IL COMPLESSO PALEOCRISTIANO DELLA BASILICA DI AQUILEIA

 

La basilica di Aquileia è costituita da un complesso di difficile datazione, perché risulta dalla sovrapposizione di più costruzioni o ricostruzioni, che hanno avuto luogo a seguito di distruzioni per terremoti o incursioni vandaliche o adattamenti per necessità religiose o politiche. Quanto si vede, con la struttura a “croce latina”, è del IX secolo (età del patriarca Massenzio), ma ai secoli XI e XIV risalgono alcuni rifacimenti, come il colonnato interno, il soffitto a carena di nave, le absidi con relative pitture; degli inizi del sec. XI è la torre campanaria (età del patriarca Poppone).

 

Risale alle fasi più antiche, oltre ad una casa romana di età augustea, di cui sono ancora visibili le fondamenta e ai resti di magazzini di età medio-imperiale, il complesso paleocristiano, detto “teodoriano”, perché opera del vescovo Teodoro, operante tra il 314  e il 319. Esso consiste in una costruzione ad U, costituita da due aule parallele, i cui pavimenti sono interamente mosaicati (mq 750, la più ampia superficie musiva di età paleocristiana conservataci),  collegate fra di loro da una terza aula trasversale pavimentata a cocciopesto.

 

A) Fasi di scavo:

-         nel 1863 George Niemann inizia lo scavo che porta alla luce gran parte dei mosaici dell’Aula nord e una piccola sezione sotto il pavimento della chiesa

-          nel 1915 le operazioni di scavo sono completate da Anton Gnirs, che scopre tutti i mosaici delle due aule nord e sud

-          agli inizi degli anni trenta Giovanni Brusin scopre i mosaici della fase post-teodoriana a est del campanile

-          nel 1962 si scopre il mosaico teodoriano dentro al campanile

-          agli inizi degli anni settanta si completano le operazioni di scavo dell’intera basilica

 

B) Fasi cronologiche:

-         casa romana di età augustea (I sec. a.C. – I sec. d.C.)

-         magazzini di età medio-imperiale

-         complesso paleocristiano che consiste in aula nord, aula sud e zona intermedia (detto “teodoriano”, perché opera del vescovo Teodoro, di cui si hanno notizie tra il 314 e il 319)

-         chiesa post-teodoriana nord (costruita sull’aula teodoriana nord e distrutta dall’incendio del 451)

-         chiesa  post-teodoriana sud (edificio a tre navate con battistero ad immersione oggi non più visibile, costruita sull’aula teodoriana sud)

-         basilica popponiana

 

 

C) Strati archeologici della cosiddetta “Cripta degli scavi”:

-         pavimento in cocciopesto appartenente all’ambiente intermedio che collegava le due aule

-         pavimento di casa romana

-         parti del mosaico della basilica post-teodoriana a tre navate, che nella seconda metà del IV secolo sostituì l’aula settentrionale di Teodoro

 

D) Complesso paleocristiano:

 

Il complesso ha un impianto organico e nelle due aule di cui si compone compare il nome di Teodoro, il che fa pensare che esso sia frutto di una concezione unitaria, anche se le differenze, soprattutto nella parte decorativa, sono importanti. Notevoli dovettero essere i condizionamenti delle parti preesistenti e che i tempi di costruzione furono sicuramente lunghi.

 

AULA NORD

 

Ad una parte dell’aula nord si sovrappone la struttura del campanile, perciò solo una parte del pavimento musivo è visibile, nella cosiddetta Cripta degli Scavi. Si tratta di un ambiente rettangolare di m. 37 x 17 circa, orientato da est a ovest, a cui si accedeva probabilmente dal lato meridionale.

Il mosaico pavimentale presenta notevoli diversità in quanto alla dimensione delle tessere, a tecnica, a gusto, giustificabili in parte con il fatto che vi lavorarono almeno due generazioni.

E’ invalso l’uso di iniziare il percorso dalla parte orientale, cioè dalla quarta campata, procedendo in senso inverso; tuttavia l’interpretazione da noi proposta, come vedremo, ci costringe a seguire la direzione inversa, cioè ad iniziare dalla prima campata.

 

Comunità gnostica del II-III secolo d.C.

Recenti studi hanno interpretato quanto descritto dal mosaico del pavimento dell’aula nord alla luce del contenuto del  testo copto di Pistis Sophia, di derivazione alessandrina e databile al II secolo,e di altri testi gnostici coevi; ciò farebbe presupporre la presenza di una comunità cristiana, di cultura greco-giudaica e di orientamento  gnostico, presente ad Aquileia tra il II e il III secolo d.C. L’interpretazione in senso gnostico ci è parsa particolarmente interessante, perché permette di inserire i vari elementi figurativi all’interno di un percorso logico e quindi di avere un quadro unitario della raffigurazione musiva; al contrario, le varie interpretazioni in senso cristiano considerano i singoli elementi a sé stanti e si limitano a cercarvi di volta in volta un qualche riferimento simbolico, per altro spesso, a detta degli stessi studiosi, non del tutto soddisfacente.

 

Per intendere, dunque, il significato dei disegni musivi alla luce dell’interpretazione gnostica, è opportuno fornire alcune informazioni sul suddetto testo di riferimento.

