Liceo Classico Statale C. Cavour                      

                                                    

Anno Scolastico 2003/2004

 

 

 

RICERCA PER LA GITA SCOLASTICA A

VERONA ED AQUILEIA

 

LA CASA ROMANA 

 

 

 

 

 

 

 


ESEGUITA DA :  Forapani Laura

                                                               Leonardi Giulia

                                                            Melita Martina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INDICE

LA CASA ROMANA

·        INTRODUZIONE

·        DISTRIBUZIONE DELLE STANZE NELLA DOMUS

·        CARATTERISTICHE DELL’INSULA

·        METODI DI COSTRUZIONE

·        GLI ARREDI:

§         Tavoli e sedie

§         I letti

§         L’illuminazione

§         Il riscaldamento

§         L’acqua

§         Il gabinetto

§         La cucina

LE CASE PRIVATE AD AQUILEIA

·        INTRODUZIONE

·        MOSAICI DELLA FINE DEL I sec. A. C.

·        MOSAICI DEL I sec. D. C.

·        MOSAICI DEL II sec. D. C.

·        MOSAICI DEL III sec. D. C.

ORATORI PALEOCRISTIANI DI AQUILEIA

·        INTRODUZIONE

·        ORATORIO CON LA PESCA O DEL FONDO FRATELLI COSSAR

·        ORATORIO DEL BUON PASTORE (ALL’ABITO SINGOLARE)

·        ORATORIO SETTENTRIONALE DEL FONDO CAL

·        ORATORIO MERIDIONALE DEL FONDO CAL

·       RESTI DI UN QUINTO ORATORIO

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CASA ROMANA

 

 

 

 

INTRODUZIONE

La casa romana si suddivide essenzialmente in due tipi: la domus, ricca e fastosa abitazione riservata ai patrizi, per lo più ad un solo piano e sviluppata attorno ad un cortile; l’insula, casa estesa in altezza, suddivisa in vari appartamenti, abitata dai plebei.

La costruzione delle insulae, paragonabili a un moderno condominio, nacque nel IV secolo a.C. dalla crescente esigenza di trovare un’abitazione per la popolazione in aumento; questi edifici sono suddivisi in cenacula, identificabili con i nostri appartamenti, le cui camere non hanno previa destinazione come nella domus. Soprattutto a Roma, le insule appartengono a proprietari che, per evitare i fastidi di amministrare direttamente, affittano tutti gli appartamenti a una sola persona la quale si occupa della loro gestione. Quest’ultima ha il compito della manutenzione dei locali, deve trovare gli inquilini adatti, mantenere l’ordine e riscuotere gli affitti trimestrali; tutti questi oneri, però, sono compensati da ingenti guadagni.

La domus, al contrario, si sviluppa attorno ad un cortile interno e non si affaccia sulla via tramite alcuna finestra; è composta da sale di cui, già al momento della costruzione, è stato deciso l’uso.

 

DISTRIBUZIONE DELLE STANZE NELLA DOMUS

Dalla via si ha accesso ad un piccolo corridoio (vestibulum) che conduce all’ingresso (fauces) dove si trova la porta (ianua) chiusa da imposte di legno serrate da sbarre (sera), chiavistelli (repagula) e chiavi. Dalla porta si ha accesso all’atrium, la stanza più importante della casa, attorno alla quale si sviluppano gli altri ambienti; qui si trovano l’impluvium, che serve per raccogliere l’acqua, corrispondente all’apertura nel tetto (il compluvium)  e l’immagine del dio domestico (lar) conservato all’interno del sacrario (lararium); quest’ultimo può essere una semplice nicchia nel muro o assumere la forma di un tempio in miniatura molto elaborato, che accoglie anche una cassaforte contenente i documenti e gli oggetti preziosi. Le famiglie nobili adornano le pareti delle alae, prolungamenti dell’atrium, con i busti raffiguranti gli antenati, chiusi in speciali armadietti che vengono aperti nei giorni di festa, oppure con medaglie di bronzo o di argento.

Le altre stanze principali sono: il tablinum, che non è separato dall’atrium né da porte né da pareti, al cui interno il padrone di casa svolge i propri affari e tiene la contabilità sui suoi registri (tabulae);  al di là di esso si trovano le fauces, due stretti passaggi che conducono al peristylium; quest’ultimo è il giardino o cortile che si trova dietro la casa e che fu aggiunto in epoca posteriore, in seguito all’influenza della civiltà greca, da cui il nome; i triclinia, le sale da pranzo; la bibliotheca; la pinacotheca.

 

 

CARATTERISTICHE DELL’INSULA

Le insulae si dividono in due categorie: quelle il cui pianterreno è occupato in tutta la sua lunghezza da una casa che assume il nome di domus e appartiene a persone di un certo rango;  quelle il cui pianterreno è suddiviso in molti locali che vengono adibiti a botteghe (tabernae). Queste ultime sono composte da una piccola stanza nella quale, in un angolo, c’è una scala che conduce ad un soppalco illuminato da una finestra oblunga, dove vivono i proprietari della bottega.

