si combina affatto. Questa differenza appare in
tutta la sua portata se faccio la storia di quanto è stato fatto riguardo all'
aria che si estrae dai corpi e che con essi si combina. L' importanza dell'
argomento mi ha indotto a riprendere dall' inizio questo lavoro che è destinato
a rivoluzionare la fisica e la chimica”.
Alla fine di
ottobre dello stesso anno 1772, lavorando alla combustione del fosforo e dello
zolfo in recipienti ermeticamente chiusi, Lavoisier trovò che gli acidi
corrispondenti (oggi diremmo le anidridi) che si formavano pesavano più delle
due sostanze di partenza. Da questo fatto egli traeva l'importante conclusione
che anche nelle combustioni si aveva un aumento di peso dei prodotti a spese
dell'aria dell'ambiente, così come avveniva nelle calcinazioni dei metalli:
l'aumento di peso, dunque, era un fenomeno costante di questi processi, e non
una loro strana anomalia. Nel 1774 apparve una raccolta di memorie, gli
Opuscules physiques et chymiques, nella quale Lavoisier sosteneva che l'aumento
di peso, che veniva rilevato nella combustione dello zolfo e del fosforo e
nella calcinazione del piombo e dello stagno in recipienti ermeticamente
chiusi, proveniva da un assorbimento di una parte dell'aria atmosferica
contenuta nel recipiente di reazione. Fino
ad allora, però, Lavoisier non aveva ancora scoperto che tipo di aria si
combinasse con queste sostanze per dare in un caso gli acidi, nell'altro le
calci. Nel 1775, in una seduta dell'Académie royale des sciences di Parigi, di
cui era membro, Lavoisier lesse una memoria Sur la nature du principe qui se
combine avec les métaux pendant leur calcination et qui en augmente le poids,
nella quale, riprendendo l'esperimento con l'ossido rosso di mercurio già
realizzato da Priestley, eseguiva una rigorosa analisi quantitativa nel corso
della quale faceva assorbire una parte dell'aria dal mercurio, mediante il
riscaldamento prolungato di questo metallo. Successivamente revivificava
l'ossido che si era formato, ripristinando così il metallo e l'aria atmosferica
di partenza. Da queste prove Lavoisier traeva la conclusione che l'aria
assorbita era più respirabile, più combustibile e di conseguenza "più pura anche dell'aria nella quale
noi viviamo...questo principio che si combina con i metalli...non è altra cosa
della porzione più pura dell'aria stessa che ci circonda...e che passa in
questa operazione dallo stato di espansibilità a quello di solidità".
Quindi quella che per Priestley era l'aria priva di flogisto, per Lavoisier era
invece una parte dell'aria ordinaria. I fenomeni che venivano spiegati solo con
la teoria del flogisto potevano essere spiegati senza di essa, all'interno di
una nuova interpretazione che desse meglio conto dei fenomeni. Nel febbraio del
1776 Lavoisier confermava che l'aria deflogisticata era in realtà una "porzione più pura dell'aria",
che in altre memorie definirà anche "aria
eminentemente respirabile". Nel 1777, nel celebre Mémoire sur la
combustion en général, il chimico francese esponeva le prime conclusioni
generali tratte dalle sue ricerche di cinque anni, e cioè :
1) che in ogni
combustione era rilevabile uno sviluppo di materia del fuoco e della luce;
2) che i corpi
bruciavano solo in presenza di aria pura;
3) che in ogni
combustione si realizzava la distruzione o la decomposizione di questa aria
pura e che il corpo combusto aumentava di peso in maniera esattamente
proporzionale alla quantità di aria pura distrutta o decomposta;
4) che in ogni
combustione la sostanza bruciata si trasformava in acido per l'aggiunta della
sostanza che aumentava il suo peso o in calce se si trattava della calcinazione
di un metallo.