 

Pistis Sophia

 

Il testo, cosiddetto di Pistis Sophia, presenta il medesimo contenuto di alcuni scritti gnostici in lingua copta (l’ultimo stadio della lingua egizia), rinvenuti nel 1945 a Nag Hammadi nell’Alto Egitto, zona con la quale pare che la città cosmopolita di Aquileia fosse regolarmente collegata via mare.

Pistis Sophia (Fede Sapienza) rappresenta il percorso dell’anima (emanazione del Padre), che, smarritasi nell’imperfezione della materia, cerca disperatamente la via per far ritorno alla sua Origine, attraverso la Gnosis (Conoscenza), unico strumento utile per la sua liberazione.

Secondo la teologia gnostica domina l’universo un Dio ineffabile, infinito, inaccessibile, dal quale emana ogni cosa. Al di sotto si trova il mondo della luce pura, divisa in tre immense regioni: nella prima (regione del Tesoro della Luce) sono raccolte le anime che ricevettero i misteri, nella seconda  (regione di destra) si trovano i sei grandi Prìncipi aventi il compito di estrarre dal Cosmo inferiore le particelle di luce e di ricondurle nel Tesoro, nella terza (regione delle stelle fisse) sono ospitate alcune grandi personalità con la funzione di giudicare chi sia degno di risalire al primo principio. Al di sotto del mondo della Luce pura trova posto il mondo degli Eoni, imperfetto perché caratterizzato dalla commistione tra materia e luce: è questo il mondo in cui si scontrano il bene e il male, per risolvere il cui conflitto si rende necessaria un’azione purificatrice.

L’anima, al momento della nascita inizia il suo percorso di discesa attraverso i Cieli, che comporta mano a mano che si avvicina alla Terra, l’aumento della sua imperfezione morale: con la morte si inizia poi la risalita verso la perfezione dell’Essere. L’uomo gnostico, consapevole di questo stato di imperfezione, riconosce tuttavia in se stesso la presenza di una scintilla di luce, che gli consente di intraprendere quel processo conoscitivo, che troverà la sua completa realizzazione nel ritorno dell’anima, liberatasi del corpo, alla pienezza della Luce.

Tali misteri sarebbero stati rivelati da Gesù risorto nel corso degli undici anni trascorsi con i suoi discepoli (i dodici della tradizione biblica) e quattro discepole (Maria, madre di Gesù, Salomè, Marta e Maria Maddalena). Questo gruppo, l’unico al quale, a differenza di quanto sostenuto dalla Chiesa ufficiale, Gesù avrebbe riconosciuto autorità e dignità, rappresenta appunto gli “gnostici”, vale a dire i detentori della conoscenza.

 

Alla luce di quanto detto si può ora esaminare il mosaico dell’Aula Nord, che rappresenta il percorso dell’anima gnostica, che, per riuscire a ritornare al Padre (la parte più ad est dell’Aula) deve attraversare il sistema cosmologico formato dai cieli planetari (Kerasmos) e dalle costellazioni (Sterèoma). La serie planetaria rappresentata nei mosaici riporta proprio a quella di Pistis Sophia ed è diversa da tutte le altre sequenze conosciute (mitraica, caldea, della tradizione ermetica, ebraica, dell’apocalittica cristiana). La sequenza dei soli cinque pianeti conosciuti (Cronos-Saturno, Ares-Marte, Hermes-Mercurio, Afrodite-Venere, Zeus-Giove), così disposti e senza Sole e Luna, si trova solo nel testo di Pistis Sophia e nel mosaico della basilica di Aquileia.

 

Prima campata

Non è visibile, perché su di essa è stata costruita la torre campanaria del sec. XI, che compromette la vista anche di altre parti del mosaico.

 

Seconda campata

Non del tutto visibile, avrebbe dovuto rappresentare il nostro mondo terreno; era separata dalle altre da cancelli, in corrispondenza della fascia di ribes. Si trattava probabilmente di una zona riservata ai neofiti, che partecipavano ai riti. L’umanità e la vita sulla terra è rappresentata come un insieme di varie creature, tutte salvate dalla croce di Cristo (rappresentato dalle croci a tortiglione). I canestri con fiori o frutta rappresentano le offerte. Simboli di resurrezione sono il canestro di funghi e il piatto con le chiocciole (il fungo fuoriesce dalla terra, la chiocciola dal guscio), così come il coniglio albino (che muta il mantello al cambio di stagione).

 

Terza campata

CIELI PLANETARI

 

Rappresenta la regione degli Inferi (la terza regione del mondo degli Eoni), caratterizzata dalla commistione tra Luce e materia, tra bene e male. Si rappresenta qui il ritorno dell’anima al Padre, che è condizionato dall’influsso dei pianeti, che sono rappresentati nella successione prima indicata:

-         Zeus: cavallo infuocato

-         Afrodite: asino Tifone

-         Mercurio: Ecate trifronte

-         Ares: caprone

-         Cronos Saturno: torello

Nella concezione gnostica ogni cielo comprende al suo interno le realtà inferiori ed è avvolto da quelle superiori, in un gioco di penetrazioni e compenetrazioni. Ecco la descrizione dettagliata dei singoli cieli.

