


CROCE ROBERTA
Classe V Sezione D
Liceo Classico Ginnasio
“CAMILLO BENSO di CAVOUR”
Anno Scolastico 2003-2004
Docente: SEGNAN FULVIO
Viaggio d’istruzione
Oggetto della Ricerca:
INDICE
DELLA RICERCA
- Gli animali – cattura,
trasporto, custodia pag. 16
- La posizione sociale dei
gladiatori pag. 20
- Le giornate degli
spettacoli pag. 21
L’ANFITEATRO ROMANO
L’anfiteatro è un edificio tipico dell'antichità
classica destinato per lo più ad ospitare combattimenti tra gladiatori e con
belve.
A Roma i primi anfiteatri furono in legno e soltanto
per opera di Augusto fu realizzato un edificio in pietra che andò distrutto
nell'incendio di Nerone.
Questa nuova forma di costruzione acquistò ben
presto una notevole fama e fu realizzata anche in molte città di provincia.
Tra i maggiori anfiteatri giunti fino a noi
ricordiamo, oltre al celebre Anfiteatro Flavio, meglio conosciuto come Colosseo,
a Roma, quelli di Pozzuoli e di Verona.
L'impianto dell'anfiteatro si basa in genere
sulla forma dell'ellisse, ma può cambiare a seconda dell'importanza della città
e del numero degli spettatori.
L’anfiteatro aveva sedili disposti a gradinate attorno
a uno spazio centrale chiamato arena, in cui si tenevano gli spettacoli,
che non era lastricata ma coperta di sabbia ed era costituita poi da una cavea
destinata agli spettatori e divisa in moeniani il primo dei quali
forma il podium.
Come per i teatri le separazioni interne erano
divise in baltei mentre i vomitoria servivano per assicurare
l'uscita degli spettatori verso l'esterno. Lungo l'asse mediano dell'arena si
aprivano le fauces mentre, a differenza dei teatri, apparivano verso il
centro dell'arena gli spoliaria e le carceres. Nei primi venivano
deposti i gladiatori colpiti, negli altri quelli che si accingevano a
partecipare allo spettacolo. Al centro dell'arena erano ricavati alcuni locali
sotterranei destinati a racchiudere le fiere in attesa di essere sollevate sul
piano dell'arena da una specie di montacarico guidato da funi e carrucole.
Sotto l'anfiteatro si trovano i sotterranei,
destinati a ospitare i gladiatori, gli animali e gli apparati scenici; quelli in cui si svolgevano le naumachie
erano forniti anche di un impianto idraulico.

L’Arena di Verona fotografata da una veduta aerea
ALTRI ANFITEATRI IN ITALIA
In Italia sono presenti
molti anfiteatri; eccone alcuni esempi:
L'anfiteatro di Pompei
è il più maestoso degli edifici pompeiani; esso era destinato allo svolgimento
dei giochi gladiatori e di quelli venatori. Esso poteva contenere oltre 20.000
spettatori grazie alle gigantesche dimensioni di 135 per
Il
più famoso e il più bell'anfiteatro del mondo romano è l'Anfiteatro Flavio, più
noto dal medioevo come Colosseo. Esso sorse nei primi anni del regno
dell’imperatore Vespasiano (fu iniziato nel 72) e fu terminato dal figlio Tito.

L’anfiteatro di Capua
è per dimensioni il secondo al mondo dopo il Colosseo. Esso risale al I secolo
d.C. e nel corso degli anni fu usato come fonte di materiali da costruzione.
Parti di esso sono conservate a Capua presso il Museo Campano.

L’anfiteatro di Catania,
un grandioso monumento romano, è uno dei più grandi d'Italia, ed è nascosto
quasi interamente sotto le moderne costruzioni. I lavori per riportarlo alla
luce furono iniziati nel 1904.

