LE
NAVI ROMANE
Le
navi commerciali
Grazie alla numerosa iconografia navale e ai relitti di
imbarcazioni ritrovati durante scavi sottomarini, sappiamo che le navi
commerciali, che raggiunsero il loro apogeo in epoca imperiale, presentavano
una notevole diversificazione per il tipo e per il nome, dovuta anche all’area
geografica; c’è da dire comunque che vi era una certa omogeneità tra le
caratteristiche delle imbarcazioni, soprattutto per i numerosi scambi
all’interno del Mediterraneo.
Queste navi da trasporto, in latino chiamate naves
onerariae, possedevano una sezione capace con una carena tondeggiante; la
loro lunghezza corrispondeva a circa tre volte la loro larghezza, che era a sua
volta il doppio del pescaggio (nella media una nave era lunga 19 metri, aveva
una larghezza di circa 6 e un pescaggio leggermente inferiore ai 3 metri). La
forma dello scafo poteva essere simmetrica o asimmetrica: nel primo caso poppa
e prua si trovavano sullo stesso piano; nel secondo caso la prua si trovava ad
un’altezza inferiore. La prua era arrotondata e spesso dotata di un tagliamare,
un dispositivo per migliorare la qualità della navigazione; la poppa poteva
terminare con una testa di cigno rivolta all’indietro ed era spesso appesantita
da decorazioni, sculture e motivi architettonici. Talvolta le navi possedevano
una scialuppa di approdo, che veniva lasciata in mare assicurata alla poppa.
Nella maggior parte dei casi la cabina si trovava a poppa
e sul suo tetto era posizionato il timoniere; le murate erano protette da cinte
e dotate di una cassa laterale che aveva lo scopo di proteggere il sistema di
governo dell’imbarcazione, cioè i remi-timone collocati nella parte posteriore
della nave. Questi erano regolati da dei cavi e manovrati da una barra, il clavus,
che li faceva ruotare sul proprio asse; questo tipo di timone non necessitava
di un grande sforzo fisico da parte del timoniere.
Generalmente queste imbarcazioni si muovevano grazie alla
forza del vento, che andava a gonfiare le vele: sull’albero maestro, chiamato malus
e fissato nella parte centrale della chiglia, era tesa una grande vela quadra,
l’acatus, sopra alla quale poteva trovarsi una più piccola vela
triangolare, detta supparum. A prua si trovava un secondo albero
inclinato in avanti come un trinchetto e un terzo albero poteva essere presente
a poppa; su tutti gli alberi c’era una vela quadra o trapezoidale. Tutte le
navi erano comunque dotate di remi, utilizzati in caso di necessità.
Per quanto riguarda il tonnellaggio delle navi da carico,
questo variava a seconda delle esigenze commerciali. Dalle fonti scritte siamo
venuti a sapere che la capacità di 10.000 modii di grano (circa 70
tonnellate) era il limite inferiore per le navi di tonnellaggio medio, che
potevano servire lo stato occupandosi dell’approvvigionamento di Roma e godere
quindi di determinati privilegi; grazie ai ritrovamenti sottomarini siamo anche
a conoscenza del fatto che la maggioranza delle imbarcazioni impiegate era di
3.000 anfore (150 tonnellate). Esistevano anche le muriophoroi, letteralmente
“portatrici di 10.000 anfore (500 tonnellate)”, considerate le navi più grandi
del periodo fine-repubblicano ed imperiale; il loro limite minimo era stato
fissato a 50.000 modii (330 tonnellate).
Merita particolare attenzione la navigazione praticata sul
Tevere dal porto di Ostia fino a Roma; le merci erano trasportate in città
grazie ad una complesso sistema affidato ai navicularii, proprietari
delle imbarcazioni che svolgevano questo servizio. Vi erano moltissimi tipi di
barche, ognuno delle quali svolgeva una particolare funzione:

Le navi da guerra, dette naves longae, erano meno
larghe e più lunghe rispetto a quelle da carico; per queste caratteristiche
erano anche più veloci e più maneggevoli. Tutte le navi da guerra erano dotate
di un rostrum, uno sperone di ferro a tre punte; questo era utilizzato
nei combattimenti per spezzare i remi alla nave nemica e procedere più
facilmente all’abbordaggio.
Questo si svolgeva grazie all'utilizzo di corvi, speciali ponti fissati da una
parte a prua della nave romana e terminanti in un uncino; questi venivano
abbassati grazie ad un sistema di carrucole e si ancoravano alla nave nemica,
permettendo il passaggio dei soldati romani che potevano così combattere corpo
a corpo.
Durante le battaglie e i combattimenti, affinché fosse più
facile e più rapido cambiare direzione e avvicinarsi alle altre navi, la nave
si muoveva grazie all’azione dei remi, manovrati da diverse file di rematori
disposti sulle fiancate; per spostarsi normalmente anche queste imbarcazioni si
affidavano al vento.
Durante i combattimenti venivano usate anche navi molto
veloci, costruite sul modello di quelle dei pirati, le liburnae e le
actuariae. La liburna prese il
nome dalla popolazione dei Liburni stanziati in Illiria; questo popolo era
famoso per la sua abilità nella navigazione e per l'esercizio della pirateria.
Nel 156 a. C. i Romani li sottomisero e da loro adottarono un'imbarcazione,
chiamata appunto liburna, molto veloce e leggera, dotata di vele tonde e
due ordini di remi.
Le navi si distinguevano tra loro per il numero degli
ordini di remi: dalle liburnae (2 ordini di remi) si arrivava fino alle esaremi (6
ordini) passando attraverso le triremi (3 ordini), le quadriremi (4 ordini) e
le pentaremi (5 ordini). I rematori erano alloggiati su ponti sfalsati per
poter attivare tutti gli ordini di remi nello stesso momento.