 

CIELO DI ZEUS

Il cielo di Zeus è il più basso, dominato dall’arconte Yachthanabas, violento, raffigurato in forma di cavallo alato infuocato. Ospita le anime che qui dovranno sostare per 150 anni e 8 mesi per essere torturate con la fiamma del fuoco e con il fumo oscuro. In particolari situazioni l’arconte consente il passaggio di alcune anime al Cielo successivo. Si dice in Pistis Sophia: Il quinto ordine, il cui arconte è chiamato Yachthanabas, è un arconte violento sotto il quale è posta una gran quantità di demoni.

Alla sinistra appaiono due corvi o merli attorno ad un melograno, che rappresentano le tendenze contrapposte della psiche (Ego ed Essenza). I nodi o i fiori all’interno dei cerchi o degli ovali rappresentano le scintille di Luce, cioè le anime degli gnostici.

 

CIELO DI AFRODITE

Il cielo di Afrodite è custodito dall’arconte Typhon, rappresentato da un asino scalpitante. Si dice in Pistis Sophia: Il quarto cielo planetario… è guardato dall’arconte Parherdon Typhon. E’ un arconte violento sotto il cui potere si trovano 32 demoni: sono quelli che entrano negli uomini e li inducono alla concupiscenza, alla prostituzione, all’adulterio…le anime…trascorreranno 138 anni nei suoi luoghi.

Alla destra sono raffigurate due pernici contrapposte, che rappresentano l’opera dell’uomo per sconfiggere la lussuria e il desiderio.

 

CIELO DI HERMES

Il cielo di Hermes è sorvegliato da Ecate triforme (la cui immagine non è integra, a causa delle fondazioni del campanile). Si dice in Pistis Sophia a proposito del cielo di Hermes: Il terzo ordine è chiamato Ecate triforme. Sotto di lei si trovano altri 27 demoni: sono quelli che entrano negli uomini e li inducono a falsi giuramenti, a menzogne e ai desideri di ciò che non è loro. Le anime trascorrono 105 anni e 6 mesi, durante i quali sono punite con severi  castighi.

Alla sinistra è raffigurata una coppia di fagiani vicino ad un albero da frutto.

 

CIELO DI ARES

Il cielo di Ares è governato dall’arconte Ariuth, che, secondo Pistis Sophia, ha forma di capra scura. Sopra all’animale si nota un drappo rosso, il corno d’attacco della battaglia, il bastone (mutato poi dalla Chiesa ufficiale in pastorale), tutte insegne di comando. Ariuth solleva guerre, causa omicidi, indurisce il cuore e lo istiga alla collera.

Alla sua destra l’anima è rappresentata da due uccelli (anch’essi rovinati dalle fondazioni della torre campanaria).

 

CIELO DI CRONOS

Il cielo di Cronos è il più alto, governato dall’arconte Paraplex, raffigurato, come nell’iconografia classica, da un torello con la falce messoria (in parte rovinato dalle fondazioni del campanile).

Alla sua sinistra c’è una coppia di porfirioni, che rappresentano l’anima duplicata (l’immagine è corrotta e non consente l’interpretazione simbolica).

 

Procedendo verso est si nota una fascia divisoria a tralci, divisa in due zone da una doppia fila di tessere scure. Probabilmente una balaustra delimitava la campata da quella successiva e divide idealmente la regione degli Eoni da quella dello Stereoma o Cielo delle Stelle Fisse.

Infatti, le anime, purificate della loro parte negativa, giungono al cielo delle stelle fisse, o “sfera del destino”, detta così poiché si pensava che il destino degli uomini fosse condizionato dalle stelle.

 

Quarta campata

CIELO DELLE STELLE FISSE (STEREOMA)

 

I grandi Prìncipi sono raffigurati sopra degli alberi; dovrebbero essere cinque, ma ne sono visibili solo quattro, essendo uno andato perduto sotto il campanile. Stanno a significare i 5000 anni simbolici già trascorsi dalla creazione alla venuta di Cristo (ogni giorno della creazione corrisponde simbolicamente a 1000 anni).

 

Primo albero: dove è raffigurata la costellazione del Capricorno, che simboleggia Mosè, il legislatore degli Ebrei e loro guida attraverso il mar Rosso. E’ evidente il parallelismo Mosè-Zeus, se si considera che quest’ultimo era legislatore dei Greci, salvato dalle acque del Nilo e allevato dalla capra Amaltea, per riconoscenza tramutata poi in costellazione. Già nella tradizione giudaica i profeti e i santi dell’Antico Testamento erano immaginati e creduti viventi tra le costellazioni.

Secondo albero: dove è raffigurata la costellazione delle Pleiadi nella forma di una nidiata di pernici, aiutanti di Melchisedech, il quale riceve la luce dalla regione delle stelle e dei cieli planetari. Nella Pistis Sophia si parla di sette vergini di luce, che collaborano con Melchisedech. Le Pleiadi, visibili nel mese di maggio nel periodo della mietitura, rappresentano simbolicamente il ruolo degli gnostici che devono diventare raccoglitori di semi luminosi.

Terzo albero: dove è raffigurata la costellazione del Gambero o astice, che rappresenta Giosuè (che fece fermare il sole). Tutto è improntato a staticità (Astakòs = “non vado avanti”): lo stesso sole, nel solstizio d’estate, periodo in cui appare detta costellazione, sembra che stia fermo in mezzo al cielo o addirittura che retroceda

Quarto albero: dove è raffigurata la costellazione del Drago, di cui in parte si intravedono le spire, poi camuffato dalla Chiesa ufficiale in capretto. L’allusione è a Jeu, sorvegliante della Luce, che sovrintende una cesta con dodici forme rotonde. La figura ricorda il mito greco-romano del drago, che sta a guardia delle dodici mele d’oro nel giardino delle Esperidi.