Siamo dunque al
netto superamento della spiegazione flogistica che supponeva che la materia del
fuoco esistesse nei corpi come loro principio costituente e si rendeva allo
stato libero nelle combustioni e calcinazioni. Per Lavoisier, invece, la
materia del fuoco era tutt'altra cosa: un fluido imponderabile presente
diffusamente in natura e componente dell'aria pura, che veniva portata allo
stato aeriforme proprio da questo fluido. Quindi, gli effetti termici associati
a queste reazioni erano dovuti alla liberazione di una sostanza contenuta nei
gas e non nei corpi combustibili o calcinabili, come era il caso del flogisto.
Lavoisier, in effetti, riformulerà anche questo aspetto delle reazioni chimiche
e della chimica pneumatica più in generale. In alcune memorie del 1772 (Essay
sur la nature de l'air) e del 1775 (De l'elasticitè et de la formation des
fluides elastiques) egli già aveva sostenuto che i vapori o le arie erano generati
dalla combinazione delle sostanze con un fluido speciale, la materia del fuoco
o del calore. Ogni sostanza, inoltre, poteva sussistere in tre stati differenti
- di solidità, di fluidità e di vaporizzazione - a seconda del diverso rapporto
di combinazione con la materia del fuoco. In questo modo il chimico francese
rovesciava la precedente teoria delle qualità della materia comune, mettendo in
crisi l'idea che esse fossero dovute a distinti princìpi ‘portatori' delle
stesse, come era nella chimica del suo tempo, in particolare in quella che
utlizzava l'ipotesi del flogisto.
Fu ancora nel
1777, nella memoria De la combinaison de la matiere du feu avec les fluides
evaporables et de la formation des fluides elastiques aeriformes, che Lavoisier
espose dettagliatamente le sue idee sugli stati della materia e sugli effetti
termici associati alle reazioni chimiche. Alla fine di un lungo ragionamento
sulla natura dei gas egli arrivò alla conclusione che ogni vapore, ogni aria, e
in generale ogni fluido elastico aeriforme, era un composto della materia del
fuoco con un fluido, o con un corpo solido volatile qualunque; poiché,
aggiungeva, "la volatilità non è
altra cosa della proprietà che hanno i corpi di dissolversi in qualche modo, di
combinarsi con il fluido igneo e di formare con esso dei fluidi aeriformi".
Nel 1783, quando ormai la sua teoria era ben stabilita e corroborata da una
gran mole di ricerche, Lavoisier portò a fondo l'attacco ai seguaci delle
teorie che ancora facevano ricorso all'ipotesi del flogisto, mettendo in
discussione anche l’ idea che questo elemento fosse responsabile dei colori
delle sostanze. Nelle Réflexions sur le phlogistique, infatti, egli affermava
ormai decisamente e con sicurezza di aver "dedotto
tutte le spiegazioni da un semplice principio, cioè che l'aria pura, l'aria
vitale, è composta da un principio particolare che le è proprio e che ne forma
la base, e che io ho denominato principio ossigino, combinato con la materia
del fuoco e del calore. Una volta ammesso questo principio, le principali
difficoltà della chimica sono sembrate svanire e dissiparsi, e si sono spiegati
i fenomeni con sorprendente semplicità". Eliminato il flogisto dalla
teoria chimica come responsabile dei fenomeni termici, era quindi necessario
ipotizzare, sulla base di numerose ricerche sperimentali sui fenomeni del
calore svolte anche da altri chimici e fisici del suo tempo, l'esistenza di un
fluido materiale, ma imponderabile, responsabile dei fenomeni termici associati
ai più diversi fenomeni chimici e fisici (notevoli, a questo proposito, sono le
sue ricerche di calorimetria svolte con Pierre-Simon de Laplace (1749-1827) e
pubblicate nel comune Mémoire sur la chaleur pubblicato del 1784)
Lavoisier sarà
cosciente che l'introduzione nella sua teoria di un fluido imponderabile poteva
essere soggetta a forti critiche, poichè questo fluido poteva essere
considerato un ente puramente ipotetico, quasi altrettanto del flogisto. Ma il
grande potere interpretativo e predittivo e la coerenza interna della sua teoria,
infine, la congruenza di quella ipotesi con la tradizione chimica e fisica del
tempo, che non rifuggiva affatto dal postulare l'esistenza di fluidi
imponderabili, conduceva il chimico francese a ritenere la sua idea vera o
comunque più probabile della teoria flogistica che egli combatteva. "Io non nego" - scriveva nelle
Réflexions - "che l'esistenza di
questo fluido non sia fino ad un certo punto ipotetica; ma supponendo che essa
sia una ipotesi, che essa non sia rigorosamente provata, è la sola che io sarei
obbligato a formare". L'aria atmosferica era dunque un composto di tre
sostanze semplici: il principio ossigino,
poi denominato ossigeno, cioè generatore di acidi; una parte inerte, l'aria mefitica, poi denominata azoto;
infine la materia del fuoco, poi
denominata calorico. Questa nuova
teoria sulla struttura compositiva dell'aria atmosferica condusse anche a una
nuova interpretazione dei fenomeni chimici associati alla respirazione: in
questo processo, nel polmone avveniva una combinazione dell'ossigeno dell'aria
col carbonio e con l'idrogeno presente nel sangue, per dare acqua, ‘acido
carbonico' e calore.
