Biblioteca matematica 2000

Federico Peiretti

Liceo Classico CAVOUR, Torino

 

"Se  qualcuno  non  riesce  a  capire  quanto  sia  semplice   la matematica, è  soltanto perché non si rende ben conto  di  quanto sia complicata la vita".

John von Neumann

 

In  attesa di una riforma che non arriva mai, gli  editori  hanno prudentemente  abbandonato qualsiasi tentativo di  innovazione  o di  sperimentazione e l'editoria scolastica, da parecchi anni, è ferma ai testi  più tradizionali, manuali infarciti di esercizi ripetitivi e inutili. Anche la didattica non trova più molto spazio in libreria. Sono scomparse o sono ferme, gloriose collane come Aggiornamento e didassi della Feltrinelli, Matematica moderna della Zanichelli o  Didattica – proposte ed esperienze della Bollati Boringhieri.

Oggi, la maggior parte degli  insegnanti,  finita la stagione dei  "punti  qualità",  distribuiti a chi seguiva corsi di aggiornamento e che dovevano   servire  per  scatti  economici  e  di  carriera   mai precisati,   praticamente  non  si  aggiorna  più e trova più comodo restare ancorata ai soliti vecchi testi, rinverditi, nel migliore dei casi, con un po’ di logica o di informatica. E la scuola ignora   la nuova rivoluzione sociale, non è ancora entrata nell’era dell’informazione, restando ferma alla matematica della prima rivoluzione industriale, o peggio ancora, a quella dell’epoca delle carrozze a cavalli.

L’Università  continua ad occuparsi troppo poco di didattica e  molti matematici  universitari rimangono chiusi e isolati nel loro ambiente. Stentano ad uscire dalle  loro  strutture, bloccati dalla sindrome dell'Angelo sterminatore presentata, come molti ricorderanno, da Bunuel  in un suo celebre film, nel quale i protagonisti non riescono più a superare la soglia della stanza in cui si sono incontrati, intrappolati da una forza misteriosa che li teneva prigionieri. Non dimentichiamo naturalmente le responsabilità dei governi che continuano a trascurare la scuola e in particolare l’insegnamento della matematica. Mentre Blair in Gran Bretagna si pone come obiettivo un’ora di matematica al giorno in tutte le classi e Clinton investe centinaia di miliardi nel rinnovamento dei programmi scolastici, puntando proprio sulla matematica, qui da noi ci si affida sempre e soltanto alla buona volontà degli insegnanti, per un loro improbabile autoaggiornamento.

E’ una situazione che si riflette anche nell’editoria di divulgazione che procede in modo casuale e disordinato. Se alcuni libri hanno avuto successo e sono diventati dei best seller, non è certo per merito degli insegnanti che leggono poco, quanto dei genitori degli studenti, i quali giustamente preoccupati della loro formazione, sono convinti che vivendo in un mondo digitale, sia necessario sapere tutto  sui numeri.

Siamo nel 2000, che è stato proclamato “Anno  della Matematica”: un’occasione mancata per il nostro paese. E ci rendiamo conto di quanta strada si debba  ancora fare per arrivare all’affermazione di una autentica cultura matematica.

Quelli che seguono sono i libri di divulgazione e didattica della matematica usciti nell’ultimo anno, un elenco che va ad aggiornare quello più generale pubblicato su questa stessa rivista lo scorso anno.

Amir Aczel, L’enigma di Fermat, Il Saggiatore, 2000, pp. 160, L. 15.000

Oltre a L’ultimo teorema di Fermat di Simon Singh, un secondo libro aveva celebrato la vittoria di Wiles sullo storico teorema. Un po’ in ritardo (l’edizione originale è del 1996, un anno prima del libro di Singh) esce in edizione italiana il libro di Aczel che traccia la storia del celebre teorema, ricostruendo ambienti e personaggi attorno alla grande sfida. Singh ha il vantaggio di offrire una più solida base matematica, mentre Aczel è a un livello più semplice e divulgativo. Ma nessuno dei due ovviamente presenta la dimostrazione di Wiles, che soltanto pochi matematici al mondo hanno letto e capito.

Riccardo Bersani e Ennio Peres, Matematica, corso di sopravvivenza, Ponte delle Grazie, pp. 360, L. 24.000

“Negli ultimi tempi – scrivono gli autori nell’introduzione al loro libro – l’Italia si è accorta di essere un Paese con un alto numero di “analfabeti numerici”. Indagini condotte da autorevoli organismi internazionali hanno accertato, in particolare, che i nostri studenti si trovano ai livelli più bassi del mondo in fatto di preparazione matematica”. Un possibile percorso per avvicinare i giovani alla matematica, quello proposto dagli autori,  consiste “nel cercare di individuare, nella vita di tutti i giorni, un maggior numero di applicazioni matematiche”. Il risultato è un libro da raccomandare a studenti e insegnanti, che presenta la “matematica domestica” e quella “condominiale”, la “matematica dei trasporti”, quella “politica” e anche quella “dell’amore”, ovvero come trovare l’anima gemella con la matematica. Sono proposte serie o scherzose che possono incuriosire e divertire gli studenti, avviandoli alla scoperta del piacere di fare matematica.

Brian Butterword, Intelligenza matematica, Rizzoli, pp. 414, L. 35.000

Stanislav Dehaene, Il pallino della matematica, Mondadori, pp. 292, L. 33.000

Nel  nostro cervello esistono speciali circuiti neurali dedicati alla  matematica.  Questo  significa che veniamo al  mondo  con  un “modulo  numerico”,  cioè con informazioni codificate  geneticamente, che  ci  conferiscono un'intuizione  delle  quantità  numeriche. “Il genoma umano – afferma Butterworth – contiene le istruzioni per costruire circuiti cerebrali specializzati, la cui funzione è quella di classificare il mondo in termini di quantità numeriche, cioè del numero di oggetti di un insieme”.

Nuovi raffinatissimi  strumenti,  disponibili soltanto  da  una  decina d'anni,  come la camera a positroni, possono consentire di   visualizzare in modo sempre più preciso   l’attività   cerebrale   e   avviare    nuovi rivoluzionari  studi  sul  cervello,  arrivando, tra l’altro, a localizzare anche i  circuiti neurali della matematica.