 

Anche secondo la Chiesa ufficiale gli elementi sopra descritti vanno interpretati simbolicamente, ad esempio come una serie di offerte: animali della terra, del mare e dell’aria, presentati su di un letto di foglie, simili alle raffigurazione delle ambre aquileiesi dove animali, frutti e strumenti sono rappresentati anche questi su foglie.

 

Al limite superiore di questo settore, ultimo mistero prima della pienezza del Pleroma, troviamo il Padre dall’aspetto di colomba, come descritto in Pistis Sophia; quanto si vede è in realtà un uccello dalle piume verdiazzurre e dal collare rossiccio, simile ad un pappagallo, ma che pare richiamare un tipo particolare di colombe, che vivono nell’Africa orientale o in Medio oriente.

 

Salendo ancora si oltrepassa il limite (horos), raffigurato da una doppia fila di tessere, e si entra nel Pleroma (la Perfezione di Dio), caratterizzato dalla luminosità dovuta all’uso di tessere musive molto più chiare di quelle adoperate per altre zone.

 

PLEROMA di dio (Ogdoade o Ottavo giorno), contraddistinto dalla presenza di una serie di ottagoni.

Primo ottagono: dove è raffigurato un fiore di loto, che rappresenta il pre-Padre, cioè l’unità di Dio nel suo aspetto non riconoscibile.

Secondo ottagono: dove è raffigurato un ariete, primo segno dello Zodiaco, che rappresenta il Padre come principio di ogni cosa. Sopra all’ariete c’è un’iscrizione, di difficile lettura ed interpretazione: secondo alcuni l’iscrizione originaria CYRIACOI (= signori, uomini eletti, in quanto detentori della conoscenza), sarebbe stata sostituita dalla Chiesa ufficiale con la scritta CYRIACEVIBAS (= O uomo-signore, che tu vivi in Dio), riferita alla risurrezione di Gesù Cristo.

Terzo ottagono: dove sono raffigurati un gallo (annunciatore del nuovo giorno, cioè di Cristo, luce del mondo) e una tartaruga (= abitatore delle tenebre), cioè la luce e le tenebre, ed allude al segno della Bilancia, come contrapposizione. In chiave gnostica il gallo è equiparabile alla luce (che è Padre, ma anche Figlio, dunque la Chiesa emanata da Lui), la tartaruga rappresenta le tenebre (natura-materia, uomo-materiale), l’anforetta sulla colonnina che divide i due contendenti (da interpretarsi non come sacchetto di denaro, come secondo la Chiesa ufficiale) è l’aroma o l’essenza, cioè lo spirito (pneuma), a cui si perviene attraverso il percorso di ascesi seguito dagli gnostici.

Vi possono però anche essere riferimenti al culto pagano di Mitra, dove si invita il credente a combattere sempre il peccato per ricevere il dono della vita eterna, e alla più classica iconografia egizia, dato che l’immagine, nel suo insieme, ricorda la scena del giudizio delle anime sui piatti della bilancia presieduta da Anubis.

Quarto ottagono: dove probabilmente erano raffigurati i pesci, con allusione a Cristo. Anche per gli gnostici, la salvezza si ottiene non solo con gli sforzi individuali, ma anche grazie al sacrificio di Cristo.

 

Per quanto riguarda gli elementi di tale sezione, l’interpretazione tradizionale non si discosta molto da quella gnostica, se non per il fatto che quest’ultima consente un discorso organico e collegato con le altre raffigurazioni del mosaico.

L’iscrizione (da qualcuno intesa come se contenesse il riferimento ad un Ciriaco non identificabile), interpretata come sopra descritto, è stata collegata nel significato alla scena successiva della lotta tra il gallo e la tartaruga, il primo simbolo della luce, cioè del bene, la seconda simbolo delle tenebre, cioè del male; l’anforetta alla sommità della colonnina starebbe ad indicare il premio destinato al vincitore (anche l’interpretazione non è univoca: c’è chi ha addirittura pensato ad un’allusione alle controversie con gli Ariani); questa scena si contrapporrebbe simmetricamente al pannello con la lepre bianca e sarebbe da interpretare nel senso che l’uomo devoto lotta per raggiungere la luce della verità, sia che sia forte come l’ariete, sia che sia debole come la lepre bianca.

 

Proseguendo verso sud si intrevvede il cielo stellato, che probabilmente sostituisce altre figure cancellate.

 

Se si accetta tale interpretazione, che presuppone la presenza di una comunità cristiana gnostica ad Aquileia nel II-III secolo, sorge il problema del suo rapporto con il vescovo Teodoro: non abbiamo elementi, né archeologici, né letterari, per capire se il vescovo la conoscesse e in che modo si ponesse eventualmente nei suoi confronti. L’unico dato certo è quello che riguarda il rifacimento, commissionato dal vescovo, di alcuni simboli precedenti in una direzione più consona a quella della Chiesa ufficiale; oltre a questo Teodoro fece ampliare la sala gnostica e la collegò, mediante l’atrio in cocciopesto, ad un’altra, parallela e uguale nelle dimensioni, appositamente costruita a meridione (su cui verrà successivamente costruita l’attuale basilica).