Un altro colpo
decisivo alla vecchia teoria degli elementi fu assestato da Lavoisier nel 1781,
quando confermò alcune esperienze di altri chimici sul fatto che bruciando
l'aria infiammabile, o idrogeno, in presenza dell'aria pura, o ossigeno, si
formava l'acqua pura. Quest'ultima, dunque, non era un principio semplice come
fino ad allora si riteneva, e portatore della qualità della liquidità, ma un composto
di due sostanze ancora più semplici, già ricavate per altre vie di tipo
analitico. La cosa più impressionante di questa scoperta consisteva nel fatto
che la formazione dell'acqua era il risultato della reazione di due corpi
semplici che possedevano distintamente proprietà assai diverse dal prodotto
finale: l'acqua, liquida, infatti, era un composto di due sostanze altamente
infiammabili! A questo punto la definizione di elemento cambierà notevolmente.
Esso diventerà sinonimo di corpo semplice, cioè di sostanza che non era ancora
scomponibile con nessun mezzo chimico a disposizione in quel momento. Era cioè
relativamente semplice, così come richiedeva una definizione
analitico-sperimentale già in uso nella chimica moderna, ma all'interno di una
teoria degli elementi considerati come portatori di qualità assolute della
materia e degli stati di questa.
Tutte queste
ricerche troveranno una sintesi nel Traité élémentaire de chimie del 1789 dove
verrà enunciata una delle prime leggi fondamentali della chimica e di tutta la
scienza moderna, quella di conservazione della massa e degli elementi in tutte
le reazioni chimiche. Grazie alla ‘rivoluzione' lavoisieriana gran parte dei
corpi allora conosciuti assumeranno lo statuto di corpo semplice: alcune delle
arie scoperte fino ad allora, i metalli, i metalloidi, alcuni sali o alcune
terre non ancora decomposti. La molteplicità e l' eterogeneità del mondo
materiale dei chimici si dilaterà enormemente: cioè si passerà dai cinque o
quattro principi elementari della chimica prelavoisieriana a... trentatre:
luce, calorico, ossigeno, azoto, idrogeno, zolfo, fosforo, carbonio, radicale
muriatico, radicale fluorico, radicale boracico, antimonio, argento, arsenico,
bismuto, cobalto, rame, stagno, ferro, manganese, mercurio, molibdeno, nichel,
oro, platino, piombo, tungsteno, zinco, calce, magnesia, barite, allumina,
silice.