La tesi di Butterworth e di Dehaene, il quale parla di un meccanismo cerebrale simile, chiamato “Accumulatore”, che rappresenta i numeri come quantità approssimate,  è che il cervello umano possieda un meccanismo di  comprensione  delle quantità numeriche, ereditato  dal  mondo animale,   e  che  questo  lo  guidi   nell'apprendimento   della matematica.

La lettura dei due libri di Butterworth e di Dehaene, che illustrano i nuovi risultati sperimentali dovrebbe essere obbligatoria per qualsiasi insegnante, tenuto a conoscere i meccanismi con cui lavora il cervello e le possibili implicazioni didattiche. E servirebbero almeno a mettere in dubbio certe idee  dei cosiddetti costruttivisti, i quali affermavano che il  cervello del bambino è, al momento della nascita, una  pagina bianca e  quindi  l'insegnamento precoce  del  numero  sarebbe dannoso, perché il  bambino  non  ne potrebbe  comprendere il significato. E’  quindi  necessario, per i costruttivisti, partire dalle basi formali della matematica (tradotte, in pratica, in una indigesta insalata russa, l’“insiemistica”), senza perdere tempo in  operazioni  e applicazioni  concrete che non verrebbero comprese. "Il  cervello del bambino non è una spugna -  sostiene invece Dehaene -   è un organo già strutturato che impara soltanto ciò che è in risonanza con le sue conoscenze anteriori".

A  questo punto come deve comportarsi l'insegnante? Quali  strategie seguire nell'insegnamento della matematica? "Il buon professore è un  alchimista  -  dice  Dehaene  -  che  trasforma  un  cervello fondamentalmente   modulare   in  una  configurazione   di   rete interattiva".     L'insegnante    dovrà     quindi     arricchire progressivamente  l'intuizione  del bambino, stuzzicando  la  sua curiosità,  dapprima con giochi divertenti e proseguendo poi  con l'introduzione della matematica simbolica, in modo da mettere in evidenza i vantaggi di nuovi sistemi formali o assiomatici: "Si tratta quasi di  tracciare, nel cervello di ciascun allievo - osserva Dehaene - la storia della matematica e delle sue motivazioni".

“Non c’è niente di intrinsecamente ottuso o odioso nella matematica – insiste Butterworth - essa è divertente se il bambino capisce quello che sta facendo e si sente orgoglioso della sua padronanza dei concetti matematici”.

David Blatner, Le gioie del pi greco, Garzanti, pp.130, L. 22.000

Il numero più famoso e il più popolare, anche al di fuori dell’ambiente matematico, è senza dubbio il pi greco.

Il fascino di questo numero deriva dal suo diretto collegamento con il cerchio, la figura perfetta, che ritroviamo nel disco del Sole, adorato nell’antichità, nell’aureola dei santi, nella forma delle onde create da una sasso lanciato in uno stagno e in mille altre situazioni che nulla hanno a che fare con la matematica. Un giovane giapponese, Takahiro Sakai ha provato a sostituire le cifre del p con le note musicali e ha ottenuto un’affascinante melodia che ci arriva come il messaggio di un mondo a noi sconosciuto, riflesso dell’infinito contenuto nello stesso pi greco.

Sono migliaia gli appassionati studiosi del p, molti riuniti in associazioni, come quella degli “Amici del Pi Greco” dell’Università di Vienna. Per entrare a farne parte è necessario saper ripetere a memoria, di fronte ai membri dell’associazione, le prime cento cifre decimali del numero. Ma c’è anche, per i più bravi, il “Club dei Mille”, sponsorizzato dall’Università svedese di Umeä. Sempre poca cosa rispetto al record mondiale del giovane giapponese Hiroyuki Goto, che ricorda le prime 42.000 cifre (e impiega più di nove ore   per recitarle tutte).

Un divertente ritratto del pi greco,  tra matematica e storia, scienza e magia, religione e superstizione, ci viene offerto da un bel libretto, Le gioie del p,  pubblicato da un informatico, esperto in editoria multimediale, David Blatner. E’ un libro da leggere per capire come nascano e si sviluppino le idee matematiche, anche attraverso gli errori; un libro da consigliare allo studente per scoprire prima di tutto che anche la matematica è molto divertente e che non è poi così lontana dal mondo reale.

E ci sono alcuni aggiornamenti necessari a questa ricerca sul pi greco. Il primo è il record sul calcolo delle sue cifre decimali, arrivato a 68.719.470.000. L’impresa è stata realizzata in tre giorni, dal 2 al 5 aprile del 1999, da Yasumasa Kanada e Daisuke Takahashi, al Computer Centre dell’Università di Tokyo, due informatici che già detenevano il record precedente, del 1997 con 51 miliardi di cifre. Ma la novità più sorprendente, un risultato matematico di grande interesse, è la formula trovata da un gruppo di matematici canadesi, che consente di calcolare una cifra qualsiasi di p, senza dover calcolare, come finora si credeva necessario, tutte le cifre che la precedono. In questo modo è stata calcolata, con un mese di lavoro su venti computer, la 400 miliardesima cifra.

Il pi greco continua a riservare sorprese ai suoi fedeli cultori, che sono moltissimi. Per rendersene conto, basta scorrere le migliaia di pagine che Internet dedica al grande numero. Si può partire dalla pagina curata dallo stesso Blatner e dai collegamenti che ci suggerisce, per una lunga e affascinante navigazione in rete:

http://www.joyfpi.com

Richard Courant e Herbert Robbins, Che cos’è la matematica?, Seconda edizione riveduta da Ian Stewart, Bollati Boringhieri, pp. 672, L. 40.000

Un capolavoro che non può mancare nella biblioteca di ogni insegnante. La prima edizione è del 1941, presentata da Einstein come “una lucida rappresentazione dei concetti fondamentali e dei metodi di tutti i campi della matematica”. E’ un’introduzione facilmente comprensibile  anche per i non addetti ai lavori e può servire per dare allo studente di matematica un punto di vista generale dei metodi e dei principi fondamentali”. L’ultima edizione è di quest’anno ed è stata curata dal grande matematico e divulgatore Ian Stewart che presenta il libro come “un classico, una collezione di sfavillanti gemme matematiche, creata per contrastare l’idea che la matematica sia soltanto un sistema di risultati derivati da definizioni e postulati”. Stewart ha aggiunto commenti e integrazioni oltre a un intero nuovo capitolo dedicato ai recenti sviluppi della matematica, presentando temi come il Teorema dei quattro colori o l’Ultimo Teorema di Fermat. Il libro spazia dai numeri naturali alla geometria proiettiva, dalla topologia al calcolo infinitesimale, riportando la matematica ad una sua unità anche culturale.