Il comandante della flotta era il praefectus classis,
che anticamente era il console in persona; capitano di ciascuna nave era invece
il nauarchus. I rematori, chiamati remiges, erano per lo più
schiavi obbligati a remare, seguendo il tempo scandito dall’hortator. I
marinai, in latino nautae, erano solitamente liberti o uomini forniti
dalle città alleate di Roma. I classarii erano invece i marinai che
partecipavano ai combattimenti.
Ci sono giunti molti esempi di iconografia navale, da cui è stato possibile ricavare interessanti notizie. Marinai, armatori e costruttori amavano infatti far scolpire le loro navi sul proprio monumento funebre; spesso gli imperatori fecero coniare monete con raffigurazioni navali per ricordare una battaglia vittoriosa o la floridità del commercio.
Grazie
alle rappresentazioni di navi su mosaici sappiamo che queste venivano
solitamente colorate, in particolare con il porpora, il blu, il bianco, il
giallo e il verde; alcune navi da guerra venivano dipinte con un colore “mare”
per non essere individuate troppo facilmente.
Le navi romane non potevano navigare senza zavorra, poiché
altrimenti il pescaggio non sarebbe stato sufficiente; la zavorra o saburra
era costituita soprattutto da sabbia e pietre o dalle stesse merci (macine,
lingotti, anfore, anche rottami, ...).
Ogni nave aveva un suo nome, generalmente maschile se nave
romana e femminile se nave greca; i nomi potevano essere luoghi geografici,
divinità marine o protettrici della navigazione e anche nomi astratti.
Solitamente tutte le imbarcazioni portavano con sé una statua evocativa del
loro nome, che quasi mai era scritto sulla nave.
Il personale nei porti era molto vario e per lo più di
umili origini. Vi erano fabri navales, i carpentieri e i costruttori; velarii,
che fabbricavano e riparavano vele; vari tipi di scaricatori; mensores,
che controllavano i carichi e i contenuti delle navi; tabularii, una
sorta di ragionieri che registravano ciò che veniva misurato; horrearii,
custodi dei magazzini.
Per quanto riguarda il personale della nave, oltre a
rematori e marinai, le personalità più importanti erano: il gubernator,
capitano e spesso anche timoniere; il proreute o pausarius,
secondo e nostromo; il thoicharkos, una sorta di commissario di bordo
che si occupava anche dei rapporti con i passeggeri; il diaetarius, che
occupava la cabina della nave ed era forse lo scrivano; l’exercitor,
l’armatore, che non era quasi mai a bordo.
Coloro che volevano viaggiare per mare si servivano delle
navi da carico, perché erano più veloci e tendevano a fare un minor numero di
scali rispetto a quelle da guerra. Le condizioni dei passeggeri erano
sicuramente molto alla buona, poiché le cabine di poppa erano assegnate
solamente ai più abbienti e non sempre le navi commerciali disponevano di
questa comodità. Il resto delle persone dormiva all’aperto sul ponte, solo con
qualche stuoia e qualche tenda come riparo, considerato che il clima era
comunque mite. I passeggeri che si trovavano peggio erano quelli alloggiati
nella stiva, tra il carico di merci. L’approvvigionamento di cibo era a carico
dei passeggeri ed era costituito per lo più da pesce secco, carne e farinacei;
solo l’acqua era messa a disposizione dalla nave.
La religione era un elemento molto importante per coloro
che andavano per mare; i marinai erano molto superstiziosi ed osservavano
precise consuetudini che avevano come fine il buon esito del viaggio. Sulla
prua della nave erano generalmente dipinti due occhi con significato apotropaico,
cioè per allontanare gli spiriti maligni. Si cercava di avere a bordo un uomo
pio e allontanare gli empi, per propiziarsi gli dèi; si era molto diffidenti
verso le donne. Ci si affidava alle divinità protettrici della navigazione, tra
cui le principali erano Castore e Polluce, Iside e Serapide. Sacrifici e
preghiere venivano effettuati prima della partenza, durante la navigazione e
prima di entrare in un nuovo porto; accadeva anche che si compissero riti sacri
nel passare vicino ad un famoso tempio o nel momento del pericolo.
Il relitto di MonfalconeNel
1972, durante lo scavo di un complesso monumentale, probabilmente una villa
rustica con annesso un impianto termale presso Monfalcone, in provincia di
Trieste, venne portata alla luce un'imbarcazione romana. Sia lo scavo sia il
recupero dell'imbarcazione sono stati piuttosto difficili, a causa della
continua presenza di acqua e dello stato precario del legname. Lo scafo,
collocato a nord della villa, giaceva su un fondale roccioso ed era ricoperto di
sedimenti sabbiosi. L'imbarcazione si data alla fine del II secolo d. C., che
corrisponde all'ultima fase della villa, poi abbandonata.
Il
relitto fu trasportato ad Aquileia nel 1974, dove è stato sottoposto per molti
anni ad un processo conservativo. Ora si trova nel Museo Archeologico di
Aquileia ed è collocato nella sezione navale, che è stata aperta al pubblico
nel 1988.
Questo
ritrovamento è molto importante per la conoscenza della carpenteria navale
antica: si sa che la chiglia e il paramezzale erano in rovere, i madieri in
noce ed il fasciame in abete; il fasciame era costituito da tavole accostate e
fissate tra loro con apposite strutture. Il fondo dell'imbarcazione è lungo
10,7 metri e largo 3,8; poiché non sono stati ritrovati elementi che caratterizzavano
la prua e la poppa, non è stato possibile operare questa distinzione.