In questo nuovo
contesto, se le sostanze dovessero essere considerate semplici o composte
doveva essere compreso immediatamente sin dal loro nome. Lavoisier, infatti,
riformerà anche la nomenclatura chimica dando ad essa una struttura di tipo
classificatorio simile a quella adottata dal botanico Karl von Linnè (Linneo)
per i vegetali, cioè per genere e specie. Ogni corpo semplice aveva un nome
semplice e ogni composto doveva avere un nome ‘generico', che faceva
riferimento ad una classe di sostanze (ad esempio acido, sale, ecc.) ed un nome
‘specifico' che lo distinguesse dagli altri membri del proprio genere, ad
esempio, acido solforico. In questo caso il suffisso -ico stava ad indicare
quale di tutti gli acidi dello zolfo esistenti (cioè due, insieme all'acido
solforoso) si trattava, cioè quale fosse il grado di combinazione esistente fra
i componenti degli acidi dello zolfo. Ciò, perché, secondo Lavoisier, seguendo
il filosofo Etienne Bonnot de Condillac, doveva esserci un rapporto biunivoco
fra la sostanza ed il nome con il quale viene indicata.
Lavoisier partì da esperimenti
già noti, li riprodusse e
reinterpretò i risultati alla luce di nuove ipotesi. L'esperimento che
rappresento' per Lavoisier una tappa fondamentale per sviluppare il suo nuovo
approccio "quantitativo" alle reazioni
chimiche, era stato già realizzato in precedenza da Priestley (1733-1804). Quest'ultimo tuttavia non aveva saputo
individuare in quella nuova aria un nuovo elemento, ma si era limitato a
considerarla "aria priva di flogisto", come naturale conseguenza
dell'applicazione di una teoria allora molto in voga.
I risultati
dell’ esperimento sullo studio
quantitativo del comportamento del mercurio all'aria, furono pubblicati da
Lavoisier in una memoria nel 1775. Viene considerato Un “esperimento
cruciale” nella storia della chimica
che permetterà il passaggio dal “paradigma della teoria del
flogisto” alla legge di conservazione degli elementi.
Fase 1
Il mercurio[Hg] venne introdotto nella storta il cui lungo
collo "pesca" nella campana di vetro piena d'aria e isolata
dall'esterno. Dopo un lungo riscaldamento (dodici giorni!), Lavoisier osservò
la presenza di una polvere rossa nella storta pari a 45 grani e trovò che il
volume di aria, presente nella campana di vetro, era diminuito di 8.9 pollici
cubici, pari ad un sesto del volume di partenza.
“Ho racchiuso in un apparecchio confacente, del quale sarebbe difficile
dare un’idea senza l’ausilio delle figure, 50 pollici cubici di aria comune, ho
introdotto in questo apparecchio 4 once di mercurio purissimo e ho proceduto
alla calcinazione del mercurio, sottoponendolo per dodici giorni a un grado di
calore quasi uguale a quello necessario per farlo bollire. .....Infine dopo
dodici giorni ... ho osservato che l’aria ..era diminuita in volume di 8 o 9
pollici cubici, cioè circa 1/6 del volume originario e che, nello stesso tempo,
si erano formati circa 45 grani di mercurio precipitato per se, detto anche
calce di mercurio [ossido di mercurio]
A. Lavoisier, opere 1777
Lo schema della reazione di calcinazione del mercurio è il seguente:
|
mercurio + aria |
|
ossido di mercurio |

|
2Hg |
O2 |
2HgO |
|
massa del mercurio |
incremento |
massa dell’ossido |
|
x |
1/12 di x |
45 grani |
|
2,201 |
0,183 g |
2,385 g |
L’equazione matematica x + 1/12.x = 2,385 g permette di
ricavare x = 2,201 g
Fase 2
Nella seconda fase la polvere rossa venne pesata, rimessa in una storta e riscaldata energeticamente. Dopo un po' di tempo Lavoisier osservò la formazione di mercurio metallico e contemporaneamente una produzione di "aria", che andava esattamente a bilanciare la quantità consumata nella reazione precedente. Inoltre determino' che l'ossido di mercurio aveva una massa superiore al mercurio di partenza e la differenza era di un dodicesimo rispetto alla massa delmercurio di partenza.