“Questo libro – scrivono gli autori – può essere considerato un libro di divulgazione, tanto più che presuppone solamente le conoscenze di un buon corso di scuola superiore, ma non è una concessione alla pericolosa tendenza ad evitare ogni sforzo, in quanto richiede una certa maturità intellettuale e la volontà di pensare anche un po’ con la propria testa. Esso è scritto per principianti e studiosi, per studenti e professori, per filosofi e ingegneri, per scuole e biblioteche”.

Apostolo Doxiadis, Zio Petros e la Congettura di Goldbach, Bompiani, pp.143, L.24.000

Nel  1742  Christian Goldbach, storico e matematico  russo alla corte dello  zar  Pietro  II, scrisse a  uno  dei  più  illustri matematici dell'epoca, Eulero, per chiedergli il suo aiuto  nella dimostrazione di una proprietà dei numeri apparentemente molto   semplice,  che anche un  bambino   delle elementari può capire:  "Tutti  i  numeri pari, maggiori di  2,  si  possono scomporre nella somma di due numeri dispari". "Questa proprietà - scriveva  Goldbach - è sicuramente un teorema, nonostante io  non riesca  a  dimostrarla".  Goldbach riportava  nella  sua  lettera alcuni  esempi,  come 4 uguale a 1 più 3, 5 uguale a 2 più 3, 6 uguale a 1 più 5.  Al tempo di Goldbach anche 1  era  considerato  un numero primo, mentre per noi sono primi tutti i numeri diversi da 1 e divisibili soltanto per 1 o per se stessi. Eulero non riuscì a risolvere il problema e dopo 250 anni nessuno  è ancora  riuscito  a dimostrare questa proprietà, passata alla storia come  "Congettura di  Goldbach", congettura e non teorema proprio perché  ne  manca una  dimostrazione generale. Trovate  questa dimostrazione, entro i prossimi due anni, e un milione di dollari (più  di  2 miliardi  di lire) sarà vostro. Il premio è stato messo in  palio da  Faber  and Faber e da Bloomsbury,  rispettivamente  l'editore inglese  e  quello  americano di un racconto, Zio Petros e la Congettura di Goldbach,  scritto  da  Apostolos  Doxiadis, e pubblicato in Italia da Bompiani. Doxiadis è  un matematico greco che all’età di 15  anni era già stato ammesso alla Columbia University di New York, e che ha poi  completato  i suoi studi in Matematica Applicata  a  Parigi. "In  ogni  famiglia c'è  una  pecora nera, nella nostra c'era lo  zio  Pietro":  così inizia  il libro di Doxiadis, scritto nel 1972,  ed  ora aggiornato per la nuova edizione. E’ il racconto fatto da un nipote della vita di questo  zio Pietro,  considerato un fallito dai suoi famigliari per aver scelto la matematica come professione e che, ormai ottantenne, vive alla periferia di  Atene, con due unici interessi, il giardino e gli scacchi. Doxiadis  ricostruisce  la storia  affascinante di una vita dedicata alla matematica, con  un amore che diventa ossessione e che porta il protagonista, lo  zio Pietro, alla distruzione fisica e psicologica, perso in una  vana ricerca proprio della dimostrazione della Congettura di Goldbach. La matematica, come dimostra il racconto di Doxiadis, può diventare un’attrazione fatale.

George Gheverghese Joseph, C’era una volta il numero, il Saggiatore, pp. 444, L. 39.000

Gheverghese è il nipote di uno degli eroi della lotta indiana contro gli inglesi, amico di Gandhi e di Nehru. Si è dedicato a studi di storia della matematica e si può immaginare con quale spirito combatta contro una concezione eurocentrica della matematica tuttora dominante. “Nelle intenzioni di qualcuno – afferma Gheverghese – il progresso scientifico diventa un fenomeno esclusivamente europeo che può essere emulato da altre nazioni solo seguendo il peculiare cammino  dell’evoluzione sociale e scientifica in Europa”. Nel suo libro sostiene giustamente che l’uomo, in ogni regione della Terra, è arrivato a un pensiero matematico originale e avanzato. I Greci vennero influenzati dagli Egiziani e dai Babilonesi, gli Arabi hanno dato un contributo fondamentale e le grandi civiltà dell’India e della Cina hanno raggiunto risultati sorprendenti, in modo del tutto indipendente dal pensiero occidentale. Partendo dall’osso ishango dell’Africa Centrale, la più antica testimonianza in nostro possesso di uno strumento per la registrazione dei numeri, e dai quipu degli Incas in Sud America, lo straordinario sistema di registrazione fondato su cordicelle e gruppi di nodi, Gheverghese  arriva, nella sua indagine, agli albori della matematica moderna, ampliando ed arricchendo un percorso matematico che sovente è stato riferito soltanto all’Europa con conseguenze deleterie: “Nel momento in cui filtra nei corsi di matematica delle scuole e delle università – dice Gheverghese -  questo atteggiamento mentale eurocentrico produce un senso di distacco e di estraneità alla materia in molti di coloro che la studiano, e un radicato senso di appartenenza a un’élite in molti di coloro che la insegnano”. Il libro offre proprio all’insegnante molte occasioni di integrazione alle sue lezioni, per portare lo studente alla scoperta di quelle radici storiche così essenziali nel processo educativo. L’autore ricorda che i babilonesi conoscevano già il teorema di Pitagora mille anni prima di Pitagora e che i cinesi, per risolvere equazioni di grado elevato, usavano un metodo riscoperto in Occidente soltanto cinque secoli più tardi. Ogni ramo della matematica ha avuto origine e si è sviluppato in molti paesi extraeuropei. Dal suo studio emergono inoltre curiose tecniche di calcolo e originali strutture matematiche che possono servire a smontare il carattere dogmatico dell’insegnamento tradizionale. Se riusciremo a far comprendere ai nostri allievi che la matematica è patrimonio di tutta l’umanità e non di una sola nazione o tanto meno  di pochi eletti, li aiuteremo forse a superare quel blocco che sovente li ferma di fronte a questa disciplina. E questo libro può esserci in questo di grande aiuto.