L’ARENA DI VERONA
La più celebre costruzione
romana a Verona è l'Arena, un anfiteatro romano e più precisamente quello
meglio conservato fra quelli italiani, inferiore per dimensioni soltanto al
Colosseo e all'anfiteatro di Capua.
Il termine Arena deriva dal latino arena, ae che significa sabbia, la quale veniva usata per coprire l’area dove si svolgevano i giochi e gli spettacoli.

L’interno dell’Arena
Sebbene sia noto che l’Arena
fu edificata durante il I secolo d. C. storici e architetti non sono ancora
concordi nel definire la data precisa della sua costruzione.
Per costruire l’Arena in
modo così forte e duraturo, i Romani scavarono una depressione profonda circa
due metri rispetto al livello della strada e stesero fondamenta di cemento per
formare la base. Per garantire un adeguato drenaggio fu progettato un complesso
sistema di fognature: si tratta di fogne di grandi dimensioni, circa due metri
d’altezza e di varia larghezza, costruite con ciottoli legati con malta. La
loro copertura fu ottenuta con lastroni di pietra.
Il prospetto curvilineo
esterno aveva originariamente tre ordini di arcate intercalate da lesene
(pilastri lievemente sporgenti da un muro, con funzione ornamentale) di ordine
tuscanico; di questo prospetto restano soltanto quattro delle settantadue campate
(1) a causa del terremoto del 21 maggio 1117 che causò il crollo
dell’anello più esterno del quale è rimasta solamente un’ala sul lato
nord-ovest del monumento.
Il materiale forse
più usato nella costruzione dell’Arena è la cosiddetta “pietra veronese”:
questo tipo particolare di pietra proveniva da S. Ambrogio di Valpolicella nei
pressi di Verona e fu anche utilizzata per erigere le porte della città e altri
monumenti risalenti al I secolo d.C.
La cavea, ovvero l’insieme delle
gradinate riservate agli spettatori, era in origine conclusa da un loggiato,
una sequenza di logge, edifici aperti su uno o più lati con pilastri o
colonne, al livello del terzo piano della facciata; a queste nel 1628 furono
aggiunte due logge di cui una è recentemente crollata. Ci
sono 45 file di gradini marmorei dell’auditorium che hanno un’altezza media di
Ogni colonna ha una
pianta quadrata di due metri di lato.
(1) una campata è una parte di costruzione
compresa tra due sostegni

Particolare
dell’Arena
Le arcate si aprivano su un corridoio di
circa quattro metri e mezzo di larghezza che correva lungo il livello del
secondo anello. Questo corridoio disponeva di passaggi e scale che conducevano
fuori ed era coperto alla sommità in modo da permettere agli spettatori di
sedersi con facilità sui gradoni e di ripararsi dalla pioggia e dal sole.
Come era consuetudine per gli spazi ludici anche
l'Arena era fuori dalla scacchiera e dalla prima murazione laterizia (di
mattoni) che la cingeva; soltanto più tardi fu compresa nel circuito delle mura
in blocchi di pietra che l'imperatore Gallieno, sotto la spinta dell'invasione
alemanna, fece costruire nel 265 d. C.

Particolare dell’Arena
GLI SPETTACOLI
In origine l’Arena era adibita alle gare ginniche, ai
giochi di cacce, di lotta, di combattimenti, di belve.
In principio gli spettacoli
dei gladiatori, o munera (da munus, termine dal significato
originario di offerta sacrificale e propiziatoria), non erano altro che crudeli
cerimonie funebri, celebrate con il rito del sacrificio umano sulla tomba del
defunto per placare l’ira degli dèi infernali; probabilmente avevano origine
etrusca e furono importati a Roma nel periodo repubblicano. Il primo spettacolo
del genere risale al
Gli spettacoli erano
annunciati alla popolazione con volantini e con delle scritte sui muri degli
edifici pubblici e privati. Nei giorni che precedevano i combattimenti, mentre
la gente si preparava al grande avvenimento, i gladiatori, organizzati in familiae
(compagnie), rifinivano nella caserma la preparazione affidata alle cure
dei doctores (istruttori), sotto la supervisione del lanista, una
figura losca di allenatore tutto fare che si occupava dell’addestramento e dei
relativi proventi. Solo a Roma questi furono sostituiti da funzionari
imperiali. Gli spettacoli dei gladiatori avevano inizio con
l’ingresso nell’anfiteatro della pompa, la solenne processione che apriva i
giochi; l’uno dopo l’altro sfilavano i suonatori di corno e di tromba, i
simulacri di divinità e gli inservienti con le armi dei gladiatori, controllate
poi in una cerimonia solenne (la probatio armorum, l’ispezione delle
armi). Seguivano i gladiatori che, dopo alcuni esercizi di scherma, davano
inizio al combattimento vero e proprio.
A partire dal II
secolo le venationes (cacce) cominciarono a diventare più frequenti dei
combattimenti dei gladiatori, fino a sostituirli quasi interamente nel tardo
impero.

