Edifici del Commercio ad Ostia

 

  1. L’impianto portuale di Ostia
  2. I cibi dei Romani
  3. Il Thermopolium della via di Diana
  4. Il Macellum e le tabernae dei pescivendoli
  5. I molini
  6. Il piccolo mercato
  7. Caupona di Fortunato e del Pavone
  8. Horrea dell’Ortensio
  9. Grandi Horrea
  10. Horrea Epagathiana ed Epafroditiana
  11. Horrea e Aula dei Mensores
  12. Il funzionamento degli horrea

 

L’impianto portuale di Ostia

Sotto i Giulio-Claudi

Le navi correvano il rischio di arenarsi all’accesso del porto, poiché i fondali sabbiosi erano assai bassi: infatti le navi più pesanti restavano ancorate al largo, nella rada, e i carichi venivano trasportati a riva da barche a remi.

Prima del 42 a.C., le navi dovevano navigare lungo il Tevere fino a Roma: i periodi in cui l’accesso al fiume era più agevole grazie al livello del fiume (Giugno - Dicembre) non erano gli stessi per la navigazione marina; i venti soffiavano da sud-ovest, facilitando l’arrivo di burrasche; inoltre le correnti del fiume provocavano mulinelli. Per i motivi spiegati, i Romani preferivano il porto di Pozzuoli, che però si trovava a 245 Km da Roma, e il trasporto via terra era costoso.

A seguito di questi motivi, Claudio, poiché la plebe protestava a causa di problemi riguardo l’approvvigionamento dei viveri, ordinò che venisse costruito un porto 4 km a nord di Ostia. Fu edificato ricavando un bacino artificiale da una laguna già esistente, profondo 4-5 metri e largo 90 ettari. Ad ovest un’emergenza sabbiosa proteggeva l’insenatura dai venti, mentre il suo ingresso era chiuso da una diga di immense dimensioni (lunga 758 m e larga 3m), con un’apertura di 206 m per lasciar entrare le navi. L’impianto era di forma quasi circolare; alla sua estremità venne costruito un faro, simile a quello di Alessandria, che posava le sue fondamenta sul relitto della nave usata da Caligola per trasportare dall’Egitto l’obelisco del Vaticano. Per la costruzione venne impiegato un numero di 30.000 operai e 1.000 coppie di buoi, in un arco di tempo di vent’anni.

Il porto fu finito da Nerone, attorno al 64-66a.C. e con senatus consultum venne chiamato Portus Augusti Ostiensis , anche se il popolo lo ribattezzò Portus Claudii.

Ma anche questo nuovo impianto aveva i suoi difetti, che ben presto vennero a galla. La posizione consentiva alle correnti marine di entrare nel porto, accumulando i detriti trasportati dal Tevere e favorendo l’insabbiamento delle acque; inoltre era esageratamente vasto, quindi poco protetto dai venti. Così iniziò ad insabbiarsi e, col passare del tempo, un numero sempre minore di navi poteva attraccare.

Sotto Traiano

Traiano, a causa della richiesta di grano da parte della plebe, decise di costruire un nuovo porto che potesse contenere le navi da trasporto provenienti da Africa, Spagna, Egitto. I lavori , che durarono dal 100 al 112 d.C., diedero come risultato un bacino esagonale di 357,77 m. di lato a SUD - EST del Portus Augusti, con 32 ettari di superficie e 5 m. di profondità. Il nuovo porto fu collegato al Portus Augusti con una fitta rete di darsene. Fu innalzato un ulteriore faro all'imboccatura dei due porti. Inoltre il porto era collegato al Tevere mediante la fossa Traiana (Fiumicino); questo canale deviava i depositi alluvionali facendoli sboccare direttamente in mare.

Il complesso venne chiamato Portus Traiani Felicis e, insieme con il Portus Augusti venne definito Portus o Portus Uterque.

Sotto Costantino

La città che si sviluppa intorno al porto, precedentemente considerato un sobborgo, ricevette lo status di Municipium sotto Costantino.