Malcolm Gladwell, Il punto critico, i grandi effetti dei  piccoli cambiamenti, Rizzoli, pp. 240, L. 28.000

E’ il libro più originale, fra le novità più recenti. Un'idea, una moda o  un  comportamento sociale  si  diffondono  come le  epidemie.  Gli  stessi  modelli matematici  che  ci  spiegano  la  diffusione  dell'influenza   o dell'AIDS,  possono aiutarci a capire come la gente si sia  affollata  per  acquistare Windows della Microsoft  o  per  vedere Guerre  Stellari,  come  si  sia diffusa  la  mania  del  pulcino elettronico  giapponese  oppure  come sia  stato  possibile  che molti giovani improvvisamente si siano messi a  lanciare  sassi dai cavalcavia delle autostrade. Questa  la tesi di Malcom  Gladwell: ad un certo punto si  raggiunge  il  punto critico, oltre il quale  si  ottiene  un effetto  a  valanga. Per certi fenomeni, vale la “Regola del 150”, dice Gladwell, bastano 150 persone che frequentino gli stessi cinque o sei bar, per causare un’epidemia che infetta una città di 100 mila abitanti. Il  contagio  del  "passaparola"  o  di  un messaggio pubblicitario si diffonde come un'infezione virale  che esplode   quando  raggiunge  una  certa  soglia.  E'   un'ipotesi seducente  e gli esempi portati da Gladwell sono  convincenti. Riuscirà il suo libro a raggiungere il punto critico e  diventerà un best seller? Staremo a vedere.

James Gleick, Sempre più veloce, Rizzoli, pp. 300, L. 32.000

Oltre all'ecologia e all’informatica, il tempo è un altro dei temi ricorrenti  della divulgazione scientifica, e James Gleick,  dopo il  grave incidente aereo in cui era rimasto coinvolto  tre  anni fa,  ritorna con una riflessione sui ritmi sempre più  accelerati della  nostra vita, sul nostro “affanno del tempo”: Sempre più veloce. L'autore  di  due classici  della  divulgazione,  Caos, la  nascita  di  una  nuova scienza  e Genio, la biografia di Feynman,  ha raccolto  nel  suo nuovo   libro situazioni diverse che  evidenziano   in   modo particolare  i cambiamenti dei ritmi  quotidiani,  provocati dalla  rivoluzione informatica e dai nuovi strumenti  sempre  più sofisticati che ci circondano. Gleick (una notizia in  anteprima: attualmente  sta lavorando a una biografia di Isaac  Newton)  non trae conclusioni, non dice se questa accelerazione sia un bene  o un male: "La gente ha una irragionevole nostalgia per le  società primitive  in cui il tempo non era denaro - afferma - ma  ogni  volta che  l'uomo ha avuto la possibilità di scegliere fra questo  tipo di  vita  e  quello più complicato e  attivo,  ha  sempre  scelto quest’ultimo.  Se  abbiamo  fatto questa scelta  forse  non  siamo proprio  degli  idioti.  Forse  abbiamo  ragione,   semplicemente abbiamo ancora qualche problema da risolvere, non avendo previsto tutte le conseguenze  della  nostra  scelta".

Brian Greene, L'universo elegante, Einaudi, pp. 450, L. 38.000

Chi possiede una buona preparazione scientifica non  si  lasci sfuggire L'universo elegante di Brian Greene, docente di Fisica e Matematica  alla Columbia University. E' uno dei primi libri  che porta a livello del lettore comune la teoria delle stringhe.  Una teoria  fondamentale  della fisica moderna, un  passo  importante verso  quella che Stephen Hawking ha definito la "teoria di  ogni cosa",  la  teoria unificata di tutte le forze della natura, in grado di risolvere  il  più  complicato problema dei  fisici  teorici  del ventesimo  secolo: l’incompatibilità matematica fra relatività  e meccanica  quantistica.  Greene  ci  dà  almeno  l'illusione   di penetrare  nei misteri che circondano la teoria  delle  stringhe, portandoci in un universo a undici dimensioni nel quale tutta  la materia,  dalla particella più piccola alla stella più grande,  è generata dalle vibrazioni  di microscopici cicli di energia.

Denis Guedj, Il teorema del pappagallo, Longanesi, pp. 562, L. 32.000.

E’ stato un grande successo, anche in Italia, il romanzo matematico di Denis Guedj, Il  Teorema  del Pappagallo.  E'  un  giallo scritto da  un  matematico  algerino, docente  all’Università  Paris VIII, il quale usa  la  matematica come  filo conduttore per arrivare a risolvere un’intricata vicenda  che  coinvolge  un pappagallo, un libraio  parigino,  una  sua amica  e  collaboratrice  e tre ragazzini,  tutti  impegnati  nel tentativo di spiegare la morte misteriosa di un amico del libraio, in lotta contro una banda di ladri di teoremi matematici, collegata alla mafia siciliana.

Il libro convincerà  anche uno  studente liceale che la matematica può essere  affascinante, se  abbandona gli schemi scialbi in cui sovente viene ingabbiata  nelle aule scolastiche. Guedj ricostruisce  una  originale storia romanzata della matematica. "Anche i concetti possono dare emozioni - afferma - per questo li racconto e li metto in scena". Protagonisti  del romanzo sono alcuni dei più celebri  matematici del  passato  o meglio le loro idee, alcune delle  quali  vengono realmente rappresentate su un piccolo palcoscenico, in un  garage, punto di ritrovo del libraio e dei suoi amici,  per  cercare di capire come venire  a  capo  della  pericolosa  situazione  in  cui  si   trovano coinvolti.