E’ raffigurata una venatio.
L’impegno finanziario e di tempo necessario
per l’organizzazione di sontuosi spettacoli che duravano diversi giorni e
vedevano susseguirsi in campo moltissime coppie di gladiatori, belve,
condannati a morte, giocolieri, era notevole.

Tra panelli con scudi
appoggiati a erme maschili; è raffigurata una scena di caccia di fiere con un
leone che aggredisce un cervo.
È proprio negli
anfiteatri che l’immaginazione popolare rappresenta i supplizi dei cristiani
nel periodo delle persecuzioni, divenute sistematiche intorno al III secolo:
per quanto riguarda Verona non si hanno però notizie sicure circa tale
utilizzazione dell’Arena. L’affermazione
del Cristianesimo concorse comunque al graduale abbandono dei munera e
delle venationes; ma nonostante l’imperatore Costantino nel 325
arrivasse a condannare questi cruenti spettacoli con un decreto e anche gli
antichi autori cristiani tuonassero con accesa veemenza contro l’immoralità
degli spettacoli pagani, il popolo ne era attratto in maniera così morbosa che
essi cessarono solamente nel 405, quando furono definitivamente proibiti
dall’imperatore Onorio.
In età medioevale
era soprattutto la giustizia ad offrire occasioni di spettacolo, sia con
l’esecuzione delle condanne capitali, sia coi duelli giudiziali, che
consistevano nell’affidare alle armi la risoluzione di una controversia con il
vantaggio di offrire uno spettacolo gradito alla folla, sia con il giudizio di
Dio, in cui l’accusato, per dimostrare la propria innocenza, doveva superare
una difficile prova, come estrarre un oggetto da una caldaia d’acqua bollente,
o portare per un certo tratto con le mani nude un ferro incandescente.
Nei secoli successivi
l’Arena non fu mai espressamente abolita ma per molto tempo essa venne usata per
manifestazioni solo di tanto in tanto e in circostanze ufficiali.
Nel 1500-1600 l’Arena
serviva alla nobiltà per tenervi tornei: il tipo di spettacoli più
frequente nel Seicento.
Gli spettacoli più popolari
rimasero comunque le cacce dei tori, in cui il toro doveva misurarsi contro dei
cani addestrati.
La prima recita
datasi nell’anfiteatro fu
Nel 1822 il Congresso di
Verona offrì alla città uno spettacolo unico per durata e
per varietà: una grande coreografia, con uno spettacolo musicato e diretto da
Gioacchino Rossini, con un’esibizione di cavalieri in costumi antichi.
L’Arena si accingeva quindi
ad assolvere compiti di più alto impegno sociale, come avvenne il 19 novembre
1866 quando riunì il popolo veronese in festa per l’annessione del Veneto
all’Italia.
Dal XVIII secolo in avanti le rappresentazioni
teatrali divennero tipiche. La prima rappresentazione del Festival fu data il
10 agosto 1913, con la rappresentazione dell’Aida di Giuseppe Verdi.
L'opera in Arena è ormai un appuntamento
tradizionale poiché Verona è la capitale mondiale della lirica dal 1913,
anno in cui si è celebrato per la prima volta il festival che ogni anno si
rinnova.
Non bisogna certo dimenticare la danza.
La stagione lirica dell’Arena porta a Verona mezzo milione di persone all’anno: esse vengono da tutta l’Europa e da tutto il mondo.
NAUMACHIE
Dal greco naumachia, risalente da nau%v nave e maéch battaglia, la battaglia navale.