“Ho riunito con cura i 45 grani di calce di mercurio che si erano formati durante la calcinazione precedente, li ho messi in una piccola storta di vetro, il cui collo doppiamente ritorto, era inserito sotto una campana di vetro riempita di acqua, e ho proceduto alla riduzione senza addizione di carbone. Ho riottenuto ..quasi la stessa quantità di aria che era stata assorbita nella calcinazione, cioè di 8 o 9 pollici circa”
Lo schema di questa reazione e' il seguente:
|
ossido di mercurio |
|
mercurio + aria |

2HgO
2Hg + O2
Lavoisier identifico' l' "aria" sviluppata durante la reazione come un nuovo "elemento"(l' elemento ossigeno!): un' "aria vitale", che alimentava le combustioni e la respirazione degli animali.
Attribuiì a questo elemento il nome di principio ossigino in quanto aveva trovato che facendolo reagire ad esempio con fosforo o zolfo generava sostanze con caratteristiche acide. Il nome ossigeno deriva infatti dalla lingua greca (oxys = acido e ghennao = generare) e significa appunto "generatore di acidi".
Sinteticamente, i meriti di Lavosier per la chimica, che indussero poi Berthollet a riconoscere in lui lo scienziato che fece "la rivoluzione chimica", possono essere cosi' sintetizzati:
Provo'
sperimentalmente che durante le reazioni la massa si conserva, in quanto si
conservano i principi elementari ( in seguito si scoprira' la conservazione del
tipo e del numero degli atomi)

.
Bilancia di alta precisione appartenuta a Lavoisier
Individuo'
l'elemento ossigeno e gli assegno' il ruolo di componente reattivo dell'aria
sia per le combustioni, sia per le calcinazioni e smenti' le ipotesi che consideravano
l'aria poco piu' che un mezzo per fare avvenire le reazioni.
“ ...la respirazione non è altro che una lenta combustione di carbonio e idrogeno, completamente simile a quello che avviene in una lampada o in una candela e quindi, da questo punto di vista, gli animali che respirano sono veri corpi combustibili che bruciano e consumano se stessi .. Si può dire che questa analogia tra la combustione e la respirazione non era sfuggita all’attenzione dei poeti, o meglio dei filosofi dell’antichità, e che essi l’avevano spiegata e interpretata. Questo fuoco rubato al cielo, questa torcia di Prometeo, non rappresenta soltanto un’ingegnosa idea poetica, ma è anche l’immagine dell’opera della natura, almeno per gli animali che respirano; si può quindi dire, come gli antichi, che la torcia della vita illumina se stessa dal momento che il bambino trae il primo respiro e non si spegne mai fino alla morte."
A. Lavoisier, memoria 1789 scritta con Armand Seguin

Lavoisier esegue un esperimento di chimica pneumatica, analizzando la natura dell'ossigeno
Introdusse
un simbolismo che semplificava il linguaggio dei chimici e che
contemporaneamente acquistava un significato fisico
“In ogni scienza naturale bisogna distinguere fatti, idee e parole... la parole deve far sorgere l'idea; l'idea deve rappresentare il fatto. Si tratta di tre impronte di uno stesso sigillo e siccome sono le parole che conservano le idee e che le trasmettono, risulta chiaro che sarebbe impossibile perfezionare la scienza senza perfezionare il linguaggio"

Frontespizio delle Méthode de
nomenclature chimique
“..per quanto siano sicuri i fatti, per quanto siano giuste le idee note
dai fatti, essi traggono in errore se per esse non esiste un’espressione
precisa”

Equazione stechiometrica pubblicata da Lavoisier
Introdusse
come criterio, per classificare le sostanze ed assegnare loro un nome, la
tendenza di queste a dare particolari reazioni, cioè la loro reattività'.
“E’ tempo di ricondurre la chimica a una
maniera di ragionare più rigorosa, di spogliare i fatti con i quali questa scienza si
arricchisce tutti i giorni da ciò che vi aggiungono i ragionamenti e i
pregiudizi; di distinguere
ciò che deriva dai fatti e dall’osservazione da ciò che è sistematico e
ipotetico. Occorre infine segnare il limite al quale le nostre conoscenze sono pervenute
di modo che quelli che verranno dopo di noi possano partire da questo
punto e procedere nell’avanzamento della scienza”A. Lavoisier, opere 1777