Il  risultato è un racconto convincente, ironico e  garbato,  che entra  direttamente  nei problemi matematici, con  un  linguaggio sempre  comprensibile  anche  al giovane studente  e  con  una narrazione  che  non risulta mai artificiosa o  didascalica.  Con una abilità straordinaria Guedj riesce a far emergere le passioni e  le lotte, a volte anche  cruente, che hanno  coinvolto  i grandi matematici nella difesa delle loro ricerche. Si veda, ad esempio, la ricostruzione  del percorso  storico che ha portato alla soluzione  delle  equazioni algebriche  e le avventure della matematica araba. Anche il teorema del fascio  di  rette parallele   di  Talete,  quello  che  si  trova   opportunamente sterilizzato  su  tutti  i libri di scuola, può diventare avvincente.  Guedj  crea una lezione esemplare, mescolando  Joan Collins e il film La regina  delle  piramidi, Linda  Cristal  e  Le legioni di Cleopatra,  con  la  misurazione dell'altezza  della piramide di Cheope, Talete, la sua ancella  e il teorema delle rette parallele. "Ogni volta, il professore aveva parlato  loro del teorema di Talete - scrive Guedj,  a  proposito delle esperienze scolastiche dei tre ragazzini -  non  dell'uomo; d'altra  parte, durante le lezioni di matematica non  si  parlava mai di esseri umani".

Guedj  è critico anche nei confronti dei suoi  colleghi,  sovente chiusi  nei loro piccoli orticelli, e riporta un'osservazione  di Galois,  il  celebre matematico  francese  dell'Ottocento,  morto tragicamente quando non aveva ancora 21 anni. E' una  riflessione contro  un  certo  modo  di fare  matematica,  ancora  oggi  troppo diffuso:  "L'egoismo  non regnerà più nel  mondo  delle  scienze, quando ci si assocerà per studiare. Invece di inviare alle varie accademie  plichi ben sigillati, si cercherà di pubblicare  anche le  minime  osservazioni, purché contengano  qualcosa  di  nuovo, aggiungendo: Io non conosco il resto".

Paul Hoffman, L’uomo che amava solo i numeri, Mondadori, pp. 276,

L. 30.000

"Era  una persona di media statura, estremamente nervosa,  e  non riusciva mai a stare fermo. Il suo sguardo lasciava trasparire il  fatto  che era  costantemente assorto in riflessioni di tipo  matematico.  Se  gli passava per la mente qualcosa di divertente, improvvisamente  saltava per aria, agitava le braccia e tornava nuovamente a sedersi": così Stan Ulam, il matematico che collaborò   alla realizzazione della bomba atomica americana, ricorda il suo primo incontro con Paul Erdös, uno dei più geniali ed eccentrici matematici di questo secolo.

Erdös, morto quattro anni fa a Varsavia, era nato a Budapest nel 1913, da genitori ebrei, entrambi insegnanti di matematica. A vent’anni si era fatto notare nell’ambiente matematico con una   semplice   ed   elegante dimostrazione che provava come tra ogni numero intero n, maggiore di  1, e il suo doppio 2n si trovasse almeno un numero primo.  Ad esempio  tra 3 e 6 si trova 5, tra 8 e 16 si trovano 11 e 13 e così via.

Autentico ebreo errante, Erdös non ebbe mai una casa. Nel 1938 aveva lasciato l’Europa e si era rifugiato negli Stati Uniti che fu costretto però ad abbandonare  al tempo delle persecuzioni maccartiste, iniziando così le sue peregrinazioni per il mondo “a distribuire le sue congetture – come dice Alexander Soifer – le sue intuizioni tra gli altri matematici”. La battuta preferita di Erdös era: “Another roof, another proof”- un altro tetto un’altra dimostrazione.

 "La  proprietà – affermava Erdös -  è  soltanto  una seccatura”, e per questo cercava di evitare ogni problema relativo alla gestione di una casa o della propria vita quotidiana. Non  sapeva guidare un'auto, compilare  un  assegno o cuocere un uovo, e neppure riusciva a fare  la  spesa,  pagare le tasse o  semplicemente far  funzionare  una lavatrice. Sopravvisse soltanto grazie alle cure  degli amici matematici, ben lieti di poterlo ospitare, sicuri di avere, in cambio dell'ospitalità, preziosi contributi alle loro ricerche e nuovi problemi da indagare. La matematica è stata tutta la sua vita, non ha avuto alcun altro interesse.

Erdös  è  considerato uno dei grandi matematici di questo secolo,  ha posto e risolto migliaia di problemi nella teoria dei numeri,  il suo argomento preferito, ed è stato tra i fondatori della matematica discreta che è alla base dell’informatica. E' stato  anche  uno dei matematici più prolifici; attivo fino agli ultimi giorni della sua vita, ha pubblicato più di 1500 lavori: "Solo un matematico nella storia è riuscito  a pubblicare  più pagine di Erdös -  osserva  Hoffman nella  sua biografia, pubblicata da Mondadori, L’uomo che amava solo i numeri - nel XVIII secolo il genio svizzero  Eulero scrisse  ottanta  volumi di risultati matematici.  Erdös  però  ha stabilito un nuovo record nel tirare  fuori bei problemi, per vedere  se qualcuno li avrebbe risolti".

Erdös,  come  molti matematici, riteneva che  la  matematica  non fosse  un'invenzione,  ma una scoperta, e parlava  di  un  Grande Libro nelle mani di Dio che conteneva le più belle  dimostrazioni di  tutti  i  problemi matematici, un libro  a  cui,  confessava, avrebbe  volentieri dato un'occhiata, del quale tuttavia qualche bella pagina è riuscito scoprire.