È un genere di spettacolo che riproduce un combattimento navale. Lo inventarono i Romani all’epoca di Cesare e continuarono a praticarlo fino al III secolo d. C.
Erano spettacoli cruenti che si svolgevano in appositi
anfiteatri, ed anche all’interno dell’Arena, con la partecipazione di
gladiatori e di condannati a morte e
altre volte con veri marinai e soldati. Le naumachie erano battaglie navali riprodotte in un apposito bacino
che poteva essere riempito d'acqua.
Questi spettacoli erano costosissimi, poiché le navi erano complete in tutte le loro parti.
Le naumachie
spesso intendevano riprodurre famose battaglie storiche, come quella dei Greci
che batterono i Persiani a Salamina: si dovevano seguire le fasi della vera battaglia, ed il pubblico si
esaltava alle manovre dei soldati e alla vista delle macchine da guerra. Gli
archeologi moderni sostengono
che le naumachie furono abbandonate poiché erano necessari molti preparativi
per riempire l’arena di acqua ad
una altezza sufficiente (circa
VENATIONES
All'inizio, le venationes
si tenevano solitamente al mattino, come introduzione e complemento ai
combattimenti gladiatori, che si iniziavano nel pomeriggio. In ogni caso,
nell'ultimo periodo della repubblica, le cacce divennero uno spettacolo a sé
stante, che iniziava nel pomeriggio e talvolta durava per giorni.

Ogni tipo di
bestia feroce (elefanti, orsi, tori, leoni, tigri) era catturato in tutto l'impero,
trasportato alle loro diverse destinazioni e tenuto sino al giorno dello
spettacolo. Il numero di animali uccisi è stupefacente: gli storici raccontano
di migliaia di bestie uccise in
una sola giornata. Negli scritti che ci hanno lasciato diversi autori possiamo
affermare che le venationes si distinguono tra le grandi cacce
spettacolari e le cacce mattutine che divennero abituali.
All'inizio gli
animali erano incatenati, ma successivamente furono lasciati liberi, tanto che
si dovettero costruire delle difese particolari per la sicurezza del pubblico.

I venatores
(che erano schiavi, criminali o anche uomini sotto contratto, e che erano
considerati socialmente ad un livello ancora inferiore a quello dei gladiatori)
ricevevano una speciale preparazione nei ludi, come i gladiatori,
probabilmente nel ludus matutinus, il cui nome potrebbe provenire
proprio dall'usanza di tenere le cacce al mattino. I venatores proteggevano
le braccia e le gambe con strisce di cuoio, e qualche volta difendevano il
petto con una placca metallica, o indossavano una armatura. Essi erano divisi
in categorie a seconda del ruolo svolto nello spettacolo. Il rischio che i venatores
correvano era notevole: essi potevano essere sbalzati in aria da un toro,
essere sbranati da un leone, ed alcuni incontri lasciavano ben poche
possibilità di sopravvivenza.

L'elemento comune
a tutte le venationes era la presenza di animali; ciò non significava necessariamente
che venissero massacrati, ed infatti potevano svolgere anche altri ruoli:
Cesare, ad esempio, fu il primo a portare una giraffa a Roma; Augusto mise in
mostra animali esotici e strani, inviati a questo scopo dai governatori delle
province.
Tuttavia la
normale caccia prevedeva che le bestie combattessero l'una contro l'altra o
contro degli uomini. Gli esperti distinguono due specie molto diverse di venationes:
quella in cui uomini armati combattevano contro bestie selvagge, ed un altra
nella quale dei condannati a morte erano gettati alle bestie
senza alcuna difesa.
Le venationes
finivano di solito con uno spettacolo di animali ammaestrati, come nei circhi
odierni.