Le insulae si sviluppano in altezza e già nel III secolo a.C. quelle a tre piani (tabulata, contabulationes, contignationes) sono comuni. Successivamente l’altezza delle case aumenta in rapporto alla crescita di abitanti, ma non vengono prese le dovute misure di sicurezza per evitare che avvengano dei crolli; così l’imperatore Augusto impone ai costruttori un regolamento che proibisce di elevare le costruzioni oltre i 70 piedi (21 metri circa); Nerone rende più severa questa legge, abbassando il limite massimo dell’altezza delle case a 60 piedi (18 metri), ma nonostante ciò i privati riescono sempre a trovare un modo per aggirare il regolamento, giacché cercano di economizzare sulla resistenza dei muri e sulla qualità dei materiali, per ottenere maggiori guadagni. La legge vieta che i muri siano spessi più di un piede e mezzo (0.45 metri) in modo che non venga tolto spazio alla via; di conseguenza si verificano spesso delle crepe che sono riparate con catene di mattoni.

 

METODI DI COSTRUZIONE

I principali materiali da costruzione utilizzati sono il calcare, il tufo vulcanico, il mattone cotto e il calcestruzzo. Inizialmente le insule vengono costruite con l’opus craticium, ma essendo facilmente infiammabile o a rischio di crolli improvvisi viene sostituito da altri materiali; per le fondamenta si usa in genere il calcare o il calcestruzzo. I mattoni cotti sono quadrati e hanno delle misure standard: bipedalis ( 2 piedi, 59 cm), sesquipedalis (1,5 piede, 44 cm), pedalis (1 piede, 2905 cm), bessalis (8 pollici, 20 cm).

Le case dei ricchi sono costruite con marmo bianco importato dalla Grecia; nelle abitazioni dei più abbienti si trovano i pregiati marmi colorati del Nord Africa e dell’Egeo; a partire dall’età augustea il marmo colorato e altre pietre decorative vengono impiegati nella costruzione di edifici pubblici; verso la fine del I secolo a.C. il marmo bianco comincia ad essere importato anche dalle cave di Carrara.

I muri sopra il livello del suolo sono ricoperti con varie tecniche: l’opus incertum, formato da piccole pietre irregolari di pari dimensione; l’opus reticulatum, composto da piccoli blocchi piramidali inseriti in modo che le basi formino una tramatura a rete; l’opus quasi-reticulatum che si differenzia dal precedente per il tipo di pietra usata e per la forma meno precisa; l’opus testaceum, creato utilizzando mattoni cotti, molto in uso al tempo di Nerone; infine l’opus mixtum, rivestimento formato da pannelli di opus reticolatum e mattoni cotti, diffuso sotto Augusto, Traiano e Adriano. I tetti sono in legno rivestito da tegulae in terracotta rettangolari, la cui giuntura è coperta dall’imbrex, una tegola semicilindrica.

 

 

 

 

                                      

 

Tuttavia i rischi di incendi sono molto frequenti per diverse cause: la pesante struttura dei loro pavimenti richiede l’utilizzo di travi in legno; pericolose sono anche le stufe portatili, le candele, le lampade fumose e le torce dell’illuminazione notturna; l’acqua, soprattutto ai piani alti delle abitazioni è scarsa, anche se un regolamento impone di conservarne sempre una certa quantità in casa in caso d’incendio. Per risolvere questo problema Augusto ha istituito un corpo di “vigili del fuoco”. Ancora una volta, coloro che abitano agli ultimi piani delle insule sono svantaggiati perché non ci sono vie di fuga, se l’incendio arriva dal basso, e talvolta non è nemmeno possibile accorgersene in tempo.

 

GLI ARREDI

Tavoli e sedie

Gli arredi sono scarsi e non paragonabili a quelli odierni; le sedie e i tavoli sono pochi e vengono spostati da una stanza all’altra. Vi sono cinque tipi di tavoli: i tavoli rotondi con tre gambe generalmente a zampa di leone, molto comuni; i tavoli rettangolari a tre o quattro gambe; i tavoli quadrati con un unico supporto centrale; i tavoli quadrati sostenuti da lastre verticali ai due lati. Durante l’Alto impero, sono in uso le mensae, ripiani di marmo montati su un piede e destinati ad esporre all’ammirazione degli ospiti gli oggetti più preziosi (cartibula), o tavolini rotondi in legno o bronzo.

Le sedie non sono molto usate perché la gente mangia e lavora coricata; infatti non ne sono state trovate molte negli scavi archeologici. Il seggiolone (thronus) dotato di braccioli e spalliera è riservato alle divinità, o tutt’al più viene utilizzato dalle donne che nei testi sono definite pigre. Nella vita quotidiana sono frequenti banchi (scamna) o sgabelli (subsellia) o sellae senza braccioli e spalliera, pieghevoli, che possono essere portati con sé. Un tipo particolare di sgabello è le sella curulis, utilizzata dai magistrati romani nelle occasioni importanti: ha gambe incrociate che terminano con piedini zoomorfi. Sono anche comuni le panche, considerate il sedile dei poveri; la maggior parte di esse è in legno, ma ne sono state trovate anche alcune in bronzo, impiegate nei luoghi pubblici.