 

AULA SUD            

 

E’ perciò all’interno della basilica che si può ammirare il pavimento musivo della cosiddetta Aula sud, che era uno dei tre ambienti principali che costituivano la sede vescovile eretta durante l’impero di Costantino. Con i suoi 760 mq (m. 37 x 20) si tratta del più esteso mosaico paleocristiano del mondo occidentale, proclamato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO; esso occupa tutta la navata centrale e quella di destra. Si sono ritrovate le basi in mattoni di sei supporti che reggevano la copertura a capriata con soffitto piano; in corrispondenza delle basi si incrociano sul pavimento dei fascioni d’acanto, che lo dividono in campate e navate, senza tuttavia togliere unitarietà alla rappresentazione spaziale. Un’epigrafe presente nella “Scena di pesca” ricorda il vescovo Teodoro quale fautore del complesso cultuale, che doveva rispondere alle esigenze liturgiche del suo tempo (Theodore feli(x, / a)diuvante Deo / omnipotente et / poemnio caelitus tibi / (tra)ditum, omnia / (b)aeate feristi et / gloriose dedicasti: “O Teodoro beato, con l’aiuto di Dio onnipotente e del gregge a te affidato dal cielo, hai potuto felicemente ultimare tutte queste opere e solennemente dedicarle). L’epigrafe, sormontata dal monogramma greco di Cristo (una X e una P intrecciate), è fondamentale per la corretta datazione della basilica da lui eretta, dato che si sa per certo che nel 314 Teodoro firmò un documento ufficiale (atti del Concilio di Arles), per cui le opere a lui attribuite dovettero aver luogo intorno a quell’anno.

Anche nell’Aula nord un’iscrizione musiva contiene il nome di Teodoro (Theod)ore felix, hic crevisti, hic felix (“Qui, o Teodoro beato, qui sei cresciuto beato”): le parole sono interpretate o nel senso che Teodoro sia cresciuto in una casa ubicata in quel luogo, o che lì abbia percorso i gradi della sua carriera ecclesiastica, dato che egli non era aquileiese.

 

Il grandioso mosaico policromo è costituito da dieci tappeti, ciascuno ripartito secondo un tema conduttore e diviso da fasce a motivi fitomorfi (tralci di acanto). A differenza dell’aula nord qui è rappresentata la figura umana, con tratti a volte realistici, ma da interpretarsi comunque in senso simbolico.

 

Prima campata

Il tappeto al centro contiene, in mezzo a disegni croci curvilinee, bloccate da nodi di Salomone che imprigionano cespi vegetali, un pannello figurato, probabilmente inserito in epoca posteriore, rappresentante la “Lotta tra il gallo e la tartaruga”, già vista nell’aula nord. Rispetto a questa le figure sono ingabbiate da un rigida linea di contorno e mancano i preziosi e vari tocchi di colore che avevano vivacizzato l’analogo pannello dell’aula nord.

 

Seconda campata

-         All’interno di un fitto tessuto geometrico sono inseriti i “Ritratti dei benefattori”, posti al seguito del Buon Pastore, in cui uomini e donne sono ritratti in eleganti clipei. Essi sono collettivamente richiamati nell’epigrafe dedicatoria e ritratti individualmente in quattordici quadri; al centro vi è un busto di donna dagli occhi grandi e profondi, con il capo coperto da un velo decorato in oro e con l’abito ornato di bande purpuree che ne indicano la dignità. Gli altri quattro pannelli raffigurano busti di giovinetti: in alto due ragazzi, vestiti di una tunica riccamente decorata, che si intravede al di sotto della sopravveste sollevata sulla spalla destra; gli altri indossano una tunica ornata di clavo, una banda di distinzione, sopra a cui uno porta la contabulatio, un piegone che arricchisce il pallio.

-         Nella zona adiacente, cioè quella centrale, vi sono altri grandi medaglioni collegati da motivi curvilinei, alcuni dei quali contenenti altri ritratti: due busti di Stagioni (l’Estate e la Primavera o l’Autunno) e altre figure maschili e femminili di giovinetti. Da notare il busto maschile che si trova al centro, estremamente vitale e incisiva: gli occhi sono grandi, le sopracciglie marcate a conferire un aspetto imperioso, la bocca piccola e serrata, i capelli disposti a ciocche, il tutto vivificato dagli arditi accostamenti di colori. Interessanti anche il busto di donna velata, ornata da un paio di orecchini pendenti e il ritratto di una giovane donna con i capelli raccolti in una treccia che le contorna il viso e vestita di una tunica ricamata. Rispetto ad altri volti dei mosaici aquileiesi generalmente costruiti con colore graduato nei toni, spicca qui la presenza della linea nera, che definisce i tratti, mentre il colore viene usato per le contrapposizioni violente dei toni. L’identificazione di tutti questi personaggi non risulta possibile: si pensa a nobili aquileiesi che avrebbero contribuito alle spese per la costruzione dell’aula, o ai martiri della chiesa locale o a componenti della famiglia imperiale di Costantino.