Gli animali – cattura, trasporto,
custodia.
La passione dei Romani per le venationes determinò un notevole traffico commerciale le cui ramificazioni si estesero addirittura oltre i confini dell’Impero e che coinvolgeva migliaia di persone nelle fasi dello smistamento, del trasporto e della custodia.
Tutti i magistrati di Roma, per ottenere un certo favore dalla popolazione, volevano avere sempre a disposizione un gran numero di animali per le venationes. I governatori delle province svolgevano spesso il ruolo di intermediari. Grazie alle lettere di Cicerone sappiamo che i magistrati, per reperire gli animali necessari, avevano a disposizione poco più di un anno per affidare l’incarico ad un governatore che si occupava, mandando lettere, di ordinare la cattura di un determinato numero di animali. Egli però non doveva occuparsi personalmente del trasporto, ma il magistrato che voleva allestire la venatio inviava al governatore del personale incaricato di organizzare la spedizione. C’erano, inoltre, a Roma dei liberi imprenditori impegnati nel traffico regolare di reperimento ed invio degli animali.

I cacciatori professionisti, coloro che tendevano le trappole, erano considerati individui asociali. È probabile che i dipendenti dal procurator, incaricati di provvedere alla cattura e al trasporto, utilizzassero proprio cacciatori professionisti, stipulando accordi con i commercianti in animali selvatici, dai quali acquistavano le bestie. I metodi più usati per la cattura erano la rete e la gabbia con esca. Spesso i felini venivano spinti verso un luogo circoscritto da reti tese dietro una barriera di rami; dei cacciatori brandivano delle torce che venivano agitate in direzione degli animali che, essendo accerchiati, venivano spinti dentro la rete. Per catturare leoni e leopardi si usavano le fosse ricoperte di rami. Veniva messa vicino un’esca, solitamente un capretto o un agnello, o uno stesso cucciolo di leopardo: il leone o il ghepardo, attratti, si avvicinavano e cadevano nella fossa collegata ad una gabbia che, una volta chiusa, veniva sollevata dal terreno. Per quanto riguarda gli orsi, venivano inseguiti e stanati grazie ai cani e venivano catturati con reti o fosse. Anche le pantere e i ghepardi erano catturati grazie a fosse in alternativa all’uso di stordirli con colpi di forconi o tridenti, mentre i tori, decisamente molto pericolosi, potevano essere catturati esclusivamente grazie a fosse.
Molti animali, soprattutto leoni, tigri ed elefanti, si lasciavano addomesticare abbastanza facilmente.
IL TRASPORTO.
Il viaggio dal luogo di cattura durava mesi grazie a tragitti marini, terrestri e fluviali.
Il trasporto via terra veniva effettuato su carri trainati da buoi o da muli. Gli animali erano rinchiusi in gabbie diverse a seconda della loro indole e della loro dimensione: ci sono gabbie con i fianchi rinforzati da barre metalliche a forma di X e chiodi per gli animali più forti, ma c’erano anche gabbie più semplici dotate di un solo pannello mobile e prive di rinforzi per gli animali di indole più pacifica. Inoltre le casse erano distinte in due gruppi: quelle per la cattura e altre per il trasporto.
Il trasporto via mare si svolgeva con navi delle quali non si sa molto: non sempre esse erano fornite di vele, ma è certo che venivano usate navi a remi per il trasporto di bestie feroci ed inoltre per la mancanza di una flotta mercantile statale bisognava usare navi di proprietà privata. I viaggi per via marina erano solitamente i più lunghi, poiché c’era rischio di naufragio: bisognava avere il vento favorevole e c’era il rischio che la nave rimanesse molto tempo in balia delle tempeste e che alcune casse si aprissero lasciando quindi liberi gli animali; di regola, inoltre, la navigazione di notte si interrompeva.