 

I letti

I letti, o divani a seconda del loro uso, sono frequentissimi. Il tipo più comune è costituito da un materasso sorretto da un’intelaiatura in legno; vi è anche una testiera in legno sostenuta da un fulcro in metallo elegantemente decorato. Nei dipinti compaiono le lenzuola; le coperte, i coprimaterasso e i cuscini hanno spesso motivi a strisce. Questi letti servono per mangiare, dormire di notte e durante la siesta, ricevere persone, leggere e scrivere durante tutto il giorno.

I letti sono di varie dimensioni: i letti ad una piazza (lectuli), a due piazze per le copie di sposi (lectus genialis), a tre posti per la sala da pranzo (triclinia), fino ai letti a sei posti nelle case di coloro che amano ostentare le proprie ricchezze. I materiali sono diversi: ve ne sono anche in bronzo, ma i più comuni sono scolpiti nel legno di quercia, acero o legni esotici dalle nervature ondulate e dai riflessi cangianti che hanno mille colori come le piume di un pavone, da cui il nome lecti pavonini. Dapprima i Romani usavano mangiare seduti su sgabelli, poi hanno ereditato dai Greci l’usanza di stare sdraiati; le sale da pranzo non sono molto grandi, la mensa è quadrata occupata su tre lati dal letti, che in greco si chiamano klìnai, da cui il nome triclinio; ogni letto ospita tre convitati e i posti sono distribuiti in base alla propria importanza.

 

Il letto più onorevole è il medius, dopo il quale viene il summus, da ultimo l’imus; i primi due sono riservati agli invitati, invece il terzo è destinato alla famiglia; il posto occupato dall’ospite più di riguardo è quello contrassegnato dal numero 3 del medius lectus e il numero 1 dell’imus lectus è occupato dal padrone di casa; sulla mensa al centro si collocano i cibi e su ogni letto si trova un cuscino (pulvinus) per appoggiare il gomito. Negli ultimi anni della repubblica si cominciano ad usare le mense circolari e anche i triclini vengono disposti in cerchio attorno al tavolo. Su tripodi o altri tavolini sono poggiate le stoviglie o i vasellami di gran bellezza, spesso d’argento o d’oro nelle case più ricche, con pietre preziose incastonate; nelle case plebee si trovano solo vasi d’argilla.

La sala da pranzo è generalmente collocata sul lato nord-orientale dell’atrium; nelle case più ricche ve n’è una per l’inverno e una per l’estate; quest’ultima è costruita in un locale che si affaccia sul giardino o anche all’aria aperta.

 

L’illuminazione

L’illuminazione è molto scarsa, persino nelle migliori case romane, poiché le vaste aperture in certe ore non lasciano penetrare né la luce né l’aria, al contrario in altre ore illuminano o ventilano eccessivamente. Perciò le abitazioni sono riparate con tele o pelli di scarsa utilità oppure con imposte di legno che proteggono dal freddo e dalla pioggia, ma non lasciano penetrare la luce. Dalle fonti letterarie emerge che le stanze sono separate anche da tendaggi, in sostituzione delle porte o delle ante degli armadi.

Vi sono molte e bellissime lampade, la cui utilità è dubbia, poiché il lucignolo consiste di pochi fili intrecciati male, che per un buco penetrano nel recipiente dell’olio e non ci sono vetri per proteggere la fiamma.

 

Il riscaldamento

Il riscaldamento, soprattutto nelle insulae, è molto difettoso. Nei cenacula non è possibile accendere dei fuochi, ma esiste un rudimentale sistema di riscaldamento applicabile, però, solamente ai primi piani: esso è costituito da uno o più fornelli (ipocausti), alimentati da legna o carbone di legna e posti nella camera del calore (ipocausto), caratterizzata da piccole pile di mattoni tra le quali circola il calore; questo sistema è applicabile solo ai cenacula dei primi piani, poiché viene sistemato sotto il pavimento, o nelle pareti.

 

L’acqua

Le insulae non sono ben provviste d’acqua, contrariamente a ciò che si pensa. I Romani hanno costruito dei tubi per portare l’acqua in città, ma ciò è solo un servizio pubblico, non destinato all’uso privato; infatti il numero di fontane, soprattutto a Roma, è elevatissimo, così come il numero degli acquedotti. Tuttavia in alcune case distribuite su un solo piano e appartenenti a ricchi proprietari si trovano tracce di derivazioni private degli acquedotti. Nelle insulae, invece, l’acqua arriva solo ai primi piani, perciò chi vive nei cenacula ai piani più alti è costretto a prenderla alle fontane; ciò complica la cure per la pulizia, destinando gli appartamenti ad essere sempre sporchi.

