
Gli antichi
Romani non avevano i nostri cimiteri, che sono posteriori al periodo
napoleonico, ma seppellivano i loro morti dove volevano, bastava possedere
un po' di terreno, con l'unico vincolo dato dal divieto di seppellire
all'interno del pomerio (come stabilito dalla “Legge delle XII tavole,
risalente al
V sec. a.C.).
Inoltre
la legge stabiliva che : “hominem mortuum in urbe ne
sepelito neve urito", cioè "in città i morti non devono essere
né sepolti né cremati", per ragioni di igiene e
sicurezza.
Le uniche
eccezioni erano fatte per grandi condottieri, eroi o imperatori, i quali,
divinizzati post mortem, potevano disporre la tomba
entro il recinto murario.
I Romani avevano
una religiosità nella quale la vita nell'oltretomba aveva senso se
era collegata
al ricordo dei vivi, e, come per i Greci, la sepoltura era un elemento
importantissimo.
Per questo
facevano in modo di essere ricordati costruendo tombe monumentali, ornandole
di marmi, mosaici, pitture, statue.
Le tombe sorgevano soprattutto lungo le strade
dove passavano i viaggiatori; le iscrizioni funebri attiravano l’attenzione di chi passava perché si fermasse a
pensare un momento al defunto, del quale ricordavano il nome e la vita,
raccontavano cosa aveva fatto, e ringraziavano il viandante, raccomandandogli
di non rovinare ma di rispettare la tomba.
Le famiglie più
ricche avevano uno schiavo che curava le sepolture di
generazione in generazione e alcune erano addirittura dotate di una fontanella ed un
sedile che invitava il viaggiatore a fermarsi.
Chi possedeva una
villa in campagna poteva seppellire i propri defunti nei terreni circostanti,
purchè, ovviamente, fossero di proprietà della famiglia del defunto.
Nei riti funebri
i parenti banchettavano ricordando la
vita del morto e pensando che questi partecipasse in
spirito e che fosse contento della festicciola familiare.
Questa usanza
continuò per un po' anche nel cristianesimo; infatti nelle catacombe non
rovinate dalla troppa frequentazione (ad esempio nelle catacombe di Priscilla)
è facile trovare, nel corridoio, un tubicino di terracotta o di vetro (cannula)
che mette in comunicazione l'interno del loculo con l'esterno; così, per
esempio, il figlio che andava a trovare la tomba del padre versava una goccia
di profumo all'interno del tubicino, oppure, quando si brindava in onore del
defunto, si versava un po' di vino pensando che egli ne potesse gustare.
I Romani, soprattutto nel
periodo più antico, inumavano i cadaveri dei morti in casse di lastre di pietra, i sarcofaghi.
In seguito si affiancò il rito della
cremazione: il cadavere veniva bruciato su una pira di legna e i resti erano
raccolti nell'urna cineraria.
Dal II-III secolo d.C. ritornò pratica diffusa l'inumazione anche per l'influsso del Cristianesimo.
I cittadini romani più abbienti facevano incidere sul sarcofago il proprio nome, quello della famiglia di appartenenza e, se molto ricchi, anche il proprio ritratto o figure e immagini simboliche. I sarcofaghi erano sotterrati in aree funerarie situate fuori dal perimetro urbano, lungo vie suburbane in luoghi recintati simili a giardini. Nella tomba veniva deposto anche un corredo per il viaggio del defunto nell'Oltretomba: una moneta per pagare il pedaggio a Caronte per attraversare il fiume infernale, una lucerna, dei recipienti con cibo e bevande, qualche oggetto d'ornamento e d'uso personale come anelli, bracialetti, fibule, balsamari, coltelli ecc.
Alcuni facevano, ancora in vita, un lascito alle associazioni cittadine perchè dopo la morte, con la rendita annuale, fossero celebrate cerimonie funebri (banchetti e libagioni accompagnati da lodi e canti per il defunto) presso la loro sepoltura in occasione di determinate feste: le "Natalia" nell'anniversario della loro nascita, le "Parentalia" nel giorno dedicato ai Morti, le "Rosalia" nel mese di maggio, quando si portavano le rose sulle tombe, le "Vindemialia" nella seconda metà di settembre, al momento della vendemmia.
I sarcofaghi romani sono quindi il documento in pietra dei riti e degli usi di un’ antichissima civiltà, che ci ha preceduto e di cui noi siamo, anche se alla lontana, i discendenti.
I funerali
Quando il malato stava per morire, lo si deponeva
per terra ed uno dei suoi famigliari raccoglieva l’ultimo respiro con un bacio
e gli chiudeva gli occhi, dopodiché avveniva la proclamatio,
durante la quale i presenti chiamavano il defunto a voce alta.
Il cadavere veniva in seguito lavato, unto con unguenti, sottoposto ad una
specie d’imbalsamazione provvisoria e vestito con una toga (se cittadino) o con
la praetexa (se magistrato).