 

Isola sacra

Quest'isola separava Ostia dal suo porto ed era bagnata a SUD dalla Fiumara ed a NORD dal Fiumicino. Attraversata da una via che collegava la città al porto, dava ospitalità ad una necropoli, risalente per lo meno all'epoca di Traiano e di Adriano.

Capienza

Tenendo conto che una nave di 240 t. era lunga circa 30 m. e larga 10 m., il complesso dei due porti (Portus Uterque) poteva ospitare 450 navi (250 per il Portus Augusti e 200 per il Portus Traiani) senza contare le navi in attesa nella rada: si poteva arrivare anche a 600 navi.

Nonostante la notevole capienza lo spazio offerto dai due porti per l'attracco delle navi era insufficiente per il fabbisogno di grano a Roma.

Il transito delle navi

Quando le navi arrivavano al porto, venivano trainate fino al molo da piccole imbarcazioni: questi battelli non erano della prefettura portuale, ma venivano presi in affitto.

Le Navi

Scaphae e Lenunculi erano i due tipi di navi che si trovavano nel porto: le prime erano piccole imbarcazioni a remi utilizzate dalle grandi barche d’altura per fare le manovre entrando nel porto; i secondi invece erano più grandi, solidi e stabili e venivano usati per scaricare le navi nella rada, oppure per la pesca.

Da Ostia arrivavano invece le naves codicarie: il loro nome deriva da codex, che indica un insieme di assi. Essendo navi atte alla navigazione fluviale, avevano un fondo piatto ed erano pesanti e lente, senza né remi né vele: venivano trainate dagli helciarii. Questi percorrevano circa 11km al giorno e ogni viaggio richiedeva almeno 2 tappe lungo il corso del Tevere.

I proprietari delle codicariae erano riuniti in una corporazione molto potente: aveva una statua nel piazzale delle corporazioni, un prefetto del pretorio come patrono, aveva dei curatori, dei difensori e molte cariche minori amministrative.

I Collegia

Anche i proprietari delle scaphae e dei lenunculi erano riuniti in corporazioni. I primi facevano parte del corpus scaphariorum, che aveva per patrono un nobile di Ostia, mentre i lenuncularii erano divisi in cinque corpora, le cui funzioni però non ci sono ancora chiare. Ricordiamo il corpus traiectus marmorariorum, che riuniva i traghettatori di marmisti, e altri corpora traiectus che trasportavano persone e merci; vi erano poi i lenuncularii tabularii auxiliarii, che rimorchiavano le navi sia d’altura sia fluviali, e i lenuncularii pleromarii auxiliarii che scaricavano le navi d’altura ancorate alla foce del Tevere. Tutte queste corporazioni dal 202 d.C. furono controllate e amministrate dal procurator Portus Utriusque, che apparteneva agli equites e doveva dirigere il traffico del porto.

Il trasporto del grano

Qualora a Roma ci fosse stata una forte necessità di grano ed olio, i carichi venivano trasferiti velocemente sulle naves codicariae, come attestato da un mosaico rinvenuto nel piazzale delle corporazioni dove si vedono due navi unite da un asse attraverso l'avvicinamento delle prue ed un facchino che porta un'anfora da una nave all'altra.

Poiché il grano Africano ed Egiziano arrivava in un periodo breve e le naves codicariae e i magazzini dell'Urbe non erano sufficientemente capienti per contenerlo tutto, spesso i carichi venivano scaricati sul molo e poi trasportati nei magazzini dagli uomini. Questi facchini, appartenenti ai ceti inferiori scaricavano il grano facendolo passare su un'asse inclinata. Il grano era racchiuso in un contenitore detto modius, di forma cilindrica e con una capacità di 8,75 litri di grano. In seguito il grano veniva trasportato in città nei magazzini, attraverso strade che non sempre erano sufficientemente ampie per permettere il passaggio di due carri in direzione opposta; gli ingressi dei magazzini avevano soglie strette che impedivano ai mezzi di trasporto di entrare negli edifici, quindi veniva impiegato un gran numero di facchini (nessuna rappresentazione raffigura eventuali animali da soma). Grazie ad un papiro rinvenuto sappiamo che il viaggio del grano da Ostia fino a Roma richiedeva circa trentatré giorni.