Robert Kaplan, Zero, storia di una cifra, Rizzoli, pp. 230, L. 30.000

Da  più  di  quattromila anni rappresenta  il  nulla  matematico. All’inizio era  semplicemente uno spazio vuoto fra i numeri oppure un  segno che indicava  l'assenza di una cifra. La conquista dell’identità  di numero,  da parte dello zero, è stata lenta e faticosa. Furono  i sumeri  i  primi a inventare un simbolo per rappresentarlo,  due   cunei stampati  su  una tavoletta di argilla fresca, che  diventarono  la lettera  omicron  per i greci, iniziale della parola  "nulla", ouden,  una "o" ad indicare un cerchio vuoto per gli indiani,  una conchiglia o un uomo tatuato adorno di una collana e con la testa piegata  all'indietro  per  i Maya. Cento simboli  e nomi diversi per cercare di definire un numero che ha sempre suscitato timori  e  sospetti, "donnant umbre et encombre", si  legge ancora, a proposito dello zero, in un libro francese di aritmetica del Cinquecento.

Le avventure dello zero attraverso i secoli sono uno dei percorsi più  affascinanti  per avvicinarsi alla matematica,  in  modo  non scolastico.  "Nulla  è più interessante del nulla,  nulla  è  più intrigante del nulla e nulla è più importante del nulla -  scrive Ian  Stewart,  matematico e ottimo divulgatore - lo  zero  è  uno degli argomenti preferiti dai matematici".

Il  libro  che  Kaplan  dedica  allo  zero o meglio al nulla, come sottolinea chiaramente il titolo originale, The Nothing that is: a natural history of Zero,  non  è  un  libro  di matematica; mancano infatti molti riferimenti storici e culturali,  forse necessari,  e  questo provocherà le comprensibili  critiche  di  qualche matematico,  ma  chi non è matematico di  professione  apprezzerà sicuramente  questa  “inchiesta” sullo zero,  presentata dallo stesso autore  come  un "romanzo giallo". Kaplan è un matematico originale ed  eclettico, docente  all’Università  di  Harvard, ha  insegnato  "anche filosofia,  greco, tedesco e sanscrito – si legge sul risvolto di copertina -  ed ha fondato un Circolo Matematico per diffondere i piaceri  della matematica pura". La sua preparazione enciclopedica lo fa  spaziare  fra  arte,  religione  e  scienza,  citando  Omero, Shakespeare,  Virginia  Woolf, Dostoevkij, Leibniz  o  Galileo  e costruendo un percorso sicuramente divertente che il lettore  più esigente  potrà  approfondire  andando a  cercare,  oltre  questo libro, letture più impegnative.

Lazlo Mero, Calcoli morali, teoria dei giochi, logica e fragilità umana, Dedalo, pp. 300, L. 30.000

Lazlo Mero, matematico ungherese, ci introduce alla teoria dei giochi di John Von Neumann dimostrando come questa ci aiuti a chiarire diversi aspetti della psicologia umana quali altruismo, spirito di competizione e politica. La teoria dei giochi ha un ampio campo di applicazioni che va dalla fisica alla biologia e Mero ne presenta i vantaggi descrivendo fra l’altro i giochi a somma zero, il Dilemma del Prigioniero, il Gioco del Pollo e spiegandoci come sia possibile essere sempre gentili con il proprio innamorato se si applicano le regole della teoria dei giochi. Nel suo libro indaga inoltre sulle situazioni che portano a dilemmi morali, suggerendoci il comportamento etico e razionale da tenere in questi casi. Attualmente Mero sta studiando un nuovo gioco per il computer con Erno Rubik, padre del famoso Cubo di Rubik.

Igor NoviKov, Il fiume del tempo, Longanesi, pp. 240, L. 30.000

E’ dedicato al   tempo il libro di un brillante  astrofisico  russo,  Igor Novikov. Tema centrale della sua ricerca è il problema dello scorrere del tempo,  in  una  visione storica che parte  dall'antica  Grecia  e si conclude  ai giorni nostri. Novikov arriva a dimostrare, attraverso le  teorie più recenti, come sia possibile modificare lo scorrere del  tempo e  compiere viaggi nel passato. Una possibilità per ora  soltanto teorica,  ma  forse, afferma Novikov, domani  l'uomo  riuscirà realmente a costruire la "macchina del tempo".

Piergiorgio Odifreddi, Il Vangelo secondo la Scienza,  Einaudi,  pp. 240,          L. 16. 000

Un viaggio in India e una giornata sconvolgente, in un tempio della dea Kali, nella casa dei moribondi di Madre Teresa e al crematorio di Kaligat, in riva al fiume, sono all’origine del libro di Odifreddi. Dopo queste esperienze, “la sera di quella giornata – dice Odifreddi – il sonno tardò a lungo a venire, e in quelle ore di veglia nacque l’idea di questo libro […] Mi apparve evidente che l’atteggiamento tipico dello scienziato, di superiore liquidazione delle problematiche religiose come di un residuo culturale mitologico e anacronistico, equivaleva a una assunzione di corresponsabilità nella separazione delle due culture. Da un lato, la società tecnologica e scientifica sta infatti conquistando l’intero pianeta ma è apparentemente disinteressata a tutti i valori, eccettuati quelli economici.  Dall’altro lato, la società umanistica perde sempre più contatto con la realtà storica ma continua incontrastata a determinare e condizionare la visione della vita dell’uomo comune, attraverso i media che essa controlla”. E Odifreddi tenta coraggiosamente di rivisitare le problematiche religiose da un punto di vista scientifico mettendo a confronto scienze esatte e sistemi filosofici e religiosi, per dimostrare che la vera religione è la matematica. La sua speranza è che l’uomo contemporaneo occidentale “sappia approfittare degli strumenti a sua disposizione, lasciandosi guidare dal pensiero e abbandonando finalmente sia la superstizione che l’illusione”.

Piergiorgio Odifreddi,  La matematica del Novecento, Einaudi,   pp. 200,        L. 26 000

Negli  ultimi  cent'anni  si  sono  dimostrati  più  teoremi  che nell'intero  corso della storia. Il Novecento è stato il  secolo della  Matematica,  ma anche il secolo della  specializzazione  e della  formazione  di  gruppi di ricerca  chiusi  in  se  stessi, nemmeno  più in comunicazione fra loro. E oggi si  può  affermare che non esiste più un matematico in grado di capire completamente la  matematica del nostro tempo. I matematici  universali,  quali furono  ad  esempio  Poincaré  o von  Neumann,  sono  figure  del passato.  Si  può immaginare quindi la difficoltà di  portare  il pensiero  matematico del Novecento al profano,  di  tentarne  una divulgazione.   Tenta  l'impresa  e  con   successo   Piergiorgio Odifreddi   ponendosi   limiti  e  obiettivi  ben   precisi.   Il riferimento è il discorso che Hilbert tenne a Parigi nel 1900 nel quale indicava "le probabili direzioni della matematica nel nuovo secolo"  e  segnalava  23 problemi aperti che  secondo  lui  erano cruciali per lo sviluppo della matematica del secolo. Per orizzontarsi in tempi più recenti, nella seconda metà del secolo, il riferimento è invece il premio Fields, le medaglie che vengono assegnate a matematici, sotto i 40 anni, che abbiano ottenuto negli ultimi anni i risultati più rilevanti.