-         Nell’altro pannello è presente la “Figura del Buon pastore”, inserita in un tappeto con decorazioni che richiamano elementi architettonici (cassettonato e ovuli) in mezzo ad animali di varia specie (terra, aria, acqua), tra cui molto bella la scenetta delle cicogne che estraggono dal pantano anguille e ranocchi o quella dell’uccello che ha rovesciato un paniere per poterne beccare il contenuto. Essa è rappresentata in forma, abito e atteggiamento canonico, con la pecorella smarrita sulle spalle e una ai suoi piedi e recante il flauto dei pastori (syrinx), attributo ‘pagano’ di Pan, il dio dei boschi e della natura, e di Orfeo. La presenza di questo elemento è importante, perché attesta l’uso cristiano di attribuire significati nuovi ad immagini della cultura romano-pagana preesistente. Si tratta di una raffigurazione poco realistica, essendo priva di una dimensione sia spaziale (manca la prospettiva, i piedi del pastore non toccano terra), sia temporale (è una scena statica). Si carica perciò di un forte significato simbolico: il pastore, rappresentato secondo il modello greco-apollineo, sbarbato e vestito di una corta tunica, è l’allegoria di Cristo, prodigo di amore nei confronti dei suoi fedeli, raffigurati dalle pecore.

 

Terza campata

-         Al centro era collocato l’altare, i cui supporti sono ancora visibili. Al suo posto vi è ora un pannello con una figura alata, che richiama la Vittoria della tradizione classica, ma sicuramente collegata alla tradizione liturgica cristiana, come testimonia la presenza ai suoi piedi di un cesto di pani e di un recipiente simile ad un calice. A rafforzare tale interpretazione la presenza tutto intorno di scene realistiche, che vedono in azione vivaci fanciulli e fanciulle recanti offerte (grappoli d’uva, spighe, pani, ciambelle, fiori e anche un uccello). Ai lati del tappeto, inseriti in cerchi ed ellissi, sono rappresentati vari animali, secondo schemi ricorrenti, il che fa pensare che gli autori del mosaico si siano valsi di sagome di cartone come modello. Da notare che gli animali poggiano tutti sulla linea di terra, il che conferisce alle figure un realismo, del tutto assente invece nelle raffigurazioni dell’aula nord.

La terza campata era separata dalla quarta da una recinzione, il cui motivo è probabilmente richiamato dalla decorazione geometrica a quadrate e a losanghe, che vediamo nel mosaico.

-         Quarta campata

A tappeto unico è qui raffigurata la “Scena di pesca”, che si estende sia nella navata centrale verso il presbiterio, sia in quella laterale destra, a tappeto unico: il mare è reso da linee intermittenti nere e verdine, più fitte verso la riva, suggerita da una sorta di isolotti o di scogli. Sullo sfondo di figure di pesci guizzanti e di putti pescatori, intenti a remare e a pescare dalle barche o dagli scogli, è riconoscibile la vicenda veterotestamentaria del profeta Giona, il profeta ebraico, vissuto nell’VIII secolo, che rifiutatosi di andare a Ninive, come gli aveva comandato Yahwè, viene gettato in mare dai marinai della barca in cui si era rifugiato, che lo consideravano colpevole. Ingoiato da una balena, dopo tre giorni fu rigettato sulla costa della Palestina, da dove partì per Ninive. Qui è rappresentato prima mentre prega Dio affinché ritorni sulle sue decisioni, poi nell’atto di essere gettato in mare e mentre viene ingoiato dal mostro marino dalla coda attorcigliata; all’estremità opposta lo si vede quando è rigettato dal cetaceo e a riposo all’ombra di una pergola. Essa simboleggia la morte e  risurrezione di Cristo e di quanti credono in lui, cioè l’universalismo della redenzione, secondo una interpretazione allora corrente dell’episodio di Giona, che sarebbe stato punito da Dio proprio per il fatto di non aver voluto portare la conversione ai Niniviti, che non erano Ebrei. Partendo da questa rappresentazione anche il mare pieno di pesci e la scena stessa di pesca si caricano di un profondo significato cristiano, alludendo alla salvezza delle anime purificate dall’acqua rigeneratrice.

E’ al centro del mare che è inserito, in posizione obliqua come se fosse trasportato dalle onde, il medaglione del vescovo Teodoro, di cui abbiamo detto sopra.

 

 

AMBIENTE INTERMEDIO

 

La zona intermedia, che collegava le due aule, è in parte occupata dalle fondazioni della torre campanaria e in parte inserita nell’attuale basilica. Le parti estreme sono pavimentate a mosaico con motivi geometrici. Si conserva nel mezzo una pavimentazione in cubetti di cotto, che doveva appartenere ad un altro edificio. Tra il basamento del campanile e quello dei pilastri appartenenti alla fase post-teodoriana è visibile un mosaico policromo a stella dentro a un medaglione.

 

E’ ancora oggi tema di discussione tra gli studiosi l’esatta funzione degli ambienti descritti: secondo alcuni nell’aula nord si celebrava la Santa Messa e nell’aula sud si riunivano i catecumeni, secondo altri succedeva l’esatto opposto. L’aula trasversale serviva probabilmente per preparare il neofita al rito del battesimo (che avveniva per immersione nell’attiguo battistero perduto) e a quello della cresima, che veniva impartita dal vescovo nei pressi di una mensa, di cui si vedono le basi dei piastrini che la sostenevano. Da questa zona i neofiti sarebbero poi passati, attraverso l’ingresso principale originario che non corrisponde a quello attuale, nell’Aula sud, dove avrebbero partecipato alla celebrazione eucaristica.