Scarse sono le testimonianze sulla custodia e sui punti di raccolta degli animali catturati ma si parla di vivaria e dell’utilizzo di una parte della struttura portuale. Il vivarium era, letteralmente, un “recinto dove si nutrono in cattività le bestie feroci”: secondo le fonti i vivaria pubblici (c’erano anche quelli privati) erano situati, a Roma, lontano dal Senato, dalle aule di giustizia, poiché si temeva la rottura delle gabbie e la fuga degli animali: dunque dovevano essere lontani dai luoghi densamente frequentati anche se, tenendo in considerazione i frequenti incidenti, queste norme di sicurezza non venivano sempre rispettate. Per quanto riguarda il controllo degli animali, le coorti urbane erano adibite alla difesa della città, quindi alla sorveglianza della residenza dell’imperatore e di conseguenza, degli animali. Tutto ciò era anche compito dei pretoriani, che si occupavano degli animali già dal momento dello sbarco, o arrivo via terra, e la loro funzione si esauriva il giorno delle venationes: accompagnavano il corteo che la mattina dello spettacolo si avviava all’anfiteatro, col compito di difendere i senatori e i cittadini. Fra gli addetti agli animali emergevano poi figure quali il procurator ad elephantos o l’adiutor ad feras.
I
GLADIATORI
I gladiatori erano per lo più schiavi,
prigionieri di guerra, criminali condannati a morte; ma a volte anche uomini
liberi, figli di nobili famiglie rovinate, in cerca di notorietà e ricchezza.
La disciplina e la vita di caserma era talmente crudele da spingere spesso i
gladiatori al suicidio. In più le celle dove alloggiavano erano buie e sporche.
L’unica consolazione era il cibo, accuratamente confezionato secondo precise
ricette, al fine di aumentare la massa muscolare. Ma i gladiatori riuscirono a
accumulare ricchezze incredibili.
I gladiatori erano divisi nelle seguenti
classi:
- THRAECES caratterizzati dalle
seguenti armi: l’elmo munito di lophos a forma di grifone, e la breve
spada ricurva. Indossano inoltre gli schinieri, una manica al braccio destro e
un piccolo scudo rettangolare.
- RETIARII: il loro è un abbigliamento inconfondibile. Non
indossano armi difensive eccezione fatta per il galeus, ovvero una
placca metallica fissata sulla spalla sinistra, e una manica sullo stesso
braccio. Le sue armi sono la rete, il tridente e una breve spada.
- EQUITES che appaiono raramente e solo nel rilievo in stucco del
monumento pompeiano attribuito a A. Umbricius Scaurus. Sono vestiti di una
tunica, un elmo emisferico a tesa circolare e talvolta di protezioni per le
gambe. Armi offensive sono la lancia e una spada abbastanza lunga ma priva di
punta. Sono riconoscibili anche in assenza dei cavalli poiché sembra che
aprissero il munus. Probabilmente lo scontro era simile a quelli
medioevali: dopo un primo scontro a cavallo, durante il quale si utilizzavano
le lance, e dopo che queste si erano spezzate, proseguivano a terra con
l’ausilio di spade.
Rilievo in stucco con
rappresentazione di equites dalla tomba pompeiana cosiddetta di A. Umbricio
Scauro.
- SAGITTARII categoria rara che
combatteva con archi e frecce. Questa classe è attestata in un unico
monumento.
- ESSEDARII classe di origine gallica
che combatteva su carri e di cui non è stata ritrovata alcuna immagine
figurata.
- VELITES armati alla leggera, quindi
privi di armi difensive e anche di questi non sono rimaste raffigurazioni.
- PROVOCATORES, SECUTORES, CONTRARETIARII,
tre classi analoghe che venivano opposte ai RETIARII.
- SPATHARII caratterizzati dalla spatha,
lunga spada diversa dal gladium.
- MURMILLONES
descritti come gladiatori opposti ai THRAECES, armati di un elmo, un lungo
scudo rettangolare, un’ocrea alla gamba sinistra e una manica al braccio
destro. L’arma offensiva è il gladio.
- OPLOMACHI
dei quali non abbiamo testimonianze.
Per quanto riguarda i gladiatori del periodo
precedente alla riforma augustea, la documentazione figurata permette di
rilevare una maggiore varietà dell’armamento. Inoltre si può stabilire una
precisa evoluzione delle armi, particolarmente evidente nel caso degli elmi che
permette anche di precisare la cronologia dei documenti figurati.