"I risultati importanti - sintetizza Odifreddi - sono quelli  che manifestano una continuità storica con il passato, che  unificano aspetti  diversi della matematica, che gettano una nuova luce  su cose già note, che introducono semplificazioni radicali, che  non sono artificiosamente complicati, che ammettono  esemplificazioni significative,  che  sono maturi a sufficienza  da  poter  essere spiegati  all'uomo della strada". Queste sono state le scelte  di fondo  operate  da  Odifreddi e  il  risultato  è  straordinario. Grazie al suo lavoro riusciamo a capire, senza essere esperti, le linee fondamentali lungo le quali si sta muovendo la  matematica, i concetti attorno ai quali si sta lavorando con uno sguardo alle possibili   applicazioni   e   alle   conseguenti    implicazioni filosofiche.

Contro  una  matematica che si perde "in  ramoscelli  atrofici  e rinsecchiti", contro una matematica che "ha mutuato i  caratteri tipici   della   società  industriale  dominante,   in   cui   la superproduzione di merci di bassa fattura e a basso costo procede spesso  per inerzia, secondo meccanismi inquinanti  e  saturanti, deleteri per l'ambiente e per il consumatore”, Odifreddi rivendica la bellezza della matematica e il suo profondo valore culturale.

"Raramente un resoconto così completo è stato presentato con  una tale  chiarezza" - osserva Gian Carlo Rota, il grande  matematico recentemente scomparso, nell'introduzione al libro di  Odifreddi, e  conclude: "Chiunque abbia a cuore la matematica  deve  essere grato  a Odifreddi per averne presentato, con successo,  il  lato vincente".

Ennio Peres, Febbre da gioco, Avverbi, pp. 167, L. 12.000

Quest'anno,  secondo  le  previsioni  del  Censis,  gli  italiani spenderanno  più  di 45 mila miliardi nei  giochi  gestiti  dallo Stato (Lotto, Totocalcio, Gratta e Vinci e lotterie varie) con un incremento  del  cento per cento rispetto al 1998.  Se  si  tiene conto che le vincite saranno inferiori al 50 per cento,  possiamo affermare  che  ogni  italiano  pagherà,  in  un  anno,   una  tassa aggiuntiva  di 400 mila lire, cioè 130 mila lire al mese per  una famiglia  di  quattro persone. Un balzello che  raddoppia  se  si tiene  conto  anche  dei  giochi  clandestini.  Queste  sono   le considerazioni  introduttive di Ennio Peres al suo  nuovo  libro, Febbre  da gioco, con il quale mette in guardia  contro ogni  illusione di guadagno lo sterminato popolo delle lotterie,  attorno  al quale   ruotano  truffatori  di  ogni  genere,   dagli   indovini televisivi ai teorici dei giochi, che abusano della matematica per raggirare gli ingenui.

Peres,  grande  esperto  in  giochi, dopo  una breve introduzione  matematica  ai  giochi d'azzardo,  comprensibile anche a chi la matematica  l'ha  sempre odiata,  analizza  i più popolari giochi in denaro,  di  stato  o clandestini, con un unico, preciso assioma: chi gioca perde.

Le  follie del gioco d'azzardo sono anche le follie delle  teorie più strampalate che l'accompagnano. Ad esempio, per il gioco  del lotto,  com'è possibile pensare che un numero  abbia in qualche modo coscienza di essere in ritardo e per questo si faccia  largo tra gli altri numeri "spingendo" per uscire?  Se  ci può  consolare è una follia storica perché già nell'Ottocento  un grande matematico, Laplace, osservava: "quando un numero non  esce da  molto tempo, i giocatori corrono a coprirlo di  denaro.  Essi ritengono  che  quel numero reticente debba  uscire  al  prossimo colpo, a preferenza di altri".

Almeno  in  questo  campo le leggi matematiche  sono  rigorose  e indiscutibili. Abbiamo una probabilità su 11.748 di azzeccare  un terno,  una su 43.949.268 per una cinquina e una  su  622.614.630 per  il  sei del Superenalotto.

Nonostante  tutte  le considerazioni matematiche  il  numero  dei giocatori è  sempre incredibilmente alto. Una piccola giocata  è anche comprensibile, riconosce Peres, ci fa sognare tutto quello  che riusciremmo  a  realizzare in caso di vincita, ma  il  gioco  rischia di diventare    malattia.  Può  generare  una  pericolosa   sindrome pataologica  che distrugge patrimoni e persone. Mario Merola,  il re  della sceneggiata, come ricorda Peres, vent'anni fa invitò  i napoletani  a giocare l'ambo secco 5 e 90 sulla ruota di  Napoli. Per  sua  sfortuna, l'ambo uscì e diventò per questo un grande  indovino agli occhi dei napoletani. Merola restò catturato dal gioco, ma ovviamente non riuscì a ripetere le sue fortunate divinazioni. Il lotto continua a seguire le leggi della matematica  secondo le quali a rimetterci è sempre il  giocatore. In  una  recente  intervista Merola  ha  dichiarato:  "Nella  mia carriera ho guadagnato moltissimo, ma ho perso miliardi al gioco; ho  puntato centinaia di milioni su tutte le ruote, ma  non  sono mai  rientrato delle spese. Insisto perché vivo  nella  speranza. Quando incominci a giocare non riesci più a smettere".