Il fatto, comunque, che in entrambe le aule si conservi un’iscrizione in onore di Teodoro fa pensare ad un tutto organico concepito in maniera unitaria.

Bibliografia

 

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Basilica di Santa Maria Assunta (Aquileia), da Wikipedia


IL FORO DI CONCORDIA

 

Il foro era la piazza centrale di ogni città romana, anche se il termine forum indica, oltre che la piazza, gli edifici che la circondano. Costituiva il centro della vita politica, sociale, economica di ogni città romana. Per definizione esso è un ampio spazio rettangolare pavimentato talvolta con lastre di marmo, circondato da edifici, ognuno dei quali aveva una sua precisa funzione, quali basiliche, templi, la curia, il comizio, colonne, archi di trionfo, monumenti, statue, il banco delle unità di misura. Spesso era anche circondato da un portico.

 

Dato che il foro era il riferimento direzionale e, in definitiva, il simbolo della città romana,  la sua ubicazione era spesso all'incrocio delle due vie principali o presso il porto nelle città di mare; nel caso, però, di un suo inserimento in sistemi urbani preesistenti poteva trovarsi in posizione decentrata. Le piazze antiche spesso prevedevano un assetto chiuso con esclusione parziale o totale del traffico. Le aree forensi erano caratterizzale dalla presenza degli edifici sacri e civili. Il tempio, disposto solitamente su uno dei lati corti, elevato sull'alto podio secondo l'impostazione etrusco-italica, spesso coincideva col capitolium della triade divina Giove, Giunone e Minerva, il cui culto assunse un valore nazionale e simbolico, diffondendosi nell'ambito del territorio romanizzato. Insieme al tempio, il foro ospitava anche l'edificio della basilica, in genere allungato su uno dei suoi lati maggiori. Questa era il luogo dove in età imperiale si amministrava la giustizia. Ma uno degli aspetti fondamentali della basilica era quello di fungere da ampliamento coperto della piazza pubblica, per dar modo ai cittadini d'incontrarsi anche durante i periodi dell'anno caratterizzati da un clima poco favorevole.

 

Nella Venetia i resti architettonici in situ riferibili a fora, templi forensi e basiliche sono pochi, a causa non solo delle vicende storiche che toccarono questo territorio, ma anche dell'opera di distruzione e reimpiego dei materiali architettonici avvenuta in epoca cristiana, e della diffusa sovrapposizione edilizia di epoca medievale. Lo spazio che accolse il foro di Concordia si trovava in uno dei punti più elevati dell'intero abitato, sul lato sud del decumano massimo, oggi via S. Pietro, dove questo incontrava il cardo massimo. In una prima sistemazione l'area, forse coincidente anche col centro dell'antico abitato preromano, doveva essere delimitata da alberi, cui fece seguito un porticato ligneo sostenuto da semplici pilastrini. In seguito l'area fu rimaneggiata. In età giulio-claudia il foro di Concordia doveva ospitare gli edifici fondamentali della città romana, il tempio, la curia e la basilica, collocati secondo regole di simmetria e assialità, con portici a delimitare l'area centrale. Il basamento di colonna con maschera di Medusa, oggi al Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro, decorava con ogni probabilità un edificio colonnato di grande imponenza. Nessuno degli edifici propri del foro è stato finora individuato, ma dell'esistenza di un tempio di Minerva e di un tempio di Giove restano testimonianze epigrafiche e storiche. Gli scavi del foro di Concordia, già localizzato con sicurezza da Bertolini, alla fine dell'Ottocento portarono alla scoperta dell'epigrafe di Andetius, una delle testimonianze più importanti della trasformazione del villaggio protostorico in città romana, trovata sull'acciottolato del foro nel corso di saggi fatti da Stringhetta su suggerimento di Bertolini stesso. Gli scavi moderni, a opera dell'Università di Padova, hanno precisato caratteri e funzioni di alcuni interessanti particolari di quello che resta di questo sito martoriato dalle spoliazioni: coppie di pozzetti quadrati in lastre di calcare e di pilastrini in mattoni hanno fatto pensare a uno spazio organizzato secondo le norme del diritto augurale, come sede di celebrazioni sacre e politiche, per esempio l'esercizio del diritto di voto, segno di una comunità già inquadrata tra quelle di diritto romano o di un caso di autoromanizzazione.

 


IL FORO ROMANO

Piantina dell’area forense di Aquileia

 

 

Il foro è situato al centro di Aquileia ed è databile intorno al II-III secolo d.C.

È formato da una platea rettangolare lastricata con pietre carsiche calcaree, vi sono presenti molti plinti1 e plutei2 ed è circondato da un portico sopraelevato di tre gradini.

La Curia ed il Comitium erano disposti intorno alla platea ed erano adibiti alle funzioni pubbliche:

infatti, il foro era un luogo d’incontro per esporre gli statuti cittadini, le leggi e i decreti. Inoltre in questo luogo venivano celebrate le cerimonie religiose e civili.

 

 

 

La platea.

 

La platea è formata da lastre di calcare, disposte parallelamente ai lati corti del Foro. Essa presenta una pendenza regolare verso Sud per il deflusso delle acque piovane. Nella zona meridionale della piazza sono stati individuati due pozzi. Si ipotizza che il pozzo orientale avesse funzione di punto di raccolta in caso di pericolo. Il pozzo occidentale, invece, che sembra risalire alla fine del II e agli inizi del III sec. d.C., era utilizzato come scarico occasionale, in diretto collegamento con l'attività delle botteghe (materiale ceramico e anfore di varia tipologia).