Immagazzinamento del grano

Il procuratore doveva sapere esattamente la quantità di grano che arrivava ad Ostia e la capienza dei vari magazzini per poter distribuire il grano con regolarità tra il Portus, Ostia e Roma. Per questo esistevano i tabularii, che avevano il compito di sorvegliare le operazioni di carico e scarico ed in seguito consegnare annotazioni scritte.

I saccarii

Non abbiamo molte notizie sui saccarii: essi erano gente da poco che poteva offrire solo il lavoro delle braccia e che quindi non si poteva permette una sepoltura che ci tramandasse loro notizie. Si presume che fossero riuniti in corporazioni e che fossero retribuiti dal procuratore dell'annona. Nei lavori in cui non era possibile la navigazione, invece di scaricare e caricare dalle navi, svolgevano altri piccoli incarichi.

 

I cibi dei Romani

Riguardo alle abitudini alimentari, i Romani erano soliti sedersi a tavola all’alba per una prima colazione piuttosto ricca e abbondante (ientaculum). Verso mezzogiorno la famiglia si raccoglieva per il prandium, un pasto piuttosto leggero composto solitamente da pesci, uova, legumi e frutta. Più tardi, tra le tre e le quattro pomeridiane, si ritornava a casa per la cena, il pranzo principale della giornata, a cui si invitavano gli amici, intrattenuti nell'apposita sala (detta triclinium dai triclinia, ovvero i letti a tre posti su cui si distendevano per cenare) da giocolieri, danzatori, musici, come racconta Plinio il giovane: "Recepi litteras tuas quibus quereris taedio tibi fuisse quamvis lautissimam cenam, quia scurrae, cinaedi, moriones mensis inerrabant."

Si cominciava con la gustatio, un antipasto preparato con uova, lattuga, ostriche innaffiate con vino e miele; in seguito venivano servite due o tre portate di ogni genere di carne; gli ultimi piatti erano i dolci e la frutta. Dopo cena spesso si beveva a volontà sotto la direzione di un arbiter bibendi, "re del convito", eletto con il lancio dei dadi, che sceglieva i vini e stabiliva la grandezza e il numero delle coppe.

A differenza dei Romani primitivi, che avevano una dieta molto frugale, i Romani dell’età imperiale erano soliti cibarsi di piatti molto ricercati, senza usare parsimonia nel procurarsi gli ingredienti e nell’assumere i migliori cuochi.

Per le gioie del banchetto venivano costruite villae, atte all’allevamento di pesci (piscinae), selvaggina (leporaria) e uccelli (aviaria); per soddisfare ogni esigenza si praticava l’importazione di prodotti esotici: a Roma confluivano vini e prodotti prelibati da ogni parte del mondo allora conosciuto.

Ma nonostante tutte le energie che i Romani dedicavano all’arte del mangiar bene, è probabile che qualsiasi piatto squisito agli occhi (e alle papille gustative) degli antichi Romani, appaia immangiabile al nostro palato. Sebbene sia difficile precisare con sicurezza l’identificazione dei cibi e dei condimenti, possiamo riportare a titolo di esempio alcune dei "piatti prelibati" consigliati dalle ricette di Apicio: si pensi a piccioni, cotti in un intingolo comprendente ingredienti quali pepe, datteri, miele, aceto, vino, olio e senape, oppure si immagini un pollo che, invece di essere cotto allo spiedo, venga lasciato cuocere in umido assieme ad aceto, miele, olio, uva passa, vino, menta, pepe ed una miriade di erbe speziate dal sapore molto acuto.

Molti prodotti base erano apprezzati dai Romani quanto da noi, anche se in maniera del tutto diversa: come noi consideravano prelibati i funghi, ma erano soliti cuocerli col miele; erano ghiotti di pesche, ma le preparavano in un intruglio simile a quello utilizzato da noi per le anguille marinate.