Il libro di Peres è una guida matematica, divertente e istruttiva, al gioco d’azzardo. Le sue osservazioni potranno forse evitare a qualcuno dei milioni di giocatori sistematici italiani di cadere vittima del gioco.

Simon Singh, Codici & Segreti, Rizzoli, pp. 420, L.  33.000

Se ci fosse un Oscar per il miglior libro di divulgazione matematica, il premio quest’anno andrebbe sicuramente al saggio di Simon Singh, Codici e Segreti. L’autore, che tre anni fa, aveva  ricostruito in un libro, diventato un best seller, il percorso storico dei tentativi di soluzione dell’Ultimo Teorema di Fermat, è un fisico passato alla divulgazione e collabora alla BBC nella realizzazione di documentari scientifici. Il suo nuovo libro è una ricerca esemplare, affascinante e divertente, sui messaggi cifrati “dall’antico Egitto a Internet”. Il lettore si convincerà della bravura di Singh già dopo aver letto le prime quaranta pagine, dedicate alle vicende di Maria Stuarda vittima di intrighi e di servi infedeli, ma soprattutto di un codice segreto poco affidabile del quale, per sua sfortuna, la regina degli scozzesi si serviva per scrivere i suoi messaggi ai cospiratori.

Codici segreti: si potrebbe pensare a un noioso lavoro da travet. La crittografia ha invece impegnato, nel corso dei secoli, alcune delle migliori menti matematiche, risultando determinante in molti conflitti e vicende storiche. Basti pensare al ruolo determinante avuto da Alan Turing nella seconda Guerra Mondiale, con la decifrazione di Enigma, la macchina usata dai tedeschi per spedire i messaggi al fronte. Ma la parte più interessante del lavoro di Singh è quella più attuale, riguardante la sicurezza della nostra posta elettronica o dell’e-commerce, del nostro bancomat. Oggi esistono codici, ad esempio la cifratura RSA ampiamente descritta da Singh, che possono garantire l’inviolabilità dei nostri messaggi. Questo però andrebbe, secondo molti governi, contro la sicurezza nazionale. Le intercettazioni autorizzate dalla magistratura sono ancora lo strumento più efficace nella lotta contro il crimine e quindi, secondo alcuni, l’impiego della crittografia andrebbe limitato. Phil Zimmermann, il primo crittografo che ha reso pubblico un codice praticamente inviolabile dagli attuali sistemi di decrittazione, ha già avuto molti guai giudiziari. Il suo programma PGP è in rete, messo gratuitamente a disposizione degli utenti di Internet (all’indirizzo http://www.pgpi.com)

Alexei Sossinsky, Nodi: genesi di una teoria matematica, Bollati Boringhieri, pp. 124, L. 35.000

I  nodi sono sempre stati ignorati dai matematici. Soltanto  alla fine del Novecento sono stati presi in considerazione e oggi  la teoria  dei  nodi  è di grande attualità. Interessa  biologi,  chimici  e fisici   e  se  ne  discute  anche  al  di  fuori   dell'ambiente scientifico, a livello divulgativo, per il fascino di un oggetto che si ritrova nelle più diverse  situazioni:  i  nodi della cravatta, quelli dei marinai, quello alla gola e quelli che vengono  al  pettine.  La  teoria  dei  nodi  resta  comunque  di difficile  divulgazione, resta ancora misteriosa. I  suoi  grandi problemi sono sempre aperti. I nodi sfuggono a qualsiasi tentativo di  classificazione  e  non  è ancora ben  chiaro  il  ruolo  che svolgono   in  fisica, ma  c'è  chi  sostiene  che   siano fondamentali per lo studio della struttura della materia.

Alexei  Sossinsky, grande esperto della teoria dei nodi,  docente all’Università di Mosca tenta l'impresa di presentare l'argomento nei suoi aspetti non solo matematici, ma anche estetici e  magici ai  molti che "grazie alla scuola si sono convinti della  propria totale  inettitudine  alla  matematica, ma che  non  hanno  perso completamente  la  loro naturale curiosità". Il  risultato  è  un libro  affascinante,  anche  se  abbiamo  l'impressione  che   per apprezzarlo  sia necessaria una  buona  preparazione  a livello di scuola superiore.

Paolo Zellini, Gnomon. Una indagine sul numero, Adelphi, pp. 480, L. 60.000

Lo  "gnomone" era all'origine uno stilo la cui ombra serviva ai babilonesi per determinare l'altezza del Sole o della Luna, ma venne in seguito ad indicare la figura geometrica che aggiunta  o sottratta a un'altra figura geometrica ne produce una simile alla prima.  Si pensi ad esempio a un triangolo. Se aggiungiamo  o togliamo alla sua base un trapezio otteniamo ancora un triangolo. Quel  trapezio è uno "gnomone". Gli egiziani usarono  lo  gnomone per  esprimere  il concetto di radice quadrata, gli  indiani  per costruire gli altari vedici, in particolare gli altari del  fuoco (Agni) a forma di falco. I pitagorici  si  servirono  dello gnomone  per  definire i numeri rappresentati  come  punti  nello spazio. L'uno era un punto che diventa quattro con l'aggiunta  di uno  gnomone  e  quest'ultimo  a  sua  volta  diventa  nove   con l'aggiunta di un nuovo gnomone simile al precedente: otteniamo in questo modo la successione dei quadrati. Questi punti erano sassi ed  anche stelle che aiutavano il matematico nella sua  indagine. "Insomma,  la  nostra matematica poggia sull'immagine  -  osserva Zellini  -  anche  se  oggi facciamo  finta  di  rinunciarvi  nel tentativo di raggiungere definizioni sempre più astratte".

Le conclusioni di Zellini sono evidenti: "Non si può capire  dove si  va, se non si sa da dove si è venuti. La ricerca  scientifica ha  fatto dimenticare le componenti associate ai primi  atti  di razionalità. Per intrinseche necessità di sviluppo ha finito per diventare  asettica.  Questo tipo di  pensiero  scientifico,  per affermare se stesso, ha bisogno di negare ci che l'ha preceduto. Ma  per germogliare dobbiamo recuperare l'immagine, la  fisicità, la storia".


Il presente testo raccoglie l'intervento dell’autore all'incontro Mathesis del 4/5/2000