L’ECONOMIA DI AQUILEIA

 

A partire dal periodo immediatamente successivo alla fondazione della colonia romana nel 181 a. C. Aquileia svolse un ruolo fondamentale nei commerci marittimi dell’area del nord Adriatico. Tuttavia, per due secoli circa, i rapporti commerciali coinvolsero soltanto la via marittima e una limitata parte dell’entroterra della città.

Al tempo di Cesare Aquileia fu la sede invernale delle legioni e base per le operazioni militari per la conquista dei territori alpini fino al Danubio; ma a partire dall’età augustea, con la graduale conquista dei territori compresi tra le Alpi e il Danubio e la conseguente instaurazione di insediamenti militari lungo il corso del fiume, l’importanza strategica militare della città diminuì, ed essa poté sviluppare la sua vocazione per gli scambi ed il commercio, che vide nuovi orizzonti grazie anche a una fitta rete stradale, che poneva la città al centro delle comunicazioni tra le regioni occidentali e quelle orientali.

 

La città era a capo del sistema viario della regione per la sua posizione all’incrocio di più strade, tra cui le maggiori erano la via Postumia, la via Iulia Augusta e la via Gemina; era inoltre il punto di partenza delle strade che si diramavano verso il bacino danubiano e la via dell’ambra che giungeva dal mar Baltico.

Anche il porto di Aquileia ebbe un forte sviluppo, soprattutto grazie alla sua posizione geografica che lo collocava come naturale apertura al mare: divenne infatti lo sbocco dei principali traffici marittimi del Mediterraneo che risalivano l’Adriatico fino al suo porto fluviale.

La città fu a partire dall’epoca imperiale un emporio cosmopolita e un luogo di incontri di genti diverse, oltre che ad un centro di ampia apertura culturale anche dal punto di vista religioso.

 

Grazie alle ricerche archeologiche e allo studio dei materiali raccolti, siamo venuti a sapere che la città fungeva per lo più da emporio commerciale nei confronti delle popolazioni dell’area danubiana; inoltre la documentazione epigrafica ci ha permesso di scoprire che dopo la conquista romana della Pannonia le più importanti famiglie aquileiesi, come quella dei Barbii, dei Caesernii, dei Cantii e dei Dindii, ebbero un ruolo di intermediari negli scambi commerciali transalpini, fino all’età tardorepubblicana ed imperiale.

Molti Aquileiesi si stabilirono nell’Istria, dove fecero costruire grandi ville in relazione con degli scali portuali che servivano per il trasporto dei prodotti da vendere ai grandi mercati.

Siamo inoltre a conoscenza della diffusione ad Aquileia dei collegia, parola latina che potrebbe essere tradotta con “corporazioni”. Le persone che appartenevano ad una di queste associazioni esercitavano lo stesso mestiere ed avevano interessi comuni: per lo più praticavano qualche culto comune e potevano poi usufruire di diritti e privilegi, come quello di una degna sepoltura. Ed è proprio dai cippi e dai monumenti funebri che abbiamo notizie di alcuni artigiani e di alcune attività della città: ad esempio un faber navalis (costruttore di navi), un linteo (tessitore di lino), un purpurarius (artigiano che colorava i tessuti con la porpora), dei vestiarii (artigiani che fabbricavano o commerciavano vesti), poi anche orafi e vetrai.

 

 

 

I principali prodotti

Lo studio delle anfore ha permesso di ricostruire i commerci di alcuni prodotti come il vino, l’olio e il garum: si è infatti notato che l’area i cui venivano prodotte le anfore corrispondeva all’area di produzione delle merci esportate, e che i vari tipi di anfora erano in stretta relazione con i prodotti da esse contenuti. L’agricoltura della regione produceva principalmente cereali e frutta, soprattutto olive e uva; quindi i prodotti maggiormente esportati dovevano essere olio, vino, olive e forse anche il grano.

 

Tra i vari prodotti l’olio era quello privilegiato, perché poteva essere esportato con molta facilità in tutta la Valle Padana, grazie all’intensa rete fluviale. Alcune tra le maggiori famiglie istriane produttrici di olio provvedevano loro stesse al trasporto del prodotto fino ad Aquileia; in seguito la parte che non era utilizzata per il fabbisogno locale veniva smistata nelle altre regioni, sotto il controllo delle grandi case aquileiesi, come quella dei Barbii, che avevano delle filiali anche a Trieste e a Pola, e dei Cantii; in alcuni casi, tuttavia, erano gli stessi commercianti stranieri ad assumersi la spesa del trasporto.