Un altro "pilastro" della dieta romana era il garum: nei tempi antichi veniva ritenuto un disonore cibarsi con questa salsa, come descrive con chiarezza Seneca: "iam pro putrido his est piscis occisus" ma in realtà non esisteva pranzo o banchetto importante che non includesse nelle sue pietanze il garum. Si preparava con le interiora dello sgombro, che venivano mescolare con pezzi di pesce sminuzzati, uova di pesce e uova di gallina. Il miscuglio, pestato e mescolato a lungo, veniva lasciato sotto sale ed esposto al sole per due o tre mesi, poi nuovamente pestato per essere trasformato in una poltiglia omogenea. Il prodotto ottenuto, detto liquamen, veniva posato in un vaso d’argilla dal fondo bucato. In questo modo un residuo, considerato commestibile e chiamato hallec o faex, colava dal cesto, mentre vi rimaneva il prodotto finito detto garum dal nome greco gaéron, ovvero lo sgombro, la specie di pesce usata per questa salsa.

Esistevano comunque molte salse di pesce diverse. Le migliori erano il garum excellens e il gari flos flos, estratte dalla ventresca del tonno, dallo sgombro e dalla murena (flos murae). Il "garum da digiuno" o quello dei poveri si preparava anche con le acciughe o con le squame di pesce. La salsa veniva a volte allungato con acqua o aromatizzato con erbe, forse a causa del suo pestilenziale odore. Ne abbiamo prova nelle parole scritte da Marziale: "Unguentum fuerat quod onyx modo parva gerebat. Olfecit postquam Papilus, ecce, garum est"

I dolci si cucinavano esclusivamente col miele e col mosto cotto e l’unica bevanda alcolica era il vino, servito caldo nei thermopolia che, stando alle rovine di Pompei, erano numerosi come gli odierni bar.


Il Thermopolium della via di Diana

Lungo la via della Diana si trova il thermopolium, detto anche popina (termine d’origine greca), un locale atto alla degustazione del vino; un locale che godeva di grande prestigio anche a causa della sua posizione quasi all’angolo del portico del Foro.

Esso presenta tre ingressi, sormontati da tre balconi ad arcatelle rette da mensole di travertino.

Il suo aspetto attuale risale al III sec. d.C.: in quest’epoca furono costruiti i muretti in listato a sostegno delle mensole, con sedili per gli ospiti del locale, che si trovano presso le porte centrale e di destra. Presso quest’ultimo ingresso si trovano inoltre pitture con inquadramenti lineari e figure isolate in campo bianco, mentre su uno dei muretti dell’ingresso centrale si può notare un affresco risalente ad un’epoca più tarda, che rappresenta un cerchio dentro un quadrato.

Nella stanza centrale si torva il bancone dove veniva servito il vino, alle cui spalle stavano degli scaffali in marmo e dei bacini per lavare le stoviglie. Su uno dei bacini si trova l’iscrizione C. Fu(lvius) Pl(autianus), suocero dell’imperatore Caracalla: esso è ancora leggibile, nonostante si sia cercato di cancellarlo, quando quest’uomo venne allontanato da Roma. È grazie a questa epigrafe che riusciamo ad essere sicuri della datazione del locale risalente al terzo secolo. Su una parete di questo ambiente troviamo ancora un dipinto di una "natura morta", che rappresenta un piatto di legumi, un bicchiere e forse due cembali: i prodotti che il thermopolium poteva offrire (cibo, vino e musica).

Si pensa che l’ambiante di destra fosse una cucina: si trovano una giara di terracotta infossata e un fornello in muratura. C’era inoltre un cortiletto interno che, nella bella stagione, permetteva agli avventori di consumare all’aperto.

 

Il Macellum e le Taberne dei pescivendoli

Il mercato delle carni, o macellum, consisteva in un edificio trapezoidale situato in uno dei punti più frequentati della città.