 

Il gabinetto

Il gabinetto si trova generalmente nei pressi della cucina, per utilizzare lo stesso scarico; quest’ultimo finisce in una fognatura pubblica o in un pozzo nero che deve essere svuotato regolarmente. Le case dei più ricchi sono dotate di una propria latrina, talvolta anche con un sistema ad acqua corrente come quello delle latrinae pubbliche; vi arrivano le acque degli acquedotti, ma, nell’eventualità che la casa sia troppo lontana, i rifiuti cadono in una fossa sottostante, periodicamente svuotata dai mercanti di concime. Molte persone meno abbienti si recano alle latrine comuni amministrate da appaltatori del fisco, i conductores foricarum, pagando una piccola tassa. I più poveri svuotano i propri vasi che tengono in casa dentro il recipiente, dolium, posto nel vano della scala. Diffusa è anche l’abitudine di gettare il contenuto del vaso da notte giù dalla finestra e qualora qualcuno venga colpito può sporgere denuncia.

 

 

La cucina

Poiché gli schiavi sono addetti a cucinare, la cucina ha un’importanza inferiore a quella odierna e non le è destinato un ambiente specifico. Di solito essa è dotata di una stufa, un lavandino e delle mensole a muro. Il forno è una costruzione quadrata in muratura, con al di sotto uno spazio per il carbone e le fascine; il fuoco si accende sul ripiano superiore e i cibi cuociono in pentole montati su tripodi in ferro e sulla griglia. Non ci sono camini, quindi il fumo esce dalle finestre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE CASE PRIVATE ad AQUILEIA

INTRODUZIONE

Quel che rimane delle case romane ad Aquileia è ben poco, infatti sono rimaste solo le pavimentazioni ricche di bellissimi mosaici o al massimo delle mura alte circa 20 centimetri, le quali fanno supporre che l'edificio si innalzasse su un piano solo, anche se durante i secoli il materiale fu riutilizzato.

Le case sono a peristilio o ad atrio e per capire la funzione delle stanze si hanno come unico punto di riferimento i mosaici, anche se questi vennero staccati brutalmente e portati al museo, di conseguenza non si riconosceva neanche più il luogo d'origine e non venivano fatti neppure scavi approfonditi sotto il visibile, quindi non si scoprivano né fasi precedenti alla costruzione né oggetti di natura completamente diversi.

Bisogna inoltre ricordare che in epoca repubblicana gli ambienti erano piuttosto piccoli, invece in quella imperiale gli spazi si allargarono.

 

MOSAICI DELLA FINE DEL I sec. A. C.

La datazione è discussa, la più probabile è quella dell'età augustea per diversi motivi: l'ampiezza dei luoghi, la forte ripresa della cultura ellenica che si sviluppa in questi anni, l'uso del marmo di Carrara, le cui cave furono aperte prima della fine del I sec. a. C.

Vi sono due mosaici, uno in posizione inferiore e l'altro collocato più in alto e al di sopra ancora un muretto.

Il mosaico inferiore è stato scoperto nel 1931 ed è stato portato completamente alla luce nel 1941.

Fu eseguito un lavoro complicato per mantenere il mosaico: la parte centrale, infatti, venne staccata e portata al museo, invece il rimanente fu conservato sul posto.

Ha uno sfondo nero, anche se la maggior parte del mosaico è decorato con un reticolato diagonale bianco, e la parte opposta, invece, è decorata con lastrine di colore, grandezza e forma diverse. La parte centrale ha una fontana molto particolare, formata da un tralcio di vite legato con un fiocco ad un altro tralcio della così chiamata vite bianca. Sicuramente questa rappresentazione è molto pregiata, sia per la posizione degli elementi, sia per l'utilizzo di tessere molto piccole e sia per i colori che creano un'idea di plasticità alla rappresentazione.

La stessa disposizione dei rami e delle foglie si trova in un frammento, appartenente a una soglia, molto interessante per la prospettiva della foglia dentellata.

Sempre a questo periodo sono stati attribuiti due mosaici: uno rappresenta il ratto d'Europa, l'altro è un "asaroton" o pavimento non spazzato. Si pensa che questi due mosaici appartengano alla stessa casa, perché le decorazioni sono molto simili; entrambi furono trovati nel 1860, ma non si fece nessuna attenzione per mantenerli in buono stato,

Il primo mosaico (nota secondo l'opera "I mosaici di Aquileia" di Onorio Fasiolo) fu scoperto dai croati e arrivarono al museo solo alcuni dei frammenti che furono poi riordinati da Giacono Pozzar.

Il mosaico ha una bellissima cornice composta da una treccia, un bastoncello e un fiocco e si pensa decorasse il pavimento della stanza da letto. All'interno vi è la raffigurazione del mito di Europa su sfondo nero, le cui figure sono piccole e di tantissime tonalità e sfumature, per poter rappresentare al meglio anche i particolari. Nel mosaico è raffigurata la figlia del re Sidone, nuda in groppa a un toro bianco, di cui sfortunatamente ci è rimasta solo la parte anteriore e la testa, anche se in un angolo si può riconoscere il dio Nettuno immerso nell'acqua, la quale viene riprodotta con tassellini di vetro azzurro e da cui guizza un pesce; sotto la mano del dio vi è anche un delfino, il simbolo di Nettuno. Per comprendere la rappresentazione bisogna riprendere il mito di Europa; secondo cui ella era oggetto delle attenzioni di Zeus, che, trasformatosi in un toro bianco, la fece salire sulla groppa e la portò a Creta e dalla loro unione nacque Minosse.