La salma veniva così esposta al pubblico, deposta
sul lectus funebris e
circondata da candelabri, per un periodo di tempo che variava dalla condizione
sociale del defunto: la povera gente veniva seppellita anche il giorno stesso,
mentre gli imperatori potevano rimanere “in vista” anche per una settimana. In
quest’arco di tempo le donne di famiglia, ad
intervalli più o meno regolari, piangevano e si lamentavano davanti alla salma,
strappandosi le vesti e i capelli, graffiandosi e percotendosi il petto. In
seguito, il cadavere veniva o cremato o seppellito.
I funerali dei poveri o dei bambini (funus plebeium e acerbum) si facevano di notte ed erano molto sbrigativi, al
contrario di quelli degli adulti delle grandi
famiglie, che si svolgevano di giorno e non passavano certamente inosservati.
Il corteo funebre di solito era proceduto dai
suonatori di tibia, e avanzava al suono di flauti e corni; seguivano i
portatori di fiaccole e donne che levavano altissime grida di dolore. Per
contro erano presenti anche mimi e ballerini che erano soliti danzare e
canzonare il morto durante il corteo, come i soldati canzonavano il loro
generale durante il trionfo.
La solenne cerimonia era seguita dalla processione
di uomini che indossavano maschere e vesti degli
antenati del defunto, che precedevano il feretro. Chiudevano il corteo i
portatori di cartelli che ricordavano i titoli e le imprese della vita del
defunto.

Tutti i monumenti funerari ritrovati ad Aquileia, tra cui il sepolcreto e il mausoleo, erano
situati all'esterno della cinta muraria, lungo le strade che portavano fuori dalla città secondo la legge romana che vietava le
sepolture nel centro urbano.
Il sepolcreto è riferibile all'epoca
compresa tra la metà del I sec. d.C. e gli inizi del III ed è formato da una serie di cinque
appezzamenti di area divisa appartenenti ad altrettante famiglie.
La prima area tombale è quella degli Stazi; al centro
si erge l'imponente ara del capofamiglia posta su quattro gradini.
Nel secondo recinto, il più povero, non
sono state rinvenute iscrizioni per cui non si a chi
appartenesse.
La terza area tombale apparteneva alla famiglia dei Giuli
e vi si può ancora leggere parte della scritta che per
regola doveva indicare le dimensioni del recinto stesso ( “in agro pedes XXX e in fronte pedes
XXIII”).
Nel
recinto ci sono due are: la più piccola è quella dedicata allo schiavo Venusto
e la più grande ha la cuspide decorata con simboli funerari come i delfini
intrecciati al tridente di Poseidone.
Il quarto recinto è più ampio e apparteneva alla
famiglia dei Trebi. I sarcofagi hanno il coperchi a doppio spiovente e addirittura uno di essi è
scolpito in modo da rappresentare il tetto di una casa fatto di tegole. Nel
recinto c'è anche un gruppo scultoreo raffigurante una
donna seduta a colloquio con una bambina alata.
Il
quinto recinto, non del tutto scavato, era della
famiglia Cesti o di quella dei Emili.
Lungo la via
Augusta, a sud del Foro, è stato ricostruito nel 1956 un grande mausoleo
ritrovato a Fiumicello e risalente alla prima metà del I sec. d.C.

Il mausoleo di Aquileia
La ricostruzione propone un grande dado posto su
gradini dove è situata la cella funeraria per i famigliari.
La zona superiore della facciata è
decorata da tre archi con festoni vegetali da cui pendono piccole maschere e al
disotto compaiono un tritone e una testa bovina di tre quarti.
Nella zona inferiore correva l'iscrizione dedicatoria di cui rimangono
soltanto poche lettere; in basso, invece ci sono un fascio littorio una sedia
curule, rovinati ma leggibili.
Nella cuspide è sistemata la statua-ritratto del defunto (ora acefala) per il
quale fu innalzato il monumento.
Due leoni di derivazione orientale, con una zampa su testa d'ariete, sono posti
ai vertici del recinto con due gradoni.
Alcuni elementi come lo "scrinium" ovvero la cassetta cilindrica portadocumenti ai piedi della statua, la toga del
personaggio, il fascio littorio e la sedia curule permettono agli storici di
riferire la tomba ad un importante magistrato municipale di cui
però rimangono ancora ignoti il grado e l'identità.
Bibliografia:
G.Pedrizzetti, “Taino Storia”, 1986
L.Caramella, R.Papalia, "Finis
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L.Alpago-Novello, L'Età Romana nella
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Sergio Tavano “Aquileia e Grado -
storia, arte e cultura”Lint, Trieste 1986
Gabriella Brumat
Dellasorte “Aquileia
antica” Edizione Storti, Venezia 1989
Ugo
Enrico Paoli “Vita romana. Usi, costumi, istituzioni,
tradizioni” Oscar saggi Mondadori
Enciclopedia
multimediale Incarta 2003
Enciclopedia multimediale Omnia 2002
www.antichisepolcri.it
www.Aquileia.it
www.usifunebri.it
www.romacivica.net/tarcaf/storarc/cult_fun.htm
www.malignani2000.it/Allievi/Materiali/sitoAquileia/sepolcreto.htm
www.aquileia.net/prima.htm