L’edificio sorse su un terreno precedentemente occupato da una domus tardo-repubblicana e, grazie ad un’iscrizione, siamo certi della sua esistenza già dagli anni 90 - 96 circa a. C., quando il prestigioso magistrato P. Lucilio Gamala donò dei pesi al macellum (pondera ad macellum (…) sua pecunia fecit). La costruzione venne successivamente ristrutturata in età augustea ad opera di due liberti e, nel II secolo d.C., un altro P. Lucilio Gamala, desideroso di imitare le opere del suo glorioso antenato, donò altri pesi a questo mercato, forse in seguito alla monumentale ricostruzione dell’edificio nell’età antonina. L’ultimo restauro risale infine al V sec. d. C. a spese di Aurelio Anicio Simmaco.

I principali elementi visibili ancora oggi appartengono al restauro d’età antoniniana e sono il portico che circonda l’angolo tra il decumano e via del Pomerio, e il grande ingresso rivolto sul decumano stesso. Nella prima metà del III sec. vennero costruite, ai due lati dell’entrata, all’interno del portico, due tabernae. Esse erano fornite di eleganti tavoli per la vendita e di vasche marmoree; deduciamo che esse erano destinate alla vendita del pesce da un mosaico, situato sulla taberna di sinistra: rappresenta un delfino che addenta un polipo, con la frase "inbide, calco te", probabilmente perché il delfino era ritenuto disturbatore della pesca.

Passando tra le colonne dell’ingresso si giunge al piazzale interno del mercato, con un pavimento di marmi e una vasca centrale. Sul fondo si trovava un colonnato, sostenuto da un podio (con ambienti sottostanti probabilmente dedicati a magazzini).

Sulla terza colonna da sinistra si nota un’iscrizione molto discussa: lege et intellege mutu loqui ad macellu(m). Se quel mutu indicasse mu(l)tu(m), la frase sarebbe da tradurre "leggi e comprendi che al mercato si parla molto/si fanno molte chiacchiere", ma, poiché la forma lege et intellege si trova spesso negli scritti cristiani, si è pensato che mutu stesse per mutu(m): "leggi e comprendi che un muto parla al mercato" (riferimento a uno dei miracoli di Cristo). Qualunque sia il suo vero significato, questa epigrafe permette di identificare con certezza la funzione dell’edificio.

 

I molini

I molini erano edifici costruiti intorno al 120 d.C. ed erano costituiti da ambienti selciati; troviamo, ancora oggi, macine ben conservate di pietra lavica proveniente dalla Rupe di Orvieto (in basso di forma conica, in alto una doppia svasatura detta catillus).

Negli ambienti più interni si trovano le macine, che venivano utilizzate facendo ruotare la parte alta, tramite una leva mossa da schiavi o muli a cui venivano bendati gli occhi per evitare giramenti di testa.

Alcune zone sono costituite di tazze cilindriche con due fori, che erano utilizzati per impastare le farine; in un’altra invece troviamo due forni per la cottura del pane.

Il mestiere del panettiere (pistor) era molto diffuso, tanto da formare una corporazione detta dei pistores.

Il pane di ostia veniva portato a Roma per essere distribuito gratuitamente al popolo, oppure venduto a prezzo politico fino a quando, nel terzo secolo d.C., i panettieri ostiensi rivendicarono gli stessi diritti dei panettieri romani.

Piccolo Mercato

E’ un horrea ben conservato, che nella sua struttura ingloba gran parte delle mura del castrum. Vi si accede mediante un ingresso a lesene e frontoncino laterizio, posto a destra.

Intorno a codesto cortile porticato si dispongono ventisette stanze, che sono coperte con volte a botte; l’edificio fu costruito sotto Adriano nel 119-120 d.C. e fu poi restaurato sotto Settimio Severo; era utilizzato come magazzino, per scopi commerciali. Il piano superiore era accessibile tramite rampe anziché scale, che facilitavano il trasporto delle merci. Non erano presenti granai, in quanto non sono state rinvenute tracce di pavimenti sollevati.