Nell'altro mosaico, l'asaroton1, è rappresentata una natura morta. La sua invenzione è attribuita a Soso di Pergamo e doveva invece far parte del Triclinio, perché si trovano lische di pesce, frutta di.

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1. asaroton: pavimento non spazzato.

vario tipo, qualche osso spolpato, fiori, foglie e un tralcio di vite.

MOSAICI DEL I sec. D. C.

Il mosaico di quest'epoca è attribuito al Triclinio perché ha un andamento a T e le parti bianche su

sfondo nero definiscono l'area dove inserire i letti usati per sedersi nei banchetti. La parte centrale del mosaico è decorata con rosette accompagnate da gruppi di quattro pelte e con un ritmo di cerchi, all'interno dei quali vi erano motivi che diventarono famosi con il tempo come i nodi di Salomone e quelli a cuore.

Vicino al foro sono stati trovati altri due mosaici, che sono stati datati al I sec. d. C. Uno è caratterizzato dal contrasto formato da tessere dei mosaici e dalla tarsia, nella parte centrale. Questa è fabbricata con marmi colorati provenienti anche dall'Africa e che rivelano l'importanza di Aquileia nel commercio dei generi di lusso.

L'altro mosaico, che alcuni pensano facesse parte della cucina, presenta un motivo di stelle formate da rombi, e all'interno di questo contorno è raffigurato un vaso a due anse.

Nel 1995 è stata trovata una casa intera a peristilio con un grande ambiente centrale aperto circondato da un portico, dove si raccoglieva l'acqua e il cui pavimento è in cocciopesto. Qui sono state riconosciute: la cucina, una dispensa dove vi erano anfore, la latrina, una camera da letto dove

si è trovato un piede di letto di bronzo, tutti ambienti i cui pavimenti hanno disegni in bianco e nero e, inoltre, si sono scoperti piccoli pesi e un telaio di terracotta. E' stato trovato, inoltre, un mosaico che proviene da nord di Aquileia. Il mosaico è detto a scudo perché dentro al campo circolare ci sono dei triangoli con lati curvilinei, che per dare una visione prospettica si rimpiccioliscono verso il centro e tutto ciò contornato da una fantasia di quadrati, rettangoli e rombi.

Nel 1963 in un ampio ambiente si è scoperto un mosaico che al margine presenta dei motivi vegetali e pesci con colori vivaci forniti anche d'ombra per dare un senso di movimento e al centro, invece, il gruppo di polipo, aragosta e murena.

 

MOSAICI DEL II sec. D. C.

Nel 1962 fu trovato il "mosaico del tappeto fiorito" chiamato così perché nella figura, dentro una traccia di vari colori, sono presenti molti fiori alcuni disegnati in maniera reale ed altri stilizzati, il cui insieme è molto bello per le sfumature e la disposizione dei tasselli colorati. Le figure sono talmente numerose da confondere l'occhio, che salta da una parte all'altra senza capire su quale l'autore volesse fissare l'attenzione e ciò viene spiegato con un messaggio del compositore, secondo il quale non c'è alcuna differenza tra realtà e illusione.

 Sopra questo mosaico fu trovato un nuovo pavimento, di cui però non si trovarono elementi.

Inoltre i mosaici risalenti a questa epoca o al I sec. d. C. sono stati ritrovati in una casa a peristilio dove vi sono un portico e il triclinio decorati con semplicissimi e diversi mosaici in bianco e nero, ma nell'area a nord della casa furono trovati anche altri due mosaici. Nell'angolo nord-ovest del portico vi è un mosaico con un contorno ottagonale decorato da stelle formate da rombi, mentre gli angoli hanno motivi vegetali. All'interno vi è un cervo che bruca le foglie di un albero e si scorge anche un cane che sta per abbaiare, inoltre, nei quattro riquadri ai lati sono raffigurati quattro uccelli diversi tra loro.

 

 

L'altro mosaico si trova a nord del triclinio e vi sono presenti tre motivi ricorrenti: uno con enormi girali; un tappeto con trecce di cordoni che incorniciano triangoli, quadrati ed esagoni; e un contorno lineare che circonda tre lati del tappeto centrale.