 

 

 

Curia Comitium e Macellum.

 

La curia o il comitium sono situati a nord-ovest del foro, nei pressi di un edificio circolare. A nord è stata ritrovata un’altra costruzione a pianta quadrata con un cortile circolari. Qui si trovava il mercato risalente al I sec. a.C.

 

 

Portico di Levante e di Ponente.

 

Il colonnato di levante è totalmente diverso da quello che abbelliva la piazza romana dall’altro lato, quello occidentale. Da ciò si deduce che ci sono state delle ristrutturazioni seguite al passaggio di Attila e alla caduta in disuso di questa piazza.

 

 

 

Foro Romano, veduta del portico di levante

 

 

Inoltre sono state rinvenuti i resti delle iscrizioni di basamenti di statue, di trabeazioni marmoree e di plinti con le effigi di Giove Ammone e di Medusa che adornavano i porticati del piazzale romano.  Sotto la platea forense passavano le tubazioni di piombo che fornivano acqua potabile ai vari piani alti dei palazzi vicini e alle tre fontane nella parte centrale del piazzale antico, lastricato in pietra calcarea. I sottoportici avevano il pavimento in lastre di marmo rosa, come quello della basilica forense.

Probabilmente sotto il foro di epoca imperiale, c’era l’altro di età repubblicana. Nella parte settentrionale c’era la Curia e nella parte meridionale il foro era contiguo alla basilica forense, a due piani, dove venivano celebrati i processi. Lungo i lati settentrionali e meridionali, sotto i porticati si trovavano le “tabernae”e le botteghe.

 

 

REPERTI ARCHEOLOGICI DELLO SCAVO DEL FORO DI AQUILEIA

 

  1. Il basamento di T. Annius Luscus

È un basamento in calcare  di Aurisina, danneggiato nella parte posteriore. La parte superiore è decorata su tre lati con un fregio dorico a metope lisce, privo della regula e delle guttae. Quello che si vede è un calco.

 

 

 

Sulla base sono scritte le seguenti parole, ricostruite nelle parti mancanti:

 

T(itus) Annius T(iti) f(ilius) tri(um) vir:

Is hance aedem

Faciundam dedit

Dedicavitque, legesq(ue)

Composivit deditque,

senatum ter coptavit.

 

 

L’epigrafe  risale alla seconda metà del II secolo a. C.

Il personaggio menzionato è T. Annius Luscus, uno dei membri della commissione incaricata nel 169 a.C. dal Senato romano di condurre nella città un “supplementum” di coloni. La base dovrebbe essere stata costruita nel decennio successivo al suo arrivo.

 

 

 

2.      Le statue poste nel IV secolo d. C. ad ornamento del Foro

 

Le statue in questione sono due:

 

La prima è la parte superiore del basamento di statua in calcare di Aurisina, di cui si conservano due frammenti del coronamento, al quale si sovrappone, un plinto che fungeva da supporto per una statua. Anche questo blocco presenta delle epigrafi:

 

 

 

 

 

Sept(imus) Theodulus, v(ir) C(larissimus)

(cor)rec(tor), ornavit.

 

 

La seconda è la base di una statua in marmo, ricomposta da numerosi frammenti. Le scritte sono pressoché irriconoscibili.

 

 

 

 

 

 

3.      La dedica votiva  a V(enus) C(aelestis)

 

Questa si trova sul basamento di una statua votiva. Il testo è asimmetrico e manca quasi completamente la prima riga. Il testo è il seguente:

 

 

 

 

 

V(eneri) C(elesti)

Aebutia

Ursina

Ex iussu

Deae

 

Le parole risalgono al II\III secolo d. C. e sarebbero la prima attestazione del culto di Caelestis. Questo è il nome di una divinità di origine africana; essa corrisponde alla punica Tanit e venne assimilata dai Romani. Questo frammento in calcare rappresenta l’unica testimonianza della presenza del medesimo culto ad Aquileia.

 


LA BASILICA FORENSE

 

 

 

 

La Basilica Forense fu costruita in epoca severiana; essa era posta su uno dei lati minori del Foro e conclusa con due absidi alle due estremità.

Di questo edificio possiamo osservare solo la parte sud-ovest, con l’abside e la traccia delle tre file di colonne interne, che dividevano l’ambiente in tre navate.

 

 

    Ricostruzione grafica della Basilica forense di Aquileia.

 

 

 

Le dimensioni della basilica dovevano essere di 76,80 m. per 29,40 m., con due absidi all’estremità: quella orientale è stata individuata con un saggio. L’abside occidentale era chiusa da quattro colonne inquadrate da un coppia di pilastri. L’ambiente era suddiviso in tre navate costituite da file di colonne che costituivano una specie di corridoio. Si presume che la navata centrale fosse sopraelevata rispetto alle altre.

Il pavimento centrale era in marmo, mentre il deambulatorio era in pietra d’Istria. L’edificio subì una distruzione tale che ne compromise qualunque ricostruzione.

Questo edificio era luogo d’incontro in cui si potevano trattare e stipulare contratti commerciali; inoltre era utilizzato anche per discutere le cause assolvendo la funzione di tribunale.