 

Caupona di Fortunato

La caupona di Fortunato è situata all’incrocio di due vie di rilevante importanza: il Decumano massimo e via della Fontana, che comunicano attraverso un passaggio posto a sinistra del locale. L’ambiente è ornato da un mosaico, risalente alla prima metà del terzo secolo che raffigura un cratere con un’iscrizione, così tradotta dal latino: "dice Fortunato: poiché hai sete bevi il vino del cratere".

Caupona del Pavone

Era originariamente una casa privata, diventata poi osteria e albergo. Dell’impianto adrianeo non rimangono decorazioni pittoriche. Sotto i Severi la casa assunse un aspetto più elegante e signorile, dovuto al fiorire della pittura in questo periodo.

Il corridoio di ingresso (I) porta ad un piccolo cortile (IV) e a una latrina (V). Una serie di importanti decorazioni pittoriche, raffiguranti nicchie, vegetali, teste di Medusa, delfini e la figura volante di Genio coronato, ornano un corridoio più interno (VI).

Dal corridoio si può facilmente arrivare a tutti gli altri ambienti della casa.

Il cortile (VII), a cui si accede scendendo pochi gradini, conserva nell’angolo una raffigurazione di un pavone, che stava a simboleggiare presso i Romani l’immortalità. Una scala conduce ad un pozzo sotterraneo. La stanza principale è il tablino (VIII) dove vengono conservate pitture raffiguranti figure maschili alternate a figura femminili. La casa fu poi trasformata in un’osteria, senza perdere la propria eleganza; là dove c’era il tablino sorge ora la mescita, costituita di bancone e mostra a gradini, rivestiti di marmi.

La raffinata scaletta (IX) fu decorata diversamente dal tablino, gli affreschi sono ancora oggi ben conservati. I soggetti dei vari dipinti corrispondono a vegetali, figure umane, soprattutto maschili e uccelli.

Ripassando dal corridoio si giunge ora al cubicolo (X), decorato dai medesimi affreschi degli ambienti precedenti, con la sola differenza che qui sono stati resi semplificati e impoveriti.

Usciti nella via, un ingresso, posto vicino a quello principale, introduce all’ala sinistra dell’impianto, che venne messa in comunicazione con il corridoio (I) tramite una porticina, e fu usata sicuramente come albergo. Anche altri ambienti furono decorati più semplicemente: sono presenti motivi in verde pallido, raffiguranti corolle e delfini.

Horrea di Ortensio

La più antica struttura di immagazzinamento di Ostia, fa parte di un gruppo di magazzini (Horrea dell'Artemide) e risale al 30-40 d.C. Il piano su cui poggia è più basso rispetto agli altri perché è il piano stradale repubblicano. Ha un grande cortile centrale, circondato da colonne di tufo; questo è circondato su quattro lati da 38 piccoli ambienti stretti e profondi aperti sull’interno del deposito. Queste cellae contenevano le merci. Il cortile era usato per la manipolazione dei prodotti. La costruzione aveva una sola entrata ed era abbastanza massiccia; Ogni cella ha muri spessi ed un’unica entrata che permetteva un controllo efficace del suo interno. Nel corso dei secoli subì diversi restauri e modifiche. Sul lato destro del colonnato fu costruito un sacello, in onore di una divinità non ben identificata, forse, visto il mosaico che decora il pavimento (raffigurazione di un disco con raggi), il dio sole.

 

Grandi Horrea

Poco distanti dal Foro, sorgono questi imponenti edifici di immagazzinamento, i più grandi della città dopo gli Horrea Antoniniani. Vennero costruiti verso la metà del I sec. d.C.

Durante il regno di Claudio venne costruito il cortile centrale, avente un portico ad U, a sud ,est ed ovest del quale vi sono le cellae. Con Commodo l’horreum ricevette un altro piano raggiungibile grazie a delle scale a sud del cortile; per evitare la decomposizione del grano furono costruite delle suspensurae che sollevavano i pavimenti delle cellae di 30-40 cm e le isolavano de terra creando delle circolazioni d’aria. La presenza di suspensurae, ossia pilastrini, su cui poggiava il pavimento, che formavano imponenti vespai, tali da permettere un ottimo isolamento e quindi difesa dall'umidità, indica che il magazzino conteneva grano.