Nel 1963 si è trovato un mosaico molto raffinato in quanto le tasselle hanno le dimensioni di due millimetri. L'immagine rappresenta un uomo armato di bipinne e una donna, avvolti da un tralcio di vite e raffigura il mito di Licurgo e Ambrosia secondo cui Licurgo, re della Tracia che armato inseguì Dioniso, ma venne punito da Ambrosia, una delle componenti del corteggio del dio, che trasformandosi in un tralcio d'uva uccise il sovrano. Nel mosaico, inoltre troviamo le teste di Oceano e Tetide, giacché Dioniso scappando si rifugia tra le braccia della dea del mare, i cui capelli come anche quelli del dio, sono alghe e nel caso di Oceano arricchite con un pesce e un gambero. Il significato del mito riguarda le stagioni, poiché indica la vittoria della primavera sull'inverno e vi sono illustrati anche degli animali: un cinghiale, un torello e un leone che rispettivamente indicano l'inverno, la primavera e l'estate.

 

MOSAICI DEL III sec. D. C.

Il mosaico è conservato nel museo. il contorno è formato da un intreccio di nastri che circondano piccole anfore e decorazioni, mentre al centro vi è una piastrella in calcare che rappresenta la testa di Tritone. Vicino al mosaico di Licurgo e Ambrosia è stata ritrovata una casa, dove si è scoperto un grande mosaico quadrato decorato su due lati con figure di animali. La parte più importante però è quella centrale, dove, all'interno di un cerchio, è una rappresentazione di caccia molto rovinata, circondata da altri sette cerchi. Nei circoli vi sono animali feriti, mentre agli angoli del mosaico ci sono le quattro stagioni. Il campo centrale rappresenta una pantera colpita e sanguinante, i cui movimenti e la cui espressione rendono realistico il disegno.

Negli altri cerchi invece vi sono altri animali: un leone, una tigre, un cervo e uno struzzo, feriti o in fuga, mentre gli altri sono andati perduti. Tra le stagioni invece rimangono l'autunno, solo in parte, e, completamente, l'estate, che miete il grano e indossa una tunica corta, tipica degli agricoltori.

E' stato ritrovato anche il nuovo complesso molto ampio che probabilmente era un impianto termale o un palazzo imperiale, dove si è trovato, in un grande sala, un medaglione raffigurante un uomo che tira il cocchio trascinato da due ippocampi e che Giovanni Brusin reputò Nettuno.

Attorno vi sono anche altre figure come quelle di un fanciullo che, camminando, suona uno strumento o anche quella raffigurante un Tritone che porta al mare una Nereide, trasportandola sulla coda. Vicino a questa sala vi è un ambiente dove vi sono diversi motivi geometrici e diversi ritratti di alcuni atleti; un altro invece, rappresenta un sacerdote, che presiedeva i giochi e indossava un cappello con tre appendici che secondo Giovanni Brusin raffigurano la triade capitolina.

In un altro mosaico sono rappresentati un atleta vincitore con in mano una palma, dell'olio con cui gli atleti si ungevano, lo strigile per detergenti e i guantoni per la lotta. Infine è stato trovato un altro mosaico, che non può essere datato prima del IV sec. d. C. pervenuto parzialmente, nel quale vicino alla zona centrale vi sono croci e rombi che inquadrano pannelli raffiguranti uccelli, il mito di Licurgo e Ambrosia, due satiri: uno seduto su una roccia, l'altro in corsa, ma entrambi con in mano il pedum (o bastone ricurvo) mentre, all'estremità vi sono le teste delle quattro stagioni, di cui però rimane solo l'Autunno, anche se solo in parte.

 

 

 

 

 

 

 

ORATORI PALEOCRISTIANI di AQUILEIA

 

INTRODUZIONE

Aquileia conserva diversi oratori privati che, planimetricamente, sono assai semplici: infatti nascono tutti ad ambiente rettangolare senza abside e uno solo è a pianta quadrata; hanno ingresso da oriente e sono quindi rivolti in senso opposto ai grandi edifici di culto.

In nessuno di questi si trovano tracce della posizione dell’altare perché probabilmente non servivano per le cerimonie liturgiche, ma erano soltanto aule di riunione e di preghiera comune.

Risalgono tutti al IV secolo.

 

ORATORIO CON LA PESCA o del FONDO FRATELLI COSSAR

 

 

L’esplorazione di questo oratorio fu compiuta in modo integrale nel 1951.

Si trova a nord-ovest dell’attuale Basilica e delle costruzioni preteodoriane, teodoriane e posteodoriane; occupava a livello più alto la grande sala da pranzo della casa del fondo Cossar e le sue misure sono di m. 11 x 6 circa.

Quest’oratorio, come gli altri, è l’opera di persone abbienti che adattarono un vano a cappella per i raduni e la celebrazione dei sacri riti nelle loro ricche abitazioni.

Il mosaico è rovinatissimo e le lacune maggiori sono da imputare a un incendio, ma quello che resta è di grandissima bellezza cromatica e raffigurativa.

E’ un insieme di ottagoni i quali racchiudono quadrupedi e uccelli singoli, che si alternano a croci greche con treccia interna o croci a tortiglione; l’unione fra questi due schemi geometrici avviene grazie a esagoni irregolari, ma uguali tra loro. La grande quantità delle croci indica che, probabilmente, erano già oggetto di venerazione poichè simboleggiavano la passione e la morte del Signore.