Particolare del rilievo
pompeiano con giochi gladiatori: scena di combattimento tra un oplomachus e un
murmillo.
La posizione sociale dei gladiatori.
La condizione giuridica dei gladiatori era varia.
Molti dovevano essere prigionieri di guerra, come è dimostrato dal fatto che
alcuni tipi di armatura erano designati con il nome dei popoli vinti. I più
numerosi però dovevano essere gli schiavi: mentre alcuni di essi erano venduti,
altri erano riservati alla vita da gladiatore. Per questi ultimi la legge
prescriveva, in caso di manomissione da parte del padrone, il conseguimento di
una libertà personale, ma sottoposta a forti restrizioni. Non dovevano mancare
i liberti, ovvero gli schiavi liberati.
Certamente vi erano, però, anche uomini di nascita
libera, addirittura senatori, cavalieri e i loro familiari che amavano scendere
nell’arena. A questo proposito ricordiamo anche l’imperatore Commodo, bramoso
di cimentarsi nel Colosseo.
Solitamente i gladiatori indicati solo con il
cognome erano schiavi, ma non possiamo escludere che alcuni avessero
abbandonato il loro nome originario per assumere un nome di battaglia.
Un particolare gruppo è quello degli auctorati, che
sono stati per molto tempo disprezzati poiché erano considerati uomini liberi
che hanno sangue in vendita, come diceva Livio, ovvero erano uomini
liberi che spontaneamente diventavano gladiatori e che rinunciavano, per tutto
il tempo del contratto, ai loro diritti di cittadini dietro compenso.
I gladiatori, acquartierati in caserme, costituivano
nel loro insieme una familia.
Il reclutamento avveniva, come per i soldati,
intorno ai 17-18 anni e la carriera da gladiatore difficilmente superava i 30,
certamente anche per i rischi della loro professione, ma bisogna ricordare che
la durata media della vita non era molto più lunga. Pochi erano i gladiatori
che potevano vantare un numero di pugnae superiore a venti, e da ciò si deduce
che non scendessero nell’arena più di due volte l’anno. Ricordiamo le trentasei
vittorie ottenute da Massimo a Roma. Il pubblico richiedeva atleti freschi e
ben allenati: questo necessitava di uno scambio frequente di uomini, non
potendo mandare sul campo sempre gli stessi che, superata una certa età,
sarebbero diventati inadatti.
Per quanto concerne la formazione di una famiglia,
alcuni gladiatori riuscivano a sposarsi già durante il servizio, mentre era
difficile che avessero dei figli.
I gladiatori avevano un discreto patrimonio
economico ed avevano al loro seguito schiavi e liberti.
Il rapporto tra gladiatori e divinità era
solitamente di raccomandazione da parte dei lottatori per avere un buon esito
nella lotta: venivano venerate divinità della guerra come Marte, della forza
fisica, quali Ercole e della caccia, come Diana.
La figura del gladiatore ha sempre suscitato
sentimenti contrastanti: c’era chi ammirava questi uomini che mettevano a
repentaglio la loro vita per la vittoria, la gloria e il successo, ma c’era
anche chi li disprezzava poiché si esibivano in pubblico per denaro.
Quasi come nelle moderne partite calcistiche, anche negli spettacoli gladiatori c’erano i tifosi che talvolta provocavano veri e propri disordini sociali.