Settimio Severo fece modificare il lato nord con nuove cellae in direzione del Tevere, inoltre costruì sempre a nord tre ambienti trasversali, stretti e lunghe, separati gli uni dagli altri dalle due entrate dell’edificio. Questo aveva solo due piccole entrate rivolte verso il Tevere, che si univano in un unico corridoio. A sud-est v’era un’altra entrata altrettanto ristretta.

Ristrutturazioni intorno al II e III sec. d.C. dimostrano che Ostia dopo la costruzione del porto di Traiano, non solo non subì alcun declino, ma addirittura dovette potenziare le sue strutture per far fronte all'incremento delle attività commerciali.

Erano stati messi in pratica tutti i criteri necessari per la buona conservazione del grano: muri spessi, suspensurae, entrate strette, cellae ben chiuse. La superficie di immagazzinamento era di 7200 mq; le cellae del pianterreno potevano avere la capacità di contenere fino a 7000 t di grano, cioè circa 1000000 di modii. Se anche il primo piano aveva la medesima capacità, i magazzini potevano contenere tutto il grano necessario per la città di Ostia, posto che il consumo giornaliero di grano fosse di 3,5 modii per persona. Di fronte al grandi Horrea ci sono i panifici e i mulini della Via Dei Molini . Il caseggiato dei molini, costruito sotto Antonino Pio doveva ricevere il grano necessario per la preparazione del pane direttamente da questo deposito. In poco spazio attorno ai Grandi Horrea si trovano altri quattro panifici: una parte del grano dei Grandi Horrea poteva servire per la necessità degli abitanti. E’ stato pensato che i mulini del Caseggiato dei molini, del Caseggiato delle fornaci e del Molino operassero per il fisco. I panettieri che vi lavoravano dovevano far parte del corpus pistorum e fornire ai funzionari imperiali, ai vigili e soprattutto agli schiavi dell’imperatore la farina ed il pane di cui necessitavano.

 

Horrea Epagathiana ed Epafroditiana

Gran parte dei magazzini fu costruita per ordine dell’imperatore. Eccezioni potevano essere i depositi di piccole dimensioni situati a sud del decumano massimo o gli Horrea Epagathiana et Epaphroditiana.

Della seconda metà del II secolo d.C., una vecchia abitazione fu adibita a magazzino dai due proprietari (da cui prende il nome). Epagathio e Epafrodito erano due liberti, probabilmente di origine orientale, arricchitisi con il commercio; si è potuto risalire ai loro nomi, grazie alle iscrizioni trovate sopra l'ingresso principale. Su entrambe i lati troviamo delle tabernae.

C’era un dispositivo che permetteva di chiudere con una catena l’ingresso principale, i vani e le basi delle scale che portavano al piano superiore: questo fa pensare che vi fossero custoditi oggetti di valore, soprattutto stoffe.

All'interno c'è un cortile, il cui pavimento è decorato a mosaico, raffigurante figure geometriche, una tigre ed una pantera; il piano terra è occupato da 16 cellae; sull'utilizzo del primo e secondo piano non si sa stabilire se si trattasse dell'abitazione dei proprietari, o sempre di ambienti adibiti a magazzino.

 

 

Horrea dei Mensores

Gli Horrea dei Mensores erano situati presso il Tevere per permettere un immagazzinamento più facile del grano. Tuttavia il piano degli Horrea dei Mensores era speciale e aperto. Costruiti intorno al 112 d.C. avevano un’alternanza di cellae di dimensioni normali ed altre più grandi, circa 12 m. Una scala permetteva di raggiungere i piani superiori. Si pensa che questi magazzini fossero destinati alla manipolazione e alla misurazione del grano piuttosto che alla sua conservazione. Probabilmente questi Horrea servivano per pesare e controllare il frumento che arrivava, ma è difficile che un carico portasse il suo bastimento agli Horrea dei Mensores per il controllo e lo trasportasse successivamente ai Grandi Horrea o a quelli Antoniniani che erano dall’altra parte della città. Certamente, sul Decumano Massimo, il grano poteva essere posto in carri, tuttavia le molte manipolazioni rendono improbabile un tale svolgimento di controllo.