Al centro vi è un quadrato di m. 3 di lato, segnato da cornice a treccia a tre corde, che racchiude un cerchio con una scena molto guasta di pesca, condotta da due amorini entro due barche: uno sta tirando su una lenza con un pesce che ha abboccato all’amo, l’altro si appresta con il tridente a catturare un altro pesce. Questa rappresentazione allude ai pisciculi, cioè i fedeli, che si chiamavano così perché battezzati e indirizzati alla redenzione.

All’interno degli ottagoni, i quadrupedi si vedono placidamente intenti a pascolare, solo una tigre sotto il quadrato assume un aspetto minaccioso con la testa volta all’indietro e la bocca spalancata; tra i quadrupedi si trova un ariete, come capo e guida sicura del gregge, e una lepre, animaletto debole e indifeso, che non teme nulla nel mondo cristiano della pace, neanche le due magnifiche tigri, un maschio e una femmina, vicine a lei. Questa pacifica unione di animali selvatici e domestici dà l’impressione che si sia voluta rendere una visione del paradiso terrestre e, simbolicamente, di quello celeste.

Tra gli uccelli, importante è la Fenice, che era spesso raffigurata sulle monete degli imperatori romani pagani, ma che, per i cristiani, era simbolo della luce divina e del rinnovarsi della vita nell’eternità: infatti, secondo una leggenda, rinasceva dalle sue ceneri.

Si può scorgere, quindi, un senso cripto-cristiano, e attribuirlo ad un’epoca in cui il cristianesimo era perseguitato: se un pagano fosse entrato in questo oratorio, non si sarebbe insospettito di nulla, ma un cristiano scorgeva qui, oltre ai pisciculi o ai fideles del nuovo credo, e anche, forse, alla croce, l’espressione dell’anima nella beatitudine celeste.

Sono anche molto assidue le figurazioni di pesci: infatti ne compaiono otto, probabilmente delfini, nei quattro angoli curvilinei fra il cerchio ed il quadrato, collegati a due a due da teste.

ORATORIO DEL BUON PASTORE (DALL’ABITO SINGOLARE)

 

Subito a nord dell’Oratorio della pesca, nello stesso fondo Cossar, è stato messo in luce l’Oratorio del Buon Pastore dall’abito singolare, definito così dell’archeologo Giovanni Brusin.

Misura m. 9 x 6 circa, è racchiuso da una cornice musiva ad archetti e solo la zona quadrata posta verso oriente è abbondantemente ornata. Agli angoli vi sono i quattro busti delle Stagioni; vi è poi un larga fascia di girali con grappoli e foglie di vite dentro cui si annidano piccoli uccelli, due grandi pavoni e due fagiani. Al centro vi è il Buon Pastore con ai piedi la secchia del latte, collocato tra una pecora e una capretta.

Il Buon Pastore ha un abito molto particolare: indossa calzoni, una tunica, sopra una sciarpa bianca avvolta in maniera complicata e, infine, un mantello rosso. La sciarpa è probabilmente il pallio liturgico, cioè la banda di lana bianca di pecora, la quale è l’emblema della pecorella che il pastore portava sulle spalle; è anche l’insegna che ancor oggi viene conferita dal pontefice ai vescovi, dopo la loro consacrazione. Il restauro ha rifatto la mano destra che in origine reggeva il flauto pastorale a molte canne; anche la testa è frutto di un rifacimento che è probabilmente avvenuto alla fine del VI secolo.

Questo mosaico porta avanti uno schema distributivo che viene dall’arte romana e ha una tripartizione concentrica dei motivi.

 

ORATORIO SETTENTRIONALE DEL FONDO CAL

Questo oratorio è stato messo alla luce dagli scavi del 1954, si attribuisce fondamentalmente alla prima metà del 4° secolo, e si stende parallelo alla via Giulia Augusta.

Dell’oratorio ci resta il pavimento musivo policromo che ha subito delle rappezzature a base di cocciopesto. Il pannello forma un esatto quadrato di m. 9 x 9 e la sua cornice è una greca lineare bianconera; la geometria è policroma ed alterna quadrati a ottagoni, i quali racchiudono rappresentazioni. L’aggiunta dell’abside semicircolare avvenne in un momento successivo: infatti fra essa e il pannello musivo, a un livello più basso, corre un muro. L’abside si ricopre di cubetti di cotto eccetto la fascia marginale, la quale è di tassellato bianconero con rametti d’edera stilizzati, che formano archetti in modo che le foglioline terminali s’inseriscano nella curva dell’arcatella che sta loro di fronte.

In pieno 4° secolo i cristiani, pur avendo già ottenuto il permesso di esercitare il loro culto, ricorrevano a quelle immagini simboliche, che  avevano utilizzavano in tempi di persecuzioni: infatti gli uccelli, i pesci, gli ovini rientrano indiscutibilmente nel patrimonio dell’arte romana, ma si convertono anche nel credo cristiano, se considerati in rapporto con la figura del Pastor Bonus che qui domina.                   