Grazie all’osservazione e allo studio dei bolli delle anfore possiamo ritenere che il commercio dell’olio e delle olive sia stato molto intenso nel periodo compreso tra Augusto (30 a. C. – 14 d. C.) e Antonino Pio (138 - 161 d. C.); a partire dalla metà del II secolo d. C., nonostante nella pianura padana e nelle province danubiane si fosse diffuso maggiormente l’olio spagnolo a causa del peggioramento della situazione economica nel mondo romano, l’esportazione dei prodotti istriani continuò ancora per parecchio tempo.

 

I commerci favorirono le industrie, che ebbero un ampio sviluppo ad Aquileia: infatti molte delle materie che affluivano nella città venivano lì lavorate e poi destinate o all’uso interno o all’esportazione.

Il ferro, che veniva importato dalle miniere del Norico, veniva poi lavorato ulteriormente nelle officine della città; la stessa cosa accadeva per il vetro che era poi esportato fin nelle regioni danubiane. Vi erano inoltre industrie che si occupavano della trasformazione del legname, proveniente dalle più diverse regioni dell’impero.

Un altro importante prodotto era la lana, che giungeva dai grandi pascoli dell’Istria interna e prima di essere esportata veniva lavorata nei vestiarii della città; sempre riguardo all’industria tessile, vi erano anche famose tintorie.

Aquileia sfruttò moltissimo anche la pietra proveniente dall’Istria e con essa costruì quasi tutta la città imperiale, ad eccezione di alcuni monumenti, per i quali si avvalse invece del marmo. L’artigianato locale era specializzato nella lavorazione di pietre dure da ornamento, nella scultura figurata e ornamentale in marmo e in pietra, nell’arte del mosaico.

Oltre all’oreficeria, anche l’ambra che giungeva dalle lontane spiagge del mar Baltico veniva lavorata nelle officine locali. Sempre per quanto riguarda l’industria artigianale, vi erano anche fabbriche di vasi, lucerne ed anfore in terracotta.

 



1)L’ambra, in latino chiamata sucinum, trovava nel mondo romano vari impieghi, e proprio a seconda di questi assumeva una connotazione positiva o negativa.

Veniva considerata una materia nobile quando veniva utilizzata per oggetti modesti, come i fusi; inoltre i mobili venivano adornati anche con pezzi d’ambra in cui fosse rimasto imprigionato un insetto o qualche altro piccolo animale

Era considerata volgare negli ornamenti femminili ed era perciò usata solamente dalle donne del popolo, mentre le matrone si ornavano con oro e metalli preziosi. Dalle opere di alcuni scrittori quali Marziale, Giovenale ed Ovidio, sembra che tenere in mano un piccolo globo d’ambra e strofinarlo per aspirarne la fragranza fosse segno di raffinatezza femminile.

 

2)Probabilmente le prime manifatture di vetro di Aquileia risalgono al 50 d. C. e sono nate su esempio di quelle di Alessandria d’Egitto e Sidone in Siria.

Esistono fasi diverse della produzione aquileiese e diverse sono state le tecniche usate; i vetrai erano veri e propri maestri che rendevano preziose le loro opere per la varietà delle forme, la vivacità dei colori e la sottigliezza delle pareti; i principali oggetti prodotti erano coppe e bicchieri, pissidi vasetti e fiale.

Nella fase più antica della lavorazione del vetro sono stati prodotti solamente bastoncini policromi, di cui ci sono giunti dei frammenti. La documentazione più ricca è quella che riguarda il vetro soffiato, molto diffuso soprattutto nei primi due secoli dell’impero perché era possibile una produzione su larga scala a bassi costi; la tecnica consisteva nel soffiare con una canna il materiale fuso in degli stampi chiusi. Altre tecniche prevedevano che il materiale fuso venisse versato in forme aperte, oppure che del vetro in polvere fosse messo nell’intercapedine di uno stampo doppio e venisse poi fatto fondere per il calore; in alcuni casi il vetro veniva molato per rifinirlo o per decorarlo.