Bisogna notare che le entrate dei magazzini più importanti di Ostia erano orientate verso nord, che richiama un’idea di circolazione nord-sud. In definitiva i grani annonari erano controllati sulle navi prima di entrare nei magazzini. Per le operazioni di controllo non serviva certamente un magazzino come gli Horrea dei Mensores.

 

Il funzionamento degli horrea

Rifornimento

L’arrivo dei prodotti era concentrato in periodi precisi: tra marzo e luglio, tra settembre e ottobre. Per assicurare un rifornimento costante anche d’inverno la prefettura dell’annona doveva costituire delle riserve. I magazzini rifornivano di grano la plebe che aveva diritto alle distribuzioni gratuite ed il mercato libero. Questo permetteva di minimizzare la speculazione, mantenere i prezzi ad un livello accettabile e prevenire le carestie. Da queste riserve dipendeva anche la stabilità del potere degli imperatori: la plebe poteva reagire violentemente se il grano veniva a mancare.

 

Controlli

Ogni anello della catena di trasporto del grano era responsabile della quantità e della qualità della merce di cui si occupava. Ad ogni momento in cui il grano cambiava di mano intervenivano i mensores per liberare dalle responsabilità l’intermediario e trasferirla su uno nuovo. I mensores frumentarii Ostienses misuravano la quantità di grano sbarcata al porto. Il grano raggiungeva poi i magazzini dove veniva nuovamente controllato. Quando veniva inviato a Roma, era spedito per fiume: la merce era controllata sia all’uscita, sia all’imbarco. Giunto a Roma i controlli si ripetevano. I mensores usavano una cordicella su cui erano infilzati dei pezzetti di legno. Per ogni sacco si faceva una tacca su un pezzo di legno. Alla fine dell’operazione si sapeva esattamente quanti sacchi fossero stati caricati.

Destinazione del grano

Se è vero che Ostia doveva immagazzinare merci per poi spedirle a Roma, doveva però anche conservarne per le proprie necessità.

Roma consumava ogni anno 29.400.000 modii di grano sotto Claudio, 42.000.000 durante il periodo dei Severi. La prefettura dell’annona doveva pertanto possedere dei depositi capaci di contenere se non tutta almeno una buona parte dell’annona di Roma. I Grandi Horrea potevano contenere circa 2.000.000 modii di grano. I cereali dovevano essere preferibilmente conservati nei depositi di Portus Uterque e negli horrea di Roma.

Conservazione del grano

Dopo la mietitura il grano rilasciava calore, diossido di carbonio ed acqua. Per conservarlo commestibile questo fenomeno doveva essere rallentato, altrimenti il grano cominciava a germinare e a fermentare. Quindi doveva essere tenuto al riparo dall’umidità. Un altro pericolo era rappresentato dagli animali. Pertanto i magazzini erano ermeticamente chiusi, a temperatura bassa, clima secco, con poca luce.

Architettura dei magazzini

Solo la presenza di suspensurae negli horrea costituisce un elemento per determinare se contenessero grano, anche se la loro presenza non dimostra che non lo fossero. Tre depositi ne erano dotati: Grandi Horrea, horrea Antoniniani e horrea dell’insula.

Ad Ostia si sono ritrovati 15 magazzini, per la maggior parte disposti lungo l’antico corso del Tevere. Le loro entrate principali sono spesso orientate a nord, in direzione del Tevere, per facilitare il trasporto delle merci e diminuire le distanze da percorre. Ci sono eccezioni: i magazzini dell’Ortensio e dell’Artemide erano a sud del Decumano Massimo. Gli horrea di Ortensio furono restaurati sotto i Severi nel I sec. d.C. I piccoli magazzini situati a sud del decumano massimo dovevano avere solo un uso locale, il che può spiegare la distanza dal Tevere.