Al centro dell’oratorio si trova, appunto, il Buon Pastore tra due pecorelle; la sua figura è purtroppo ormai mancante del volto e degli arti inferiori, ma è riconoscibile dalle vesti, la tunica breve in bianco di marmo di più tonalità cinta ai fianchi e la sovrapposta mantelletta di masegna, e dalla syrinx, la zampogna dalle canne multiple. Il Buon Pastore è presentato in riposo e ciò si intuisce dal gomito del braccio sinistro appoggiato sul bastone ricurvo.

Il Buon Pastore, che è la più antica rappresentazione dell’immagine di Cristo, nella maggior parte delle figurazioni porta la pecorella smarrita sulle spalle, qui, invece, è collocato tra due di queste.

Il soggetto trae origine senza dubbio dalla parabola evangelica del Buon Pastore e dalle parole di Cristo che di sé sostiene: “Ego sum pastor bonus”.

Di fronte all’ingresso, a destra, in un ottagono è raffigurato un pavone; il pavone, trasportando sul suo dorso per la consecratio le Auguste, cioè le imperatrici defunte nell’al di là, creava un nesso con l’aeternitas, l’immortalità; tale lo considera forse per primo tra i cristiani Sant’Agostino, per il fatto che le sue carni erano ritenute incorruttibili. Nelle catacombe, inoltre, il pavone simboleggiava lo splendore del giardino celeste e esprimeva anche la resurrezione per quel mutare annuale del suo piumaggio in primavera.

Si hanno, posti simmetricamente rispetto al pavone, due uccelli in ottagoni tra rami fioriti: quello a sinistra è una pernice, mentre quello a destra è un fagiano.

La grande parte avuta dagli uccelli nei mosaici cristiani indica il significato che avevano gli uccelli in questa religione: infatti, probabilmente, rappresentavano l’anima umana nella beatitudine celeste.

La prima figura del lato nord è l’agnellino, simbolo di Cristo fin dal Vecchio Testamento; qui, però, indica il cristiano, ricordando il soprannome che Sant’Agostino dà ai fedeli.

L’ottagono vicino, verso ovest, contiene un delfino che, per il corpo incurvato, pare pronto al balzo; gli antichi scorgevano in questo il segno del soccorso nelle tempeste, così da simboleggiare per i credenti il Cristo salvatore degli uomini nel mare tempestoso della vita.

In origine i busti erano quattro: due sul lato ovest e due su quello est; raffiguravano i ritratti delle donne, le quali nella loro dimora avevano voluto costruire quest’oratorio. Tre sono sicuramente figure muliebri e forse lo era anche la quarta, purtroppo scomparsa col mosaico totalmente consumato.

Sul lato ovest incontriamo il ritratto perfettamente conservato di una florida giovinetta con le braccia lasciate nude dalla tunica femminile che indossa.

E’ un ritratto magnifico: grazie alla bocca espressiva sembra volta a pensieri ultraterreni che la rendono spiritualizzata. Si individua applicata la tecnica divisionista, per cui i tasselli non hanno l’esigenza di modellare perfettamente i piani, dando, così, corpo e anima alla figura.

Un secondo ritratto occupava lo stesso lato; pur se manca la faccia capiamo che si tratta di una donna dalla veste. A est, il primo ritratto è anch’esso privo della faccia, ma, per la collanina che porta sul petto, lo riteniamo di una ragazza. Della quarta immagine non rimane nulla.

Ma la parte più bella è composta dagli uccelli decorativi, e, in particolare, dai due germani reali, maschio e femmina; il primo reso con grande naturalezza mette in mostra una policromia sfarzosa, mentre il secondo ha colori di tonalità più smorzate.

In questa zona, in posizione tra loro simmetrica, stanno due palmipedi dal collo lungo, che sono, probabilmente, due cigni. Infine, ci sono due gruppi di due uccelli messi di fronte, i quali bevono da un vaso posto tra tralci di vite.

Per quanto riguarda la tecnica bisogna osservare che sono usate tessere piccoline e spesso irregolari.

 

ORATORIO MERIDIONALE DEL FONDO CAL

Misura circa m. 8 x 6, è orientato in senso est-ovest e il suo schema generale è composto da un’alternanza di ottagoni e quadrati ritmati da croci.

Era una sala che apparteneva alla casa qui esistita; ebbe in un secondo momento l’aggiunta dell’abside, che è decorato con un mosaico che ripete senza interruzione dei quadrati a graticola con una rosetta al centro.

Nel lato ovest le figurazioni nei quadrati e negli ottagoni rendevano uccelli; si è ben conservato un vistoso fagiano maschio dalla coda lunga e dal ciuffetto sulla testa, che sfoggia tessere in prevalenza rosse.

RESTI DI UN QUINTO ORATORIO

Probabilmente un mosaico in frammenti, che rappresenta un cespo d’acanto dal quale si dipartono girali di vite, ai quali è appesa una gabbietta contenente un uccello, faceva parte di un quinto oratorio; secondo alcuni studiosi l’uccello in gabbia voleva rappresentare l’anima dell’uomo imprigionata dentro il corpo.