Le giornate degli spettacoli
Per quanto riguarda l’organizzazione degli spettacoli gladiatori, essa partiva da una grande promozione basata, spesso, su annunci dipinti sui muri delle città.
Per avere dei gladiatori ci si poteva rivolgere al lanista, un impresario che aveva sempre a disposizione uomini addestrati: questo reclutava i gladiatori, li addestrava e li metteva a disposizione.
Alla vigilia del munus (spettacolo) l’editore offriva ai gladiatori che avrebbero partecipato la cosiddetta cena libera, cioè aperta al pubblico in modo tale che quest’ultimo potesse esaminare da vicino i concorrenti e valutare le eventuali scommesse.
La giornata di spettacoli aveva inizio con la pompa, un solenne corteo: nell’arena sfilavano il magistrato editore preceduto dai littori, i musicisti che avevano il compito di accompagnare tutto lo spettacolo, ed infine i gladiatori.
In età augustea si delimitò come dovesse essere la giornata-tipo del munus: al mattino avevano luogo la venatio e degli spettacoli di intrattenimento che potevano consistere in esecuzioni capitali dei condannati (damnatio ad bestias). Il munus vero e proprio si svolgeva nel pomeriggio.
Assieme al munus venivano offerti anche banchetti, distribuzioni pubbliche di carne e talvolta anche spettacoli teatrali.
Il combattimento vero e proprio è regolato dalla lex pugnandi: prima del combattimento c’era la prova delle armi, la preparazione delle punizioni per i gladiatori che si sarebbero battuti male: queste punizioni generalmente consistevano in frustate o punizioni col fuoco. Per quanto riguarda l’esecuzione dei gladiatori perdenti, essa non era il motivo principale che spingeva la popolazione ad assistere ad un duello, bensì i combattimenti erano oggetto di ammirazione per la forza, il coraggio, la destrezza e la bravura dei gladiatori.
Vengono poi distribuite le armi e ha luogo la prolusio, ovvero gli esercizi di riscaldamento. A questo punto tocca all’editore dare l’avvio ai combattimenti. Essi possono essere sine missione, cioè fino alla morte di uno dei due contendenti. Il contendente può chiedere la missio durante la quale un arbitro deve impedire che l’avversario colpisca colui che ha fatto la richiesta. La folla, col suo comportamento influenza l’editore che può decidere se accettare o rifiutare la missio: in quest’ultimo caso il gladiatore è messo a morte.
Il pubblico, come si può quindi capire, era uno dei protagonisti della giornata, infatti poteva contestare la decisione dell’editore e talvolta influenzarlo.
La damnatio ad bestias era compiuta o al mattino o subito prima dei combattimenti pomeridiani dei gladiatori: i condannati erano principalmente prigionieri di guerra: essi avevano le mani legate dietro la schiena e venivano spinti verso le fiere da uomini addetti. Questi cruenti spettacoli erano resi appassionanti e sempre diversi grazie al comportamento imprevedibile degli animali, a paesaggi artificiali creati con l’uso di massi, alberi e cespugli che dovevano ricostruire l’ambiente naturale di origine delle belve. Accanto a questi supplizi c’era anche la vivicombustione nella quale i condannati venivano vestiti con tuniche purpuree impregnate di materiale infiammabile: essi dovevano ballare mentre degli addetti davano fuoco alle vesti e ai colpevoli stessi.
A contornare tutto lo spettacolo negli anfiteatri, il
personale di servizio era travestito: i personaggi più raffigurati erano gli
dèi (specialmente Mercurio o Poseidone).
BIBLIOGRAFIA
·
Cap.
“L’anfiteatro romano”
-
enciclopedia multimediale Utet S.P.A. , 2001 alla voce "anfiteatro"
- enciclopedia multimediale Omnia - © 2001
Istituto Geografico De Agostini
·
Cap. “L’Arena di Verona”
- Utet S.P.A. , 2001
- dizionario della lingua italiana Zingarelli
Zanichelli alle voci "campata", "lesena", "cavea", "loggia".
- www.shakespeareinitaly.it/arena.html
- da www.arena.it
-
da Grande Enciclopedia GE20 Istituto geografico de
Agostini Novara;
libro
XIII "naumachia" pag. 418
-
“Sangue e Arena” ed. Electa capitolo I
-
www.the-colosseum.net/ita/games/navmachiae.htm
-
www.the-colosseum.net/ita/games